Ocalan, il leader carismatico del PKK − il Partito Curdo dei Lavoratori – è imprigionato da quasi venti anni nell'isoletta di Imrali ed ha col tempo perso qualsiasi valenza che non sia quella di simbolo. Attraverso la sua ala politica il PKK ha nel frattempo lavorato per acquisire progressivamente rispettabilità democratica. Dopo le recenti elezioni, avendo superato il quorum del 10 %, esso siede addirittura nel nuovo Parlamento turco, ove dispone di più di una sessantina di seggi. I tempi della guerriglia armata, quei decenni di piombo che secondo le stime ufficiali sono costati alla Turchia almeno quarantamila morti, sembrano ormai definitivamente superati anche se di tanto in tanto un attentato, immancabilmente attribuito alla minoranza curda e per essa al PKK, scuote Ankara, Istanbul, Izmir o qualche altra grande città della penisola anatolica. Nonostante questo i curdi restano però il problema numero uno di una Turchia che negli ultimi anni è passata, non senza traumi, da una democrazia militarmente sorvegliata ad una semi dittatura con una fortissima colorazione religiosa. E del resto è facile comprendere le preoccupazioni turche e quelle del Presidente Erdogan che attualmente guida il paese.


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Nessuno Stato infatti può sentirsi perfettamente sicuro allorché ha nel suo seno una minoranza che ammonta, a seconda delle valutazioni, ad un quarto o ad un quinto della sua popolazione. Oltretutto una minoranza di tradizioni guerriere, che appartiene ad una etnia sparpagliata dalle vicissitudini della storia in sei stati diversi e che si è imposta negli anni più recenti all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale e per il suo straordinario valore in combattimento e per il fatto di costituire ormai, con i suoi 24 milioni di soggetti, il più grande dei "popoli senza nazione " del mondo.

In tempi relativamente recenti, a seguito prima della caduta di Saddam Hussein in Iraq, poi degli anni di confusa guerra civile e di caos totale in Siria, la preoccupazione turca, prima limitata all'ambito nazionale, ha poi acquistato un carattere nazionale ed internazionale al medesimo tempo. In Iraq infatti la sconfitta del dittatore ad opera delle forze anglo – americane, ha permesso la nascita di un Kurdistan iracheno che, anche se non indipendente, gode pur tuttavia di un grado di autonomia estremamente elevato. Un risultato che sembra soddisfare le popolazioni curde locali, memori forse dei decenni di lotta sanguinosa sulle montagne di confine e forse anche consce del permanere della tradizionale spaccatura che divide i clan Barzani e Talebani trasformatisi ora, almeno ufficialmente, in due partiti politici.

Grava anche sui curdi il ricordo delle peripezie dei tempi andati, dai massacri con il gas ordinati da Saddam, agli espatri di massa in condizioni così terribili da indurre l'Onu ad intervenire con operazioni di soccorso. E in una di queste, la Provide Comfort, fu proprio l'Italia il paese che, immediatamente dopo la prima guerra del Golfo, si impegnò maggiormente. Allora la missione fu esclusivamente di pace, ben diversa da quella che quando le terre dei curdi dell'Iraq, e la grande città di Mosul che del Kurdistan Iracheno faceva parte, furono occupate dall'ISIS, l’Italia inviò ad Erbil con il compito di addestrare i peshmerga, i combattenti curdi, alla guerra e ai materiali moderni. Una missione che dura da parecchi anni e che si è rivelata di pieno successo, considerato come i peshmerga sono stati uno dei ferri di lancia della riconquista irachena del territorio nazionale.

L'autonomia del Kurdistan Iracheno non ha comunque mai costituito un problema primario per la Turchia, sia perché i partiti locali apparivano ben distanti dal PKK, sia perché la popolazione dell'area è in parte curda e in parte turcomanna, quindi di ceppo etnico turco. Inoltre le relazioni tra Erdogan e gli uomini al potere in Kurdistan sono sempre rimaste buone.

Ben diverso invece il caso di quei curdi siriani che dopo aver contenuto l'ISIS a Kobane sono riusciti progressivamente ad imporsi nel corso degli ultimi anni come la migliore delle milizie operanti localmente. Il loro successo, agevolato dal crollo del Califfato, è stato infatti tale che i curdi siriani hanno ad un certo punto dato l'impressione di essere destinati ad assumere il totale controllo dell'intera linea di confine fra Siria e Turchia e delle aree siriane limitrofe. La situazione era resa più grave dalla simpatia di cui i curdi siriani godevano in ambito internazionale dopo il ruolo giocato nella neutralizzazione dell'Isis, un sentimento che avrebbe potuto essere capitalizzato nel momento dell’eventuale proclamazione di uno stato curdo siriano indipendente, destinato inevitabilmente ad esercitare, con ondate concentriche, una grande forza di attrazione sul Kurdistan iracheno, sulla minoranza curda di Turchia e sui curdi comunque sparsi in altri paesi dell'area.

Proprio per evitare questo il Governo turco è intervenuto sia sul piano diplomatico - politico che su quello militare. Ha infatti dapprima convinto gli Stati Uniti a rinunciare all'idea di patrocinare la creazione di una forza curdo siriana di trentamila uomini che gli Usa vedevano come una garanzia di stabilità dell'area ma i turchi percepivano quale l'embrione di possibili Forze Armate di uno stato indipendente. Sempre nello stesso ambito non è detto poi che Ankara non risollevi in forma pubblica o privata il problema del futuro dei curdi siriani anche in quella NATO ove essa è considerata, per le dimensioni delle sue Forze Armate, il secondo dei protagonisti. Sul piano militare poi Erdogan ha reagito, prima che la saldatura fra le varie aree controllate dai curdi siriani lungo il confine con la Turchia fosse completata, con una offensiva che per ora ha conquistato la città di Afrin ma che probabilmente non si fermerà lì.

La prospettiva di uno stato curdo indipendente sembra quindi destinata ad allontanarsi, anche se ormai esistono sul terreno due grandi aree, una in Siria e l'altra in Iraq, che appaiono ormai come veri e propri embrioni di Stati curdi. Destinati ad unirsi tra loro e ad esercitare una forte attrazione per le altre minoranze curde dell'area?  Impegnati, sia pure tra difficoltà e contrasti in un continuo processo di crescita? Non inevitabilmente ... ma ricordiamoci come il libro dei Tre Regni, opera nazionale cinese che descrive uno dei periodici frazionamenti del Celeste Impero e la sua successiva ricostruzione, termini sottolineando come "tutto ciò che è separato tenda sempre a riunirsi! "

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