Ai margini delle appassite primavere arabe e delle luci della ribalta internazionale, l'Algeria si avvicina alle elezioni presidenziali a tentoni. Quale sorte più si confà a un paese guidato da un ottantunenne in sedia a rotelle? Con più della metà della popolazione algerina al di sotto dei 30 anni, il presidente appare ab aeterno e ad aeternum, a capo della repubblica democratica e popolare dal 1999 in un regno la cui fine sembra debba coincidere con la scomparsa di Abdelaziz Bouteflika stesso da questa terra.

A decidere delle sorti del paese sono sempre i soliti noti, celati dietro una mendace cortina di fumo a base di liberalizzazione e pluralismo. In cima alla piramide rimane l'Armata nazionale popolare (Anp). L’esercito continua a godere diffusamente del favore popolare, forte della legittimazione conferitagli dal ruolo giocato nella lotta di liberazione contro i colonizzatori francesi, nella sanguinosa guerra civile degli anni Novanta e – venendo all'oggi − nel contenimento della minaccia jihadista proveniente da Tunisia, Libia, Mali e Sahel. All’Anp non può che far comodo un capo dello Stato dalle facoltà decisionali irrimediabilmente compromesse e quindi totalmente manipolabile.

Nulla per il cambiamento si muove neppure volgendo lo sguardo al multipartitismo introdotto nel 1995. L’agone elettorale vede il Front de libération nationale (Fln) formazione maggioritaria, seguito dal Rassemblement national démocratique (Rnd). Quest’ultimo è un partito “placebo”, creato dal regime stesso per dare l’illusione di un’alternativa nelle urne ma fedele alle direttive dettate dal potere costituito. Chiude la lista dei decisori algerini l’élite figlia di una privatizzazione selettiva. I settori trainanti dell’economia – primi su tutti difesa e idrocarburi – sono stati oggetto di una liberalizzazione “sartoriale”, tagliata su misura per favorire i sostenitori del potere: si è passati quindi da monopoli pubblici in odore di socialismo a oligopoli vicini a esercito e burocrazia statale.

Chi non appartiene alle alte sfere di cui sopra – ossia la stragrande maggioranza degli algerini – si accontenta della distribuzione delle rendite petrolifere sotto forma di edilizia popolare, sostegno al reddito, aumenti salariali nel settore pubblico (lo Stato è il primo datore di lavoro del paese). Cionondimeno, le proteste sono frequenti in Algeria. A guidarle non è il desiderio di un cambio al timone della nazione, bensì rivendicazioni incentrate su occupazione e riduzione delle tasse. Il carattere non sovversivo contraddistinse anche le manifestazioni svoltesi nel paese tra 2010 e 2011 nell’ambito più ampio delle cosiddette Primavere arabe. Allora il regime reagì prontamente annunciando riforme costituzionali (che videro la luce solamente nel 2016) e revocando uno stato d’emergenza durato 19 anni, oltre a prodigare generosi sussidi ad ampie fasce della popolazione (in special modo tra i giovani).

Dopo lo choc petrolifero e il crollo del prezzo al barile avviatosi nel 2014, tuttavia, la distribuzione di bakshish (mance) mascherato da welfare state è divenuta sempre meno sostenibile. Con il 95% del ricavato delle esportazioni costituito dal greggio e la concorrenza del gas nel Mediterraneo orientale (i progetti di sfruttamento dello shale gas nel Sud algerino devono fare i conti con le enormi quantità d’acqua richieste e le conseguenti proteste delle popolazioni locali), si è passati da rendite petrolifere per 112 miliardi nel 2014 ai 49 miliardi dell’anno scorso. Non si è fatta attendere la corsa ai ripari a suon di riforme fiscali e ritocchi alla spesa pubblica. L’imposta sul valore aggiunto è aumentata di due punti (al 9% e al 19% a seconda dei beni), mentre si sono ridotte le importazioni (pari a 45 miliardi di dollari nel 2017, quest’anno il governo prevede di non superare i 30). A far scendere gli algerini in strada per protestare è stata in special modo la riforma delle pensioni, con l’innalzamento dell’età pensionabile a sessant’anni (mentre in precedenza bastava solamente un’anzianità di servizio di 25 anni nel settore pubblico e 32 nel privato).

Tardano ad arrivare manovre strutturali atte a svincolare l’economia algerina dalla dipendenza dagli idrocarburi e ad aprirla agli investimenti esteri. Ancora irrisolta la questione detta del 51/49, secondo cui per legge non più del 49% di una società algerina può essere detenuto da stranieri: un freno notevole all’attrattività del paese per gli investitori internazionali, ma una garanzia per la sopravvivenza delle oligarchie locali che controllano le grandi aziende strategiche come il colosso degli idrocarburi Sonatrach. Vani anche i tentativi di privatizzare società pubbliche, con Bouteflika intervenuto prontamente a porre il veto su un recente progetto di denazionalizzazione promosso dal primo ministro Ahmed Ouyahia.

Vista la situazione socioeconomica estremamente tesa, la caduta del regime parrebbe dietro l’angolo. A mancare, tuttavia, è un’alternativa percorribile. L’opposizione appare frammentata e priva di una figura carismatica unificante, con anche i principali partiti islamisti collusi con il regime. L’anno scorso sia le elezioni legislative in maggio che quelle locali in novembre hanno visto la vittoria di misura del Fln e dell’Rnd. Ancora più significativo tuttavia è il tasso di affluenza alle urne, con solo il 35% degli aventi diritto che ha espresso il proprio voto alle legislative. Un elevato astensionismo è ovvio indice di sfiducia nelle istituzioni al potere, ma allo stesso tempo firma la condanna al permanere dello status quo.

Con ogni probabilità, quindi, le elezioni del 2019 non saranno tanto un processo decisionale quanto una ratifica dell’esistente. Benché non ancora data per certa, la candidatura di Bouteflika a un quinto mandato confermerebbe l’ostinata resilienza del regime. E laddove il presidente in sedia a rotelle non prenda parte alla competizione, il passaggio dello scettro del potere avrebbe luogo all’interno della cerchia dei fedelissimi. Tra i più papabili per un’eventuale successione figurano Ahmed Ouayhia (attuale premier e a lungo capo dell’Rnd), Ahmed Gaid Salah (capo dell’esercito, alleato di Bouteflika, ma ormai settantaseienne) e Said Bouteflika, fratello sessantenne dell’attuale capo di Stato. Quest’ultimo è consigliere speciale di Abdealziz e giocherebbe già un ruolo fondamentale nelle decisioni che escono dalla residenza presidenziale di Zeralda. Proprio Said avrebbe spinto per rendere l’esercito sempre più fedele alla presidenza non accennando a diminuire la spesa militare malgrado i tempi di vacche magre e sostituendo il Département du Renseignement et de la Sécurité (Drs) alle dipendenze del ministero della Difesa con il Département de Surveillance et de Sécurité (Dss) sottoposto direttamente al rais.

Attore imprescindibile è appunto l’onnipresente esercito, pilastro del sistema algerino nonostante le esautorazioni attuate da Bouteflika nel 2014 dopo la sua elezione per un quarto mandato. L’Anp si configura ancora come garante della stabilità di un paese che il fallimento delle primavere arabe circostanti e la ferita della guerra civile ancora aperta − almeno tra i meno giovani − può salvare dal baratro di una rivoluzione. Le proteste sociali diffuse – cui si aggiunge un ritorno di fiamma della questione berbera in Cabilia – potrebbero trovare un antidoto solamente in una ripresa dell’economia e della relativa politica redistributiva. Alla corte di Bouteflika non resta che procedere a una ristrutturazione del sistema cui corrisponda un parziale indietreggiamento da parte degli oligopoli imperanti oppure sperare in una risalita del barile, panacea di un paese che ora come ora ha nel petrolio l’unico appiglio.

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