Il suo programma politico interno è il Concilio Vaticano II e la sua politica estera è la Ostpolitik, ma in un mondo non più spaccato tra est e ovest ma tra nord e sud. Papa Francesco, dunque, si propone come cerniera tra nord e sud, così come Wojtyla lo è stato tra est e ovest. Questa definizione delle politiche portate avanti da Papa Francesco mi è sembrata efficace e completa, a distanza di cinque anni dal suo insediamento, il 19 marzo del 2013, e descrive bene il soft power della Santa Sede sullo scacchiere internazionale. Di grande significato simbolico l’apertura della Porta Santa del Giubileo, a novembre 2015, a Bangui, in Repubblica Centroafricana, a testimonianza del rovesciamento della geopolitica propugnato da Francesco: è la periferia che parla al centro e non il contrario. D’altra parte, Mario Bergoglio, discendente di emigrati italiani, il mondo lo ha sempre visto dalla periferia ed è un discorso da periferico e migrante che tenne al Parlamento europeo, quando interrogò i parlamentari su dove fosse finita l’Europa dell’accoglienza e dell’integrazione, figlia della millenaria civiltà del Mediterraneo. Ma l’evidente rovesciamento geo-politico non è anti- globalista, come pure qualcuno ha sospettato. “Se la globalizzazione crea connessioni, lasciando a ciascuno la propria identità, va bene; non va bene, se porta indifferenza”. Queste sue parole spiegano la visione globale di Francesco, con al centro i poveri, che - sempre citandolo - non sono una formula teorica dei comunisti, ma l’obiettivo dell”azione pastorale della Chiesa del Concilio Vaticano II”


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Ma torniamo alla geopolitica: per capire davvero cosa stia succedendo nella Chiesa cattolica, va analizzata la rotta tra Stati Uniti e Vaticano. A cinque anni dall’inizio del pontificato, Bergoglio e la chiesa a stelle e strisce continuano a non amarsi. Per molto tempo, Roma e Washington sono andate tutto sommato d’accordo, prima con Giovanni Paolo II, fervente anticomunista, e poi con l’eurocentrico Benedetto XVI. Con l’elezione di papa Francesco, l’Europa cristiana e l’occidente in generale hanno sicuramente perso la propria centralità. Jorge Mario Bergoglio è un Papa “globale”, non solo perché è stato preso “quasi alla fine del mondo “, come ha detto scherzosamente lui stesso, ma perché il suo punto di vista è totalmente nuovo.

Francesco guarda altrove: pochi sono stati i suoi viaggi nel continente europeo, a parte l’Italia di cui è primate. Il primo viaggio negli Stati Uniti è avvenuto solo due anni e mezzo dopo la sua elezione, in coincidenza con un appuntamento fissato dal suo predecessore (l’incontro mondiale delle famiglie). Sicuramente il ruolo del clero americano  è stato, seppur cautamente, ridimensionato dal papa argentino, con una riduzione della partecipazione dei vescovi americani ai processi decisionali e alle nomine più importanti (solo il 6% dei cardinali nominati da Bergoglio sono Nord Americani) .

Inoltre l’universalismo di Francesco cozza certamente con il suprematismo moralista dei White Christians che sostengono Trump. Le rivelazioni a orologeria dell’ex nunzio apostolico a Washington monsignor Carlo Maria Viganò, durante il viaggio del Papa a Dublino, sono state il segnale inequivocabile di una guerra in corso. La sua presunta negligenza sui casi di pedofilia nella Chiesa suona come una chiamata alle armi per il variegato fronte dei suoi detrattori (non solo americani), mentre l’ascesa degli evangelici in America diventa sempre più irrefrenabile.

Del resto, da una prospettiva geopolitica prima che dottrinaria, l’agenda di Francesco è opposta a quella americana: le aperture verso regimi come quello cubano, l’incontro con il Patriarca Kirill, il primo passo verso il superamento della millenaria guerra fredda che ha diviso Roma da Mosca e, non ultimo, l’accordo con la Cina, non coincidono esattamente con l’agenda di Donald Trump.

Ed è certo che Francesco ha riportato la geopolitica vaticana nello scacchiere internazionale, dopo gli anni del ripiegamento sui problemi che affliggevano la chiesa all’ interno (gli scandali finanziari, la pedofilia), proponendosi come attore geopolitico universale. La segreteria di Stato è passata da un canonista come Bertone a un diplomatico come Parolin, non a caso.

Wojtyla certo aveva viaggiato di più, visitando oltre 200 paesi, più di tutti i papi precedenti messi insieme. Giovanni Paolo II però è stato un globe trotter, più che un Papa globale. I suoi valori geopolitici erano legati soprattutto al suo anticomunismo e alla sua lotta contro “l’impero del male”. E ancora meno globale è stato Benedetto XVI, nel suo tentativo di riconquistare l’Europa mentre l’eurocentrismo della religione era già all’angolo.

Francesco ha guardato molto all’America Latina ma anche all’oriente.

Benedetto XVI, in otto anni di papato, non aveva mai messo piede in Asia, il continente meno cattolico del mondo, mentre già Giovanni Paolo II aveva auspicato invece nel terzo millennio un ritorno della croce in Asia.

Francesco è andato in Corea del sud, nelle Filippine, in Sri Lanka, in Birmania e in Bangladesh. Una politica di avvicinamento alla Cina, verrebbe da dire.

L’accordo raggiunto con Pechino a settembre è un bel colpo e segna il primo passo di un cammino verso una possibile riconciliazione.  Anche se l’obiettivo dell’accordo non è politico ma pastorale, molte sono le diramazioni politiche di questa scelta, perseguita sin dall'inizio del suo pontificato da Papa Francesco e dal suo Segretario di Stato Pietro Parolin, artefice della famosa “lettera” di Benedetto XVI ai cattolici cinesi del 2007, che rappresentò un punto di svolta, dopo anni di tensioni tra la Santa Sede e Pechino. L’intesa è ancora provvisoria e prevede valutazioni periodiche sullo stato delle cose. L’accordo però è un tassello fondamentale nella spinta a oriente di questo papato, anche se ancora lontano è il ristabilimento delle relazioni diplomatiche.  

Lo scoglio è Taiwan: il Vaticano è l'unico stato in Europa che ha relazioni con Taipei e una rottura in questo senso non è pensabile. Il vice-presidente taiwanese Chen Chien-jen ha commentato l’accordo dicendo alla che il governo di Taiwan è consapevole che si tratta soltanto di un'intesa su questioni religiose, senza alcuna implicazione politica. Se tutto procedesse senza intoppi, si potrebbe immaginare un viaggio di Francesco in Cina; il Papa ne parla dal 2014, cioè da quando Pechino ha concesso al Vaticano di sorvolare il proprio spazio aereo, in occasione di una delle visite asiatiche del Papa.

Molte sono le voci contrarie, interne ed esterne. In primis il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito di Hong Kong, che ha sempre puntato il dito contro il Papa, accusandolo di voler svendere la Chiesa a Pechino, che “mostra disprezzo per la fede genuina”. Poi i grandi centri di potere americani, che non vedono di buon occhio il riallacciamento di un rapporto tra la chiesa cattolica e la Cina, tornato ad essere un nemico nell’era di Trump. Il riconoscimento del Vaticano contribuirebbe non poco a quella  “normalizzazione internazionale” a  cui Pechino aspira, distogliendo l’ attenzione dalla questione del rispetto dei diritti umani.

Qual’è la visione che questo Papa non europeo ha dell’Europa? Bergoglio si è definito un figlio “che nella madre Europa ritrova le sue radici di vita e di fede”. L’itinerario dei suoi viaggi nel continente è partito dalla porta d’Europa: il Mediterraneo. La prima visita è stata Lampedusa e poi c’è stata anche Lesbo.

“Non si può tollerare che il Mar Mediterraneo diventi un grande cimitero” ha tuonato Francesco al parlamento di Strasburgo, invitando i 28 ad un’azione comune , unica possibilità per affrontare la questione migratoria in maniera sistematica.  "La creatività, l'ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all'anima di questo continente", ha affermato il Pontefice. "Che cosa ti è successo, Europa?"

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