Ayala è un uomo dal portamento nobile e dall’espressione sempre vivace, dimostrando ben meno degli anni che ha. Ma la vera sorpresa l’avrà chiunque s’imbatterà nella sua retorica, di un livello ciceroniano, ma convincente anche per un pubblico giovane, sempre emozionante, forse anche perché la vita che ha vissuto non è stata affatto banale. Un uomo al quale non è certo mancato il coraggio, nelle scelte e nell’azione.


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Non possiamo non partire dal maxi processo: risale agli anni ‘80, ma ha segnato la storia della lotta alla mafia e una serie di primati mai più eguagliati: le modalità, il numero dei condannati, gli anni di reclusione, quasi tremila, la straordinaria velocità rispetto alla durata media dei processi in Italia. E attraverso quell’esperienza, si è compreso che quello mafioso è un fenomeno internazionale.

Si, in meno di due anni abbiamo concluso il processo di 475 imputati.

Nella seconda metà degli anni ’70, furono i primi ‘pentiti’ a dirci che i mafiosi non usano mai la parola ‘mafia’ ma parlano di ‘Cosa Nostra’, organizzazione tradizionalmente tendente alla ‘clandestinizzazione’, a comparire il meno possibile e quindi a non attaccare direttamente lo Stato, uccidendo i servitori delle istituzioni. Il coinvolgimento nel grande traffico di stupefacenti, iniziato negli anni ‘70, arricchì i mafiosi con una velocità e una quantità mai viste prima e questi persero la testa. Totò Riina e Bernardo Provenzano decisero di cambiare strategia e instaurare una vera e propria rivalità con lo Stato, per il controllo delle comunità di riferimento.

Ricorda un po’ quanto successo in Colombia con Escobar, che finisce con attaccare lo Stato con ogni mezzo, facendosi eleggere addirittura deputato.

Si, si sentirono talmente potenti da poter attaccare lo stato militarmente, attraverso segnali intimidatori: l’elenco degli omicidi è purtroppo lungo, ne cito solo alcuni per dare l’idea di cosa stava accadendo: nel ‘79, hanno ucciso il capo della squadra mobile di Palermo, Giuliano, che aveva scoperto un traffico di eroina. Il 6 gennaio del 1980, viene ucciso il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella (fratello del Presidente della Repubblica), il cui torto era stato quello di annunciare un risanamento della politica siciliana, soprattutto sul fronte degli appalti pubblici. In quello stesso anno, ad agosto, ammazzano il Procuratore della repubblica di Palermo. Si creò una situazione di riflettori accesi sull’organizzazione, cosa mai successa fino ad allora, davanti a un’opinione pubblica sconcertata. Alla fine degli anni ’70, arriva all’ufficio Istruzioni di Palermo Giovanni Falcone. Falcone, il mio più grande amico, era un superman: nel calcio si sarebbe chiamato Pelè o Maradona. Nel primo processo che riguardava il traffico di stupefacenti di Cosa Nostra maturò quello che poi verrà chiamato il metodo Falcone, che darà dei risultati che noi stessi non ci aspettavamo. Falcone fa questo ragionamento: tutti i fascicoli processuali sulle nostre scrivanie, inerenti a delitti ascrivibili a Cosa Nostra, hanno, diceva, un ‘fil rouge’ che li lega.

Falcone ipotizzò che tutti i fascicoli andassero riuniti in un unico “maxi processo”, perché riunendoli si poteva individuare quel fil rouge. Ne parla con Rocco Chinnici, che era il capo dell’ufficio istruttore di Palermo e aveva una particolare stima nei confronti di Falcone. Chinnici condivise pienamente l’impostazione e affiancò a Falcone Paolo Borsellino, un altro dei migliori giudici istruttori disponibili. Nel luglio del 1983, dopo l’assassinio di Chinnici, il Consiglio Superiore della Magistratura manda a Palermo come successore Antonio Caponnetto, un altro fuoriclasse. Caponnetto si portava dietro la drammatica esperienza del terrorismo al nord e organizza subito un gruppo di 4 giudici istruttori, aggiungendo Peppino di Lello e Leonardo Guarnotta. Siamo ancora in fase istruttoria, ma la pressione giudiziaria su Cosa Nostra aumentava visibilmente, mentre a Palermo, nell’aprile 1981, scoppiò la cosiddetta guerra di mafia, scatenata dai corleonesi per impadronirsi del vertice dell’organizzazione. Fu in realtà una repressione del dissenso più che una guerra: le famiglie palermitane che non accettarono di allearsi con i corleonesi furono sterminate, producendo i cosiddetti pentiti. I sopravvissuti delle famiglie perdenti, con la vita a rischio, scelsero di collaborare con i giudici per consumare la loro vendetta. A Tommaso Buscetta, il super-pentito, rifugiatosi in Brasile, avevano ammazzato i figli, il marito della figlia… Quando viene catturato con mandato internazionale e poi estradato, incontra Falcone, ha fiducia in lui e decide di ‘usarlo’ per consumare le sue vendette, svelando per la prima volta la natura verticistica dell’organizzazione, e confermando così la bontà dell’intuizione di Falcone sulla necessità di un unico maxi processo.

Alcuni dicono che lo sviluppo di Cosa Nostra sia stato anche favorito dalla distrazione dello Stato, alle prese con il terrorismo che stava funestando il Paese. Sei d’accordo?

Non c’è dubbio. Alla tradizionale disattenzione dello Stato nei confronti del fenomeno mafioso, si aggiunse il picco del fenomeno terrorista. Solo l’esplosione degli omicidi di mafia (e la sconfitta del terrorismo) spostarono l’attenzione su Cosa Nostra. Al Ministero della Giustizia c’era Virginio Rognoni e agli Interni Oscar Luigi Scalfaro. Uomini e risorse non ci vennero mai negate. Per una volta, lo Stato, anche per la grande fiducia che riponeva in questo gruppo di magistrati, decise di fare sul serio, perché lo Stato è più forte di tutti, a condizione che voglia usare la sua forza. Falcone sosteneva che i processi si vincono o si perdono al dibattimento, dove non vanno i giudici istruttori perché hanno esaurito il loro compito, al dibattimento ci vanno i pubblici ministeri. Bisognava dunque coinvolgere, pensò Falcone, nel lavoro istruttorio un pubblico ministero che, conoscendo bene l’istruttoria, al dibattimento sarebbe stato in condizione di sostenerla in maniera efficace. La scelta cadde su di me, che diventai quindi una specie di membro aggiunto dell’ufficio istruzione, seguendo anche le commissioni internazionali, altra novità introdotta da Falcone: stabilire collaborazioni dirette e non far viaggiare solo gli atti. Viaggiamo noi, diceva, andiamo a parlare con Giuliani a New York, stabiliamo rapporti di collaborazione costante tra le nostre forze di polizia e l’FBI. Falcone fu veramente un rivoluzionario. Si conquistò una grande fiducia personale, non solo tra gli americani ma in molti paesi, e sancì un’altra grande necessità: la collaborazione internazionale. Se l’organizzazione mafiosa è globalizzata, un paese da solo non ce la può fare. ‘Pizza Connection’, un’indagine che abbiamo fatto insieme Falcone e io, fu emblematica perché l’enorme traffico di eroina si svolgeva nella seguente maniera: alcune famiglie siciliane compravano la morfina base dai paesi mediorientali, dalla Turchia in particolare, e usavano le navi degli ex contrabbandieri per trasportarla in Sicilia, nelle ‘raffinerie’, laboratori chimici dove la morfina diventava prodotto finito, eroina. Poi, con i mezzi più disparati che si possono immaginare, l’eroina veniva trasportata negli Usa e collocata sul mercato dalle omologhe famiglie mafiose americane. Tutte le transazioni economiche che riguardavano questo traffico erano concentrate in Svizzera. Se Turchia, Italia, Usa, Svizzera avessero lavorato isolatamente, Pizza Connection, un processo che ha fatto scuola, non ci sarebbe mai stato. La Svizzera ci aprì il segreto bancario, perché capì l’importanza dell’indagine. Così abbiamo messo in piedi questo processo, in cui io ho sostenuto l’accusa con un grande successo, ottenendo condanne a più di venti anni. E in quel processo per traffico internazionale di eroina non era stato sequestrato neppure un grammo di eroina, ma la documentazione bancaria, incontestabile, ricostruiva tutti i rapporti tra le organizzazioni criminali.

Il famoso ‘follow the money’, un aspetto tecnico finanziario che è risultato fondamentale.

Falcone fu il grande ispiratore di questa strategia, che fu decisiva. Anche perché i mafiosi non se l’aspettavano, perché nessuno ci aveva mai pensato prima. Noi trovavamo assegni di conto corrente! Incredibile! Chiamavi il correntista e gli chiedevi, scusi lei ha fatto un assegno di trecento mila… a favore di tizio, perché? Non ti dico le risposte che davano, per cui si capiva perfettamente qual era l’oggetto di quello scambio di denaro.

Il Maxi-processo poi ha avuto un primo grado secondo le vostre aspettative, rapido ed efficace, un secondo grado invece complicato.

Si, qualche aspetto non venne condiviso dalla Corte d’Appello, però l’impianto nella sostanza rimase in piedi, e il primo grado fu poi confermato il 30 gennaio 1992 dalla Cassazione. Per la prima volta, vennero condannati all’ergastolo Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, un elenco lunghissimo, 19 ergastoli. E per Riina, 165 anni di carcere.

Un processo portato avanti con forze importanti, organizzazione di ferro, tempi veloci, l’aula bunker per 300 imputati. Una cosa all’americana!

Perché fu possibile? Perché ci fu l’impegno dello Stato. Non si era mai visto nulla di simile in Italia. La costruzione della cosiddetta aula bunker venne realizzata in sei mesi!

Eppure, come spesso accade in Italia, questo successo ottenne un grande consenso internazionale mentre in casa c’era, per esempio, il Giornale di Montanelli che storceva il naso, quello di Sicilia anche, e vi creavano una pressione negativa...

La sentenza di primo grado fu nel dicembre 1987, a gennaio ‘88, un mese dopo, il CSM manda a dirigere l’ufficio istruttore di Palermo, non Giovanni Falcone, che ne aveva tutti i titoli, ma Antonino Meli, gran galantuomo, ma che non aveva mai fatto un processo di mafia in vita sua e che, soprattutto, era contrario al pool di magistrati, perché riteneva che il giudice istruttore sia un giudice monocratico e che non ci potesse essere una squadra di giudici istruttori che lavorasse allo stesso processo. Il CSM sapeva che, appena arrivato a Palermo, Meli avrebbe dissolto il pool antimafia, come infatti fece. Questa è la storia. Fu molto avvilente e indebolì la figura di Falcone, che cominciò a essere al centro di attacchi mediatici e istituzionali, che solo lui ha potuto reggere, cose terribili. Ci furono esposti contro di lui, per esempio da Leoluca Orlando, perché accusato di nascondere nel cassetto le prove dei rapporti tra mafia e politica. Io, che passavo la vita con Falcone, posso testimoniare quanto questo sia falso. E lui dovette andare al CSM a difendersi, trovando un’atmosfera tutt’altro che favorevole. Falcone era malvisto nel mondo della magistratura italiana, non perché se ne disconoscesse l’abilità ma perché poneva il problema del merito. Nella magistratura, a quei tempi, si faceva carriera per anzianità, per ‘non demerito’. Uno come Falcone era rivoluzionario in quel sistema. C’era chi gli faceva la guerra, soprattutto al CSM, perché era scomodo.

Il CSM funziona ancora così?

No, hanno cambiato le norme. Il sistema del ‘non demerito’ era una vergogna. Come può una carriera progredire in base al non demerito! Qualche anno fa una legge ha corretto questa stortura e non è più l’anzianità il criterio fondamentale. C’è maggior margine di scelta, ma non mi chiedere di commentare le scelte del CSM….lasciamo perdere….ogni tanto qualcuno l’azzeccano.

Quindi si dissolve il pool antimafia, ma poi si arriva alla Procura antimafia nazionale che si può considerare un’evoluzione del pool...

Anche questa è stata un’idea di Falcone. E avrebbe dovuto andarci lui, che era riconosciuto a livello internazionale. Ma la magistratura e anche la sinistra erano contro questa nomina a Falcone. Poi lo ammazzarono e il problema purtroppo si risolse...

Vista 25 anni dopo, direi che anche quella è stata un’idea felice: oggi, hanno attribuito alla Procura antimafia anche compiti di antiterrorismo. In un’intervista che ho fatto due anni fa al procuratore generale dell’antimafia Franco Roberti, lui lamentava che la cooperazione internazionale era indispensabile per fronteggiare i nuovi sistemi criminali sia mafiosi che del terrorismo ma che su questo fronte si faceva troppo poco. Anche la procura generale europea, Eurojust, aveva un coordinamento faticoso.

Si, è un coordinamento molto burocratizzato. E quando una struttura è molto burocratizzata l’efficienza diminuisce.

È utopia immaginare maggiore cooperazione internazionale?

Un’Europa che vuole andare avanti, deve porsi questo problema, organizzare strutture giudiziarie, di polizia, realmente europee, che superino le competenze nazionali, anche per poter combattere le mafie, che non sono più solo a Gioia Tauro, ma anche a Duisburg...

Abbiamo bisogno di leader più coraggiosi. Dopo questa esperienza storica nella giustizia, sei stato anche in politica. Lo possiamo considerare un proseguimento naturale del tuo impegno professionale?

Doveva essere questo. In realtà, ho incontrato grandi difficoltà. Ho fatto 4 legislature, due alla Camera e due al Senato, abbiamo lavorato con il Ministro Flick a numerosi progetti di legge, che contenevano una revisione profonda della giustizia italiana. Ma solo uno è diventato legge...

Sul piano dei risultati, malgrado la maggioranza di centrosinistra, la delusione è stata profonda.

A proposito di riforma della giustizia, si è parlato spesso di abolire l’obbligatorietà dell’azione penale che - ricordo dai miei studi di giurisprudenza - era considerata un caposaldo dell’indipendenza della magistratura. Però oggi, il protagonismo di alcuni giovani procuratori mette in crisi questo istituto...

E’ un argomento su cui bisogna procedere con molta cautela. Io non ho preclusioni però se da obbligatoria trasformi in discrezionale l’azione penale dai un potere spaventoso ai capi degli uffici delle procure. Chi decide quale azione penale esercitare di fronte a una denuncia di reato e quale non esercitare? Devo però ammettere che la mattina, quando arrivavo in ufficio alla Procura della Repubblica, trovavo 6 o 7 fascicoli e non avevo alcuna possibilità di eseguirli tutti: di fatto, sceglievo io quale privilegiare. Però, se si riuscisse a conferire alla macchina giudiziaria una maggiore efficienza, il sostituto Ayala non troverebbe 7 fascicoli ma 3 e in una mattinata li potrebbe mandare avanti tutti, risolvendo alla radice il problema.

Ti faccio una domanda che mi amareggia farti, ma credo che i nostri lettori siano interessati alla tua risposta, che è storia: tu sei stato un protagonista del pool antimafia, nella stanza dei bottoni. Perché la mafia non ti ha ammazzato?

Nel 1992, Falcone mi convinse ad accettare la candidatura in Parlamento, offertami da Giorgio La Malfa. Quando fu ucciso l’onorevole Salvo Lima, ai primi di maggio del 1992, ero in campagna elettorale. Mi chiama Falcone: ‘ci vediamo domani sera a casa mia anche con Paolo (Borsellino, ndr), ce la fai a venire?’ Ci siamo riuniti noi tre soli. Abbiamo compreso che quell’omicidio era l’apertura di una stagione di omicidi e se ne intuiva il seguito. In quella sede, sia Paolo che Giovanni mi dissero: tu ti salverai se eletto in Parlamento, perché non sarai più ritenuto pericoloso, sarai uno dei mille parlamentari, e loro questo tipo di omicidi non li fanno per vendetta ma per fermarti nella tua azione. L’esempio più clamoroso fu Carlo Alberto dalla Chiesa, non aveva fatto ancora nulla contro la mafia, perché non gli avevano dato i poteri, ma è stato ucciso per mandare un segnale allo Stato: non vi venisse in mente di inventare qualcuno con poteri speciali che ci possa danneggiare. Nella mia requisitoria per l’omicidio Dalla Chiesa, l’ho definito ‘omicidio preventivo’. Falcone li disturbava perché era al Ministero e progettava la superprocura antimafia, lavorava al 41bis; quindi, anche se non era più magistrato nel senso giurisdizionale del termine, era sempre un nemico attivo, Paolo Borsellino era l’unico di noi rimasto alla procura di Palermo, era numero due alla Procura. Per favorire la mia elezione, e quindi la mia salvezza, Falcone volle organizzare un’iniziativa elettorale a mio favore, che si tenne a Palermo il 28 maggio 1992, una settimana prima del voto, e venne anche Borsellino, cosa mai vista da parte di un procuratore generale. C’era dietro questo pensiero: Ayala lo dobbiamo far arrivare in Parlamento, così la fa franca. Ecco cos’era l’amicizia. La famosa fotografia che li ritrae insieme a me, che ha poi fatto il giro delle redazioni dei giornali di tutto il mondo, fu fatta in quell’occasione.

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