Un cittadino britannico che risiede in parte in Ungheria e in parte in Camerun, desidera che la moglie camerunense gli faccia visita a Budapest. Parte la domanda per un visto di breve durata per l’area Schengen, il territorio dei 26 paesi europei che hanno abolito le frontiere. La domanda dovrebbe essere trattata tramite procedura accelerata e gratuita, come richiedono le regole europee per i familiari extra-comunitari di cittadini Ue, che esercitano il diritto alla libertà di circolazione. Eppure l’impiegato consolare insiste che venga fornita prova di un contratto di lavoro in Ungheria, che venga presentato un estratto conto bancario e che si paghino le spese per il visto. La pratica, insomma, viene trattata come quella di un visto turistico. Risultato: visto negato per mancanza di documentazione e sospetto di un’unione di comodo.


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Non è una storia isolata, ma uno dei tanti casi esaminati da Your Europe Advice, un servizio gratuito d’informazione sui diritti dei cittadini in Europa. Il servizio è gestito per la Commissione europea da European Citizen Action Service (ECAS), un’organizzazione basata a Bruxelles che si occupa di questioni di cittadinanza. Ogni anno Your Europe Advice riceve circa 20.000 richieste di assistenza, a cui risponde in una delle 24 lingue ufficiali della Ue segnalando agli utenti a chi rivolgersi per risolvere i vari problemi.

Sulla base di queste richieste, ECAS ha compilato un rapporto sulle difficoltà in cui si imbattono le persone che decidono di trasferirsi in altri paesi della Ue. Sono circa 20 milioni gli europei che scelgono di vivere, studiare o lavorare in un altro stato dell’Unione, appena il 3,8% della popolazione totale. Per molti il trasferimento si compie senza particolari difficoltà, ma per altri il percorso è ad ostacoli.

In base ai dati raccolti da ECAS tra gennaio 2015 e giugno 2017, il diritto d’ingresso, cioè la possibilità di entrare liberamente in un altro paese Ue, è ancora difficile da far rispettare. I problemi sono diversi: dalle carte d’identità cartacee (ad esempio di Grecia e Ungheria) non accettate come documenti di viaggio in altri paesi, al mancato rilascio di documenti da parte delle proprie autorità consolari. Anche i bambini con doppia nazionalità possono incontrare difficoltà. La Polonia, ad esempio, richiede che i figli dei propri cittadini abbiano un passaporto polacco per poter uscire dal paese.

La stragrande maggioranza degli ostacoli procedurali, tuttavia, riguarda partner o familiari originari di paesi non-Ue, com’è accaduto all’inglese in Ungheria. Spesso il problema consiste nell’assenza di informazioni adeguate o nel dover trattare con persone che gestiscono i visti ma non sono al corrente delle regole europee. Il visto per l’area Schengen, ad esempio, non è necessario per i familiari non europei che già possiedono un documento di residenza nell’Unione. E quando il visto è necessario, le pratiche dovrebbero essere semplificate.

In questo campo, dice ECAS, le richieste di assistenza sono aumentate in modo significativo negli ultimi sei anni, passando dall’11 al 20% del totale. "Le difficoltà incontrate dai familiari dei cittadini europei che esercitano la libertà di circolazione in Europa rivelano una tendenza preoccupante, che minaccia una base importante delle nostre società: il diritto alla vita familiare," afferma la direttrice di ECAS Assya Kavrakova.

Il secondo campanello d’allarme riguarda il diritto di residenza. In generale, questo non è un problema per chi si trasferisce in un altro paese Ue con un contratto di lavoro. Ma per studenti, lavoratori autonomi, lavoratori part-time, persone autosufficienti o in cerca di lavoro, la strada può essere in salita a causa di regole contradditorie imposte dalle autorità nazionali.

In Svezia, ad esempio, tutti i residenti devono iscriversi all’anagrafe e avere un numero di identificazione personale (il “personnummer”, un equivalente del codice fiscale). Senza questo numero non si può accedere a servizi pubblici come la sanità. Molti residenti europei, però, si vedono negato il numero perché non possono dimostrare che rimarranno nel paese per almeno un anno (ad esempio se sono lavoratori temporanei) e, nello stesso tempo, non si vedono riconosciuta la carta sanitaria europea che dovrebbe provvedere temporaneamente alle loro necessità mediche.

In Francia, ai residenti europei non è richiesta l’iscrizione al registro della popolazione. Chi ha necessità di iscriversi, ad esempio per avere un certificato di residenza, spesso vede la domanda rifiutata perché non considerata necessaria. Senza documenti, però, non si può accedere ai servizi sociali. Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione, questa situazione mette soprattutto a rischio i diritti dei residenti britannici, che rischiano di non poter provare da quanto tempo risiedono in Francia.

Ci sono poi Spagna, Francia, Italia e Portogallo, che spesso non riconoscono i certificati di nascita o matrimonio rilasciati da paesi extra-comunitari. In questi casi, le autorità consolari richiedono che l’atto sia apostillato e tradotto ufficialmente, o che sia stato rilasciato da meno di tre mesi. Tutto ciò può richiedere lunghe pratiche e viaggi nei paesi interessati, con costi esorbitanti. E ancor più difficili sono i riconoscimenti di unioni per le coppie omosessuali.

Queste sono soltanto le principali questioni emerse dal rapporto ECAS “Freedom of Movement in the EU, A Look Behind the Curtain” (Libertà di movimento nell’Ue, uno sguardo dietro le quinte). In pratica, la lista degli ostacoli sul percorso di una “vita europea” è molto più lunga. Che cosa sta succedendo all’idea di uno spazio unico di cui possano beneficiare persone, famiglie ed imprese?

"La situazione dei diritti dei cittadini in Europa si è andata deteriorando dal 2015 a causa della crisi economica, dell'ondata di arrivi di immigrati e rifugiati e della minaccia terroristica. L'attenzione si è spostata verso la sicurezza e gli stati membri della Ue sono diventati più inventivi, per così dire, su come indebolire la libera circolazione,” spiega Kavrakova. “I problemi di applicazione delle regole sulla libera circolazione delle persone non sono nuovi. In passato, la questione più problematica riguardava il diritto alla sicurezza sociale in altri paesi della Ue. Ma dal 2015 abbiamo visto emergere ostacoli anche sul diritto d’ingresso e residenza. E’ preoccupante, perché questi sono i diritti al centro del concetto di cittadinanza europea," aggiunge.

La libertà di circolazione delle persone è uno dei pilastri dell’Unione, affermata fin dal Trattato di Roma del 1957 (assieme a quella delle merci, dei capitali e dei servizi). Il principio venne concepito per “eliminare le barriere che dividono l’Europa” e “porre le fondamenta di una unione sempre più stretta fra i popoli europei”. Con gli anni, direttive, regolamenti e sentenze della Corte europea di giustizia hanno contribuito a tradurre il principio in realtà.

Oggi, secondo un recente sondaggio dell’Eurobarometro, l’82% dei cittadini europei è favorevole alla libertà di circolazione delle persone, una percentuale che va dal 95% dei paesi baltici al 72% del Regno Unito e al 70% in Italia. Il 58%, inoltre, lo considera uno dei maggiori successi dell’Unione europea. Ma il rapporto ECAS mostra che la sua realizzazione pratica resta incompleta, segno che per molti governi quell’”unione più stretta” non è così prioritaria e le persone provenienti da altri paesi sono ancora più ospiti che cittadini.

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