Nel 2010, le rivolte scoppiate in Tunisia furono etichettate dai media occidentali come “la rivoluzione dei gelsomini”. Era l’inizio della Primavera araba, che nel giro di pochi mesi provò a riscaldare quasi tutti i freddi regimi autoritari in Nord Africa e Vicino Oriente. Alla primavera non è seguita l’estate, e al posto delle attese conquiste in termini di libertà, uguaglianza, e democrazia, sono invece arrivati un nuovo regime autoritario in Egitto, una guerra civile in Siria, e uno stato fallito in Libia. In sostanza: un disastro. Se non fosse per un’eccezione, un caso di apparente successo, a cui guardano in molti per capire se gli interventi internazionali siano stati capaci di aiutare almeno una transizione democratica, preservandola e sostenendola. Quell’eccezione è la Tunisia, dove tutto iniziò.

Dopo aver conosciuto un regime autoritario durato più di 50 anni, oggi la Tunisia si presenta sulla carta come repubblica democratica, dotata di una nuova costituzione, e capace di organizzare libere elezioni. Al contempo, i difetti strutturali dell’economia tunisina pre-rivoluzionaria – scarsa concorrenza, corruzione, insufficiente redistribuzione della ricchezza a livello sociale e territoriale – non sono scomparsi, come neppure le tante figure politiche ed economiche vicine al regime del presidente Ben Ali. E così, se la transizione democratica ha portato all’affermazione costituzionale dei più moderni diritti, alla vittoria del premio Nobel per la pace nel 2015, all’elezione di un presidente laico e moderato come Beji Caid Essebsi, le principali cause del malcontento popolare – povertà ed emarginazione dei ceti più deboli – restano irrisolte, e pronte a riportare i tunisini nelle piazze.

La Tunisia sembra doversi confrontare con una rivoluzione incompiuta, in una situazione di stentata crescita economica (1,5% di media dal 2011 al 2017), alta disoccupazione (quasi il 16% della forza lavoro), e diffusa indigenza (il 15% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà) che mettono a repentaglio la stabilità del paese, rendendolo fortemente dipendente dagli aiuti esterni. In prima linea tra sostenitori alla transizione democratica del paese nord-africano si trova l’Unione europea (Ue). L’impegno profuso dall’Ue in Tunisia non spicca solamente per le cifre coinvolte – dal 2011 al 2016 gli aiuti europei sono stati di 2 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti 2,6 miliardi di prestiti erogati tramite le istituzioni finanziarie europee –ma anche per il suo valore politico. Infatti, la Tunisia si presenta come il flagship case della Politica europea di vicinato (Pev), nata nel 2004 per favorire la stabilità nel vicinato europeo e rilanciata nel 2015, dopo essere apparsa alquanto agonizzante di fronte alle Primavere arabe e alla crisi ucraina.

Nel 2013, l’impegno europeo nei confronti della Tunisia si è concretizzato nella firma di un partenariato privilegiato, contenente un piano d’azione condiviso riguardante i settori interessati dalla cooperazione e i relativi obiettivi. In seguito, nel 2016, l’Ue ha riaffermato il proprio impegno in un nuovo documento programmatico che ha aggiornato le priorità e aumentato gli aiuti erogati attraverso lo Strumento europeo di vicinato (il fondo operativo della Pev). Le iniziative europee mirano a sostenere diversi ambiti politici, quali la lotta alla disoccupazione e alle diseguaglianze economiche sociali, la diffusione delle pratiche di buon governo, la riforma dell’amministrazione pubblica, la gestione dei flussi migratori, e le minacce alla sicurezza nazionale. Il tentativo è quello di adottare un approccio integrato, in grado di sviluppare all’interno dello stato e della società tunisina una diffusa “resilienza”, intesa come la capacità di rispondere e superare prontamente le crisi, in modo da assicurare una crescita e una stabilità di lungo periodo al paese. Questa è la teoria, ma la pratica?

Allo stato attuale delle cose i giudizi sull’efficacia dell’azione europea non possono che essere parziali. Lo sforzo finanziario messo in campo dall’Ue è da valutare positivamente, come anche il tentativo di coinvolgere la società civile nella definizione e attuazione dei programmi di aiuto (in tal senso l’Ue risulta il donatore più volenteroso). Le relazioni di lungo corso tra l’Ue e la Tunisia – primo paese nordafricano a siglare una partnership economica con Bruxelles nel 1969 – hanno facilitato l’azione europea e la capacità tunisina di “assorbire” gli aiuti. Il paese Mediterraneo è risultato difatti il più virtuoso nel rispettare gli impegni presi, beneficiando così di aiuti finanziari addizionali erogati dall’Ue secondo la logica del “more for more” adottata dalla Pev. Non mancano tuttavia le ombre. L’impatto degli interventi europei, secondo alcuni analisti, non è parso essenziale al successo della transizione democratica, e finora insufficiente a un rilancio strutturale dell’economia nazionale. Alcuni rappresentati della società civile tunisina lamentano un’eccessiva ingerenza dell’Ue veicolata attraverso il principio di condizionalità degli aiuti, oltre alla percezione che Bruxelles e le altre capitali europee perseguano più i loro interessi che quelli del popolo tunisino. Vanno infine considerati i limiti mostrati dal governo di Tunisi nell’applicazione dei nuovi principi di giustizia ed eguaglianza sociale, riguardo ai quali l’Ue non può che limitarsi alle pressioni politico-diplomatiche.

D’altra parte, il contesto internazionale e regionale rende la situazione ancora più complessa ed incerta. In questi anni, la Tunisia è divenuta un terreno aperto all’influenza di diversi attori regionali – Turchia, Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Kuwait –, e internazionali – Usa – sebbene sia per ora riuscita a tenersi equidistante da tutti. Il volume degli aiuti e degli investimenti offerti da questi paesi è stato talvolta superiore a quello europeo, nonché caratterizzato da differenti linee guida e preferenze politiche (se gli Usa hanno mostrato forte scetticismo verso il partito Ennahda, di matrice islamica, l’Europa è parsa più restia a sostenere le attività di alcuni partiti secolaristi come Nidaa Tounes e Al Joumhouri). Come se non bastasse, le iniziative di alcuni paesi europei, Francia in primis, proseguono in maniera indipendente sulla scia dei propri interessi nazionali, riducendo così il potenziale dell’azione comunitaria.

Insomma, il cambiamento più difficile per la Tunisia si deciderà nei prossimi anni, duranti i quali la sua fragile democrazia verrà messa alla prova della quotidianità, soprattutto economica. Un vecchio adagio sostiene che la democrazia funzioni bene con la pancia piena, e non c’è dubbio che questa regola si applichi anche al caso tunisino. Se le diseguaglianze sociali sono state la benzina della rivoluzione, è probabile che senza una loro attenuazione continueranno ad esercitare una funzione destabilizzante, foriera di una radicalizzazione politica e religiosa di cui si scorgono già i primi sintomi (sono stimati tra 6000 e 7000 i foreign fighters tunisini arruolatisi nell’ISIS, rappresentando il gruppo nazionale più numeroso). Dopo aver accettato per decenni il regime di Ben Ali, l’Ue continua a riporre in Tunisia importanti interessi, ed oggi anche la propria credibilità come attore internazionale. Il risultato delle negoziazioni, iniziate nel 2015, per la creazione di un’area di libero scambio globale ed approfondita tra l’Ue e la Tunisia sarà un importante test per valutare gli sviluppi dell’azione europea, e la fondatezza dei timori tunisini.

Se la Tunisia diventerà in futuro una “tigre del Mediterraneo” o una nuova Libia dipenderà in buona parte da lei, ed è forse questa una delle più grandi conquiste della rivoluzione. Al contempo, il sostegno europeo è e rimarrà centrale per lo sviluppo democratico ed economico del paese, a patto che a Bruxelles non si confonda – di nuovo – la cura della democrazia tunisina con quella dei gelsomini.

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