Una celebre poesia di William Butler Yeats compirà l’anno prossimo cento anni. The Second Coming racconta l’atmosfera del primo dopoguerra a qualche anno soltanto dall’arrivo del fascismo in Italia e del nazismo in Germania, e mentre il bolshevismo prendeva il potere in Russia. Uno dei versi del poeta irlandese è tornato improvvisamente di moda: “Things fall apart; the center cannot hold; mere anarchy is loosed upon the world” (Le cose si dissociano; il centro non può reggere; e la pura anarchia si rovescia sul mondo).


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Il centro della scena politica, lontano dagli estremismi, è oggetto di un graduale rimpicciolimento in quasi tutti i paesi europei. In Francia, alle ultime elezioni presidenziali, il Fronte Nazionale di Marine Le Pen ha ottenuto al secondo turno il 34% dei voti. In Italia, in occasione del voto politico di marzo, i due grandi partiti protestatari – la Lega e il Movimento Cinque Stelle – hanno ottenuto insieme oltre il 49% dei suffragi. Situazioni simili si registrano in altri paesi europei. Addirittura in Ungheria o in Polonia si parla di democrazia illiberale. Soluzioni drastiche sono prevalse in Gran Bretagna, che ha optato per l’uscita dall’Unione; e in Catalogna, che ha votato a favore dell’indipendenza dalla Spagna.

La Germania, per ora, fa storia a sé; ma fino a quando? La stessa situazione italiana, segnata da dichiarazioni velleitarie sul fronte dell’euro e da decisioni controverse sul versante migratorio, preoccupa l’opinione pubblica tedesca; frena desideri di integrazione; e rischia di rafforzare i partiti più protestatari anche nella Repubblica Federale.

Da quando nel 2008 è fallita la banca d’affari americana Lehman Brothers, scatenando una crisi prima finanziaria e poi economica, i due grandi partiti popolari tedeschi, quello democristiano e quello socialdemocratico, hanno subito una lenta erosione. A leggere gli ultimi sondaggi, insieme raccolgono meno della metà delle intenzioni di voto. Curioso: dopotutto, la Germania continua ad avere un’economia dinamica, una disoccupazione bassa, un export elevato. Nulla a che vedere con la deriva di altri paesi. Eppure, ha ragione chi si preoccupa del futuro del paese, ago della bilancia di un’Europa drammaticamente in bilico.

Alternative für Deutschland è una minaccia per il futuro politico tedesco. Gli ultimi studi demoscopici la danno a pari merito con l’SPD, intorno al 18%. Per un partito nato appena cinque anni fa in un paese tradizionalmente stabile, l’exploit è notevole. L’AfD è soprattutto minacciosa perché non raccoglie soltanto le preoccupazioni sul fronte dell’immigrazione, come il Fronte Nazionale, la Lega o il Partito per la Libertà di Geert Wilders in Olanda. Il movimento è nato nel 2013 cavalcando i dubbi di molti tedeschi sul futuro della moneta unica. La Germania aveva firmato il Trattato di Maastricht con l’impegno che non vi sarebbero stati né salvataggi sovrani né monetizzazione del debito pubblico. Due promesse virtualmente smentite dai fatti. In un paese preoccupato quasi più dal futuro che dal presente, le vicissitudini dell’euro restano fonte di timori per l’elettorato tedesco.

Sugli stessi temi rumoreggiano anche i cristiano-sociali bavaresi della CSU, fino al punto di mettere in dubbio il rapporto decennale con i democristiani della CDU. Non è la prima volta che succede nella storia della Repubblica Federale. Avvenne nel 1976, quando candidato sfortunato alla cancelleria fu il leader della CSU Franz-Josef Strauss, e anche nel 1996 quando sul tavolo c’era il via libera alla moneta unica. A differenza di allora, tuttavia, la CSU sta facendo i conti alla sua destra con una AfD che la sta indebolendo non poco proprio nella sua riserva di caccia bavarese. Lasciare il partenariato con la CDU dopo settant’anni di collaborazione significherebbe per i cristiano-sociali trincerarsi in Baviera, diventando nei fatti un partito solamente regionale. Per ora, il presidente della CSU Horst Seehofer non se l’è sentita di lanciarsi in questa avventura.

I prossimi mesi saranno cruciali per capire fino a che punto l’AfD potrà avere successo nelle urne. Molto dipenderà anche da come si comporteranno gli altri paesi europei, e in particolare l’Italia. Se il governo Conte dovesse diventare motivo di preoccupazione sia sul fronte migratorio che sul fronte economico, il partito protestatario tedesco potrebbe rafforzarsi ulteriormente. Non mancano peraltro test elettorali. Si voterà questo autunno in Assia e in Baviera, e poi nel 2019 in Sassonia, nel Brandeburgo, nella città-stato di Brema, in Turingia. Per non parlare naturalmente delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo nel maggio dell’anno prossimo.

Sulle spalle di Angela Merkel pesano non poche responsabilità. La cancelliera tedesca ha capito che solo una spinta verso una maggiore integrazione può risolvere i problemi che in questo momento attanagliano l’Unione europea e rafforzano i partiti protestari. Fu la prima a parlare del rischio di un establishment sonnambulo, incamminato verso nuove pagine buie nella storia europea. Non per altro nel giugno scorso ha firmato insieme al presidente francese Emmanuel Macron una Dichiarazione di Meseberg tutta dedicata al futuro dell’unione monetaria. È tuttavia cauta, prudente. Teme che la Francia voglia rafforzare l’Unione a sua immagine e somiglianza, e soprattutto guarda con timore all’Italia. Non solo il governo Conte sta smantellando precedenti riforme economiche, ma agli occhi della Germania fanno paura le scelte politiche del ministro degli Interni Matteo Salvini. Non piacciono le tendenze a mettere i poteri dello Stato l’uno contro l’altro. Non piacciono le critiche anti-scientifiche ai vaccini e i dubbi sugli esiti delle ricerche mediche. Non piacciono i censimenti popolari ad personam. E non piacciono neppure gli attacchi all’accordo di libero scambio con il Canada, quando l’Italia è tra i paesi che più approfittano dell’intesa commerciale.

Difficile in queste circostanze convincere la pubblica opinione tedesca a perseguire maggiore integrazione europea quando uno dei principali partner è diventato pericolosamente imprevedibile, in trincea nella difesa di interessi anacronistici, se non autarchici.

In ultima analisi, stiamo assistendo alla crisi del partito democristiano, nello stesso modo in cui da anni siamo testimoni della deriva del partito socialdemocratico. Né l’uno né l’altro sembrano capaci di dare una risposta alle preoccupazioni tedesche. Oltre ai dubbi provocati dall’euro e dall’immigrazione, ad angosciare gli elettori sono le gravi ineguaglianze sociali. Meno visibili che altrove in Europa, ma pur presenti anche in Germania. Secondo un recente studio dell’Institut für Weltwirtschaft di Kiel, il 10% della popolazione tedesca possiede più del 50% del patrimonio nazionale. In un sondaggio del quotidiano popolare Bild, il 79% dei tedeschi è preoccupato dal valore futuro della sua pensione, il 76% dubita che il sistema scolastico garantirà sempre pari opportunità. La politica nazionalista e imprevedibile degli Stati Uniti così come la perdurante instabilità politica di larghe fette del mondo contribuiscono anch’esse al rischio di una chiusura su se stessa della Germania.

Dal futuro della Repubblica Federale dipende per molti versi il futuro dello stesso continente, al di là delle scelte dei singoli paesi. Lo sguardo non corre solo allo stato di salute del centro nella vita politica tedesca, ma anche alla Repubblica Federale in quanto centro dell’Unione. Sul tavolo vi è il futuro del Partito popolare europeo, di cui attualmente i democristiani tedeschi sono al tempo stesso l’azionista di maggioranza e l’ancora di stabilità. Preoccupato all’idea di indebolirsi in occasione del prossimo voto europeo, il PPE sta valutando come gestire il partito Fidesz del premier ungherese Victor Orbán e se eventualmente attirare nelle proprie file il partito conservatore polacco Diritto e Giustizia. Guidato dal cristiano-sociale bavarese Manfred Weber, il Partito popolare europeo è drammaticamente combattuto tra l’urgente necessità di rafforzarsi in un momento di debolezza e la crescente paura di accogliere al proprio interno movimenti politici particolarmente controversi e conservatori.

Si capisce quanto la tenuta del centro politico in Germania, per tornare a usare l’espressione di W.B. Yeats, sia sotto attacco. Una maggiore integrazione europea rimane la via maestra per dare ai tedeschi maggiore tranquillità, ma la Germania avrà bisogno tanto di coraggio da parte dei suoi dirigenti quanto dell’aiuto dei suoi partner.

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