Il linguista Lakoff ci ha spiegato sul Guardian che la comunicazione del Presidente americano risponde scientificamente ai dettami di un venditore, ma questo non ci salverà dal disastro.

Da Trump a Salvini, da Orban a Casaleggio, da Hofer a Kaczynski, sono ormai comuni a tutti i populisti del mondo alcune caratteristiche distintive:

a) la discontinuità delle politiche con chi li ha preceduti, a prescindere dal merito, in nome di un’incaricatura popolare (da cui la definizione di populisti, come ci spiega il professore di politica a Princeton Jan-Werner Müller) considerata assoluta, cioè che annulla qualsiasi diritto delle minoranze, anche se cospicue. Si associa infatti ai populisti il sovranismo che, secondo Treccani, è “una dottrina politica che riconosce il potere sovrano di un popolo, non assoggettabile a nessun’altra autorità esterna.”

E quindi Trump rompe con l’Iran, senza curarsi delle conseguenze (guerra fredda - e non solo - nel Golfo) e poi spinge, più o meno consapevolmente, la Turchia nel baratro; il governo polacco del gemello sopravvissuto rivede totalmente la politica di apertura agli investimenti internazionali che ha consentito la crescita del paese negli ultimi 20 anni, proponendo un modello di politica economica probabilmente non sostenibile; Salvini chiude i porti italiani a immigrati e rifugiati, senza nemmeno provare a comprendere le dinamiche di un fenomeno complesso, gestito male per due decenni, ma forse un po’ meglio negli ultimi due anni...

b) Gli annunci roboanti, non sempre seguiti da fatti concreti, per iniziative di alto impatto emotivo ma di scarsissima efficacia. Le polemiche sul muro da erigere al confine tra Usa e Messico sono planetarie, il dibattito al Congresso sulle risorse è accesissimo, ma dopo due anni non si è vista nemmeno la prima pietra e soprattutto - se mai si realizzerà - la barriera fisica non interromperà il flusso di clandestini, che troverà altre strade, come la storia recente ci insegna. In Italia, l’abolizione dei vitalizi dei parlamentari è stata presentata dalla “banda Casaleggio” come una rivoluzione sociale ed economica. Nel caso dei movimenti populisti, il diavolo è sempre nei dettagli. D’altra parte, sempre Treccani definisce il populismo come “un atteggiamento ideologico che, sulla base di principi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo”. E dunque: il taglio non è un taglio ma un ricalcolo (quindi una riduzione), i destinatari non sono tutti i parlamentari ma solo i deputati già pensionati (e c’è da scommettere che in Senato l’iter avrà vita più difficile), il risparmio epocale ammonta a 40 milioni di euro, cioè lo 0,3% di una piccola finanziaria. Resta il principio di giustizia sociale, che cade anch’esso quando si identificano gli ex favoriti in non più di un migliaio di ottuagenari...

c) Una visione localista e autarchica, frutto di una convinzione culturalmente provinciale e gretta, in virtù della quale i problemi che ha il mondo si possano risolvere solo chiudendosi dentro casa. Questa visione si avvantaggia della complessità di alcuni fenomeni globali (la finanza, i cambiamenti climatici, l’energia), che stanno causando negli ultimi 30 anni crisi cicliche, dunque incertezze e paure, corroborate da un riequilibrio della ricchezza globale a sfavore delle democrazie occidentali. Nessuno di questi soloni neo-populisti, però, ci spiega come pensano di rimpiazzare il valore totale di esportazioni e importazioni di merci nel mondo che, per i soli 28 paesi membri della Ue, ammonta a 3500 mld di euro. Tutti pronti a rinchiuderci in casa, riscaldandoci con il braciere e usando il telefono solo per due ore al giorno?

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