Se la storia è fatta di dettagli, i dettagli che stanno cambiando la storia del Corno d’Africa portano i nomi di Ahmed Abiy e Isaias Afewerki, presidenti rispettivamente di Etiopia ed Eritrea. La storia a cui ci riferiamo ha per pietra miliare l’accordo di pace sottoscritto ad Asmara lo scorso 9 luglio tra Etiopia ed Eritrea: un trattato che mette fine a una guerra di confine durata 20 anni e che ha prodotto più di 70mila morti, congelando di fatto il destino di una vasta e strategica area geografica e, soprattutto, quello di decine di milioni di persone. Dopo anni di stallo, alla firma dell’accordo di pace si è arrivati solo dopo la caduta ad Addis Abeba della leadership della minoranza tigrina, al potere da decenni, e l’ascesa di Abiy, un giovane e promettente statista, già definito il nuovo Mandela, salito al potere in rappresentanza della maggioranza Oromo. Un cambiamento decisivo, senza il quale non si sarebbe arrivati al nuovo promettente corso di oggi.

I tigrini infatti, anche per comuni origini etniche, erano gli antichi alleati dell’Eritrea. Cugini di sangue e compagni di rivoluzioni poi però divenuti i peggiori nemici di Asmara per conclamate ragioni di diffidenza ed interesse. La caduta del TPLF (Tigray People Liberation Front) e la contemporanea ascesa di Abiy hanno dunque sbloccato una situazione incancrenita da decenni, portando in poche settimane all’epocale accordo di pace di Asmara. Ed qui entrano in gioco le personalità e le capacità di Abiy e di Afewerki, il dettaglio che ha fatto la differenza.

La storia dei due uomini è radicalmente diversa. Curriculum imparagonabili, sensibilità e caratteri dissimili di persone che tuttavia hanno trovato subito un accordo partendo dalla medesima felice intuizione: spiazzare tutti, facendo subito la pace. Un’intuizione politica e una velocità di esecuzione risultati vincenti. Ad aprire le danze del cambiamento è stato Abiy. Lo ha fatto prima a casa sua. Nel giro di soli due mesi ha abrogato lo stato di emergenza, scarcerato i prigionieri politici, rimosso i capi dell’esercito e avviato riforme volte a liberalizzare l’economia e a ridefinire il ruolo della donna. Messo mano alle questioni domestiche il giovane leader si è poi concentrato sul bersaglio grosso, la pace nell’intero Corno d’Africa a cominciare con l’Eritrea.

Dal canto suo Afewerki ha avuto la medesima intuizione e cioè che l’arrivo di Abiy e la sua voglia di cambiare erano un’occasione da cogliere, utilizzando la stessa arma: la velocità. Così nel giro di due visite di stato si è arrivati a quell’accordo di pace che definisce una storia di confini (parliamo di pochi chilometri quadrati nell’area di Badme), che per altro nel 2000 era già stata regolata con l’Accordo di Algeri in favore di Asmara, e ridà speranza a tanta gente. La visita di Afewerki in Etiopia è stata acclamata dagli Oromo e dagli Amara proprio perché hanno capito che per più di 20 anni l’Eritrea si è battuta anche per l’unità dell’Etiopia opponendosi di fatto al desiderio di secessione del Tigray e impedendo così una somalizzazione del paese. Abiy e Afewerki hanno così portato a compimento un blitz diplomatico, sui quali pochi avrebbero scommesso in precedenza.

E che fossero nel giusto lo si è capito subito.

Oltre al plauso della comunità internazionale, il trattato di Asmara ha stimolato un processo di pacificazione che sta riguardando tutta l’area ed interessando paesi come il Sud-Sudan, la Somalia, Djibouti, l’Egitto. Ed è questa poi la vera chiave politica da utilizzare per capire come si sia potuti arrivare a questo clima pacificatore. Gli Stati Uniti, e buona parte dell’Europa, dopo aver sostenuto per decenni i disegni egemonici dei tigrini di Addis Abeba, inutili quanto dispendiosi, con l’arrivo di Trump hanno cambiato registro. La narrativa propagandistica orchestrata dall’Etiopia con il sostegno di Usa ed Ue, che ha portato a sanzioni Onu contro l’Eritrea, aveva cominciato ad incrinarsi già da tempo, fino ad arrivare ad esplicite ammissioni di vari diplomatici circa l’esistenza di una campagna di diffamazione orchestrata al solo fine di indebolire economicamente e fiaccare militarmente l’Eritrea.

Con l’arrivo di Trump le cose sono nettamente cambiate, al punto che, dopo le denunce di vari diplomatici, il deputato repubblicano Dana Rohrabacher della commissione Foreign Affairs, ha scritto al Segretario di Stato, Michael Pompeo, chiedendo di far decadere subito le sanzioni e di riprendere immediatamente le relazioni diplomatiche con Asmara. Aperture nei confronti dell’Eritrea che di fatto restituiscono valore al lavoro compiuto da Afewerki, in questi anni di suo ininterrotto comando. La propaganda costruita per arrivare alle sanzioni ha dipinto Afewerki come un puro dittatore. Pochi sono andati a vedere quello che realmente è cambiato sotto la sua guida in un paese che oltre a fare la guerra con l’Etiopia (95 milioni di persone contro 6 milioni) ha provato a trasformare se stesso.

Negli ultimi anni sono andato due volte ad Asmara e ho potuto constatare che il paese non era quello che raccontano i media internazionali. Oggi ci sono meno malati di Aids in questo piccolo paese africano che in tutta Washington, la gente non muore più di fame perché in ogni villaggio è stata portata l’acqua, ogni cittadina ha il suo presidio medico ospedaliero, il che ha innalzato l’aspettativa di vita, la formazione scolastica e universitaria è gratuita per tutti, il paese è fermamente laico, l’infibulazione è stata bandita e non si pratica più da anni. Questo giusto per fare qualche esempio sullo stato dell’Eritrea ad oggi. Certo non ci sono elezioni democratiche come le intendiamo noi, ma piuttosto consultazioni sul modello del partito unico cinese, e il paese è più chiuso e controllato di tanti altri. Ma il punto è che per vent’anni questo paese ha vissuto in uno stato di guerra e con un nemico potentissimo all’uscio. Chiedere esercizi di maggiore democrazia è stato parte del gioco propagandistico orchestrato dall’Etiopia.

Ora dunque si apre una nuova era. Abiy e Aferwerki firmando l’accordo di pace hanno scritto una prima fondamentale nuova pagina della storia africana, assumendosene il merito, che secondo alcuni li potrebbe portare al Nobel per la pace, ma anche gli oneri. Ad entrambi questi due leader ora spetta il compito non facile di andare avanti con la stessa rapidità nel solco che hanno già tracciato, continuando con le riforme, pacificando l’area nell’interesse di tutti, gestendo meglio l’annosa questione dei flussi migratori e rafforzando, ora sì, i processi di crescita democratica delle istituzioni. La scommessa è alta come il valore del suo risultato: un Corno d’Africa pacificato e produttivo è utile a tutti, alla Cina, che in questa area da anni investe costantemente, ma anche a Usa ed Europa, affamati di nuovi mercati, e alla stessa Unione Africana che ha sede ad Addis Abeba. In questa area l’Italia potrebbe avere un ruolo importante sfruttando i suoi trascorsi e una presenza ancora significativa, ma dovrà uscire da quella fascia d’ombra nella quale si è nascosta negli ultimi decenni per non dispiacere gli alleati atlantici.

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