Il “Paradigm Shift” di Washington, realizzatosi a seguito dell’elezione di Donald Trump nel Novembre 2016, ha ostacolato, in modo molto rilevante, l’apertura politico-economica intrapresa da parte di Teheran nei confronti dell’Ue e degli Usa dell’ex Presidente Barack Hussein Obama.


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L’Iran, che si stava aprendo al mondo, iniziando ad avviare una serie di accordi economico-commerciali, soprattutto con i paesi europei, è stato inaspettatamente danneggiato dall’improvviso e unilaterale ritiro di Washington dal nuclear deal, sottoscritto nel febbraio del 2016 tra l’Iran e il gruppo 5+1.

Innanzitutto va sottolineato che questa decisione di Trump non è solo un tirarsi indietro da un accordo internazionale già sottoscritto, ma rappresenta una vera e propria inedita linea politica di Washington nei confronti della Repubblica Islamica. Se le amministrazioni americane, nella loro anima repubblicana, come in quella democratica, avevano comunque raggiunto, negli ultimi 40 anni, una certa soglia di tolleranza nei confronti di Teheran, l’amministrazione Trump sembra, però, voler decisamente abbassare questa soglia.

In altri termini, si potrebbe, anzi, dire che Washington ha intrapreso una diversa politica estera nei confronti dell’intero Medio Oriente, cercando di colpire l’islam politico e segnatamente la Repubblica Islamica, in quanto proprio Teheran è, infatti, uno dei principali promotori dell’Islam politico nella regione. Washington non tollera più questa linea politica e per questo motivo va a colpire tutti settori sensibili per Teheran, dalla sfera economico-commerciale a quella geopolitica.

Infatti, Washington non si è limitata a ritirarsi dall’accordo JCPOA, ma ha avviato, negli scorsi mesi, una serie di importanti pressioni nei confronti di paesi amici, quali India e Giappone, al fine di ridurre, se non eliminare del tutto, l’importazione del petrolio iraniano, principale fonte economica della Repubblica Islamica. Il pressing di Washington, almeno al momento, sta riscuotendo i risultati che si prefiggeva in quanto l’economia iraniana attualmente si può dire che sia in caduta libera. La valuta persiana, il Rial, si è svalutata del 400% negli ultimi otto mesi, l’inflazione è salita addirittura al 35%, mentre la disoccupazione tocca ormai il 40%.

Una buona parte degli iraniani sta addirittura facendo incetta di scorte alimentari, temendo guerre, carestie o anche solo carenze di alimenti. Inoltre, molti iraniani hanno prelevato tutti i risparmi che detenevano nelle banche convertendoli in valuta estera o in oro. Non manca però chi ancora conserva fiducia nei confronti del sistema Paese e del sistema economico-bancario, una schietta minoranza, e, pur avendo perso di valore, mantiene il deposito dei risparmi in banca.

Oltre che sul fronte economico, gli Usa di Trump, in linea più generale, hanno intrapreso un vero e proprio roll back, nei confronti dell’Iran.

Nel senso che, sul piano geopolitico, le quattro aree in cui Teheran, per via della sua componente sciita, esercita solitamente una certa ascendenza, Iraq, Yemen, Siria e Libano, iniziano, invece, a risentire anche dell’influenza americana. In Iraq, per esempio, l’Iran, già ora, non esercita più l’influenza di una volta: il fronte sciita, fedele all’Iran, ha perso peso politico e rivali, quali Muqtada al-Sadr, unitamente ai nazionalisti e ai laici, guadagnano sempre più terreno, a detrimento del consueto ruolo iraniano.

Tutto ciò sta provocando, sul fronte interno iraniano, una serie di reazioni, sia sul piano politico-istituzionale che su quello prettamente sociale. Sul fronte politico, i pragmatisti, sostenitori del presidente Hassan Rouhani, si vedono in estrema difficoltà perché vengono visti come i principali responsabili della crisi economica. Essi cercano di dare speranza alla popolazione, sottolineando che si tratta solo di una contingenza di difficoltà e che, nel medio periodo, la situazione è destinata a migliorare. Promesse queste che, però, non trovano credito tra i vari strati della popolazione, sempre più sofferente sul piano economico. Nell’ultimo anno, infatti, si sono registrate varie manifestazioni di protesta legate ai sempre più gravi problemi economici. A titolo di esempio, si ricordino lo sciopero dei camionisti, la chiusura del grande Bazar di Teheran per lo sciopero degli esercenti in segno di protesta nei confronti del governo e il malcontento di insegnanti e impiegati statali, i quali vedono le loro buste paga sempre più indebolite da una progressiva perdita del potere d’acquisto.

Pertanto, i conservatori puntano il dito contro Rouhani, accusandolo di essersi fidato degli Stati Uniti, ingenerando la falsa speranza di un rapporto più aperto verso il mondo occidentale, subito vanificata però dagli stessi americani, con la marcia indietro di Trump dal patto per il nucleare. Per i conservatori, infatti, sono gli Usa, insieme a Israele e Arabia Saudita, i veri nemici del popolo iraniano.

Gli iraniani, d’altro canto, si trovano, in un certo senso, ad essere traditi anche dal fronte europeo. In quanto essi contavano soprattutto sull’Europa che, in un’unità di intenti, avrebbe dovuto sostenere il mantenimento dell’accordo nucleare con l’Iran, adottando una chiara linea in favore di esso, mentre alla prova dei fatti l’Ue si è mostrata disunita e incapace di trovare una linea comune su questo fronte.

Inoltre, le istituzioni europee hanno oggettive difficoltà a indirizzare il settore economico privato a mantenere rapporti commerciali con soggetti iraniani, a causa delle sanzioni che ne verrebbero da parte americana. Di fatto, al momento, si registra un calo nelle relazioni economiche tra Teheran e i paesi Ue, con l’evidente prospettiva dell’interruzione dei diversi negoziati economici in corso, rappresentando questo un danno certo, sia per Teheran quanto per i paesi dell’Ue, in particolare per i partner strategici dell’Iran quali Italia, Germania, Francia e Austria.

Anche nel prossimo futuro la situazione non pare suscettibile di miglioramenti o di inversioni di tendenza: il 2019 vedrà lo svolgimento delle elezioni europee e, a meno di particolari sorprese, vedrà vincitrice una maggioranza politica diversa da quella che, allora, sostenne l’accordo sul nucleare. Quindi l’Ue potrebbe, in prospettiva, essere ancora meno incisiva, rispetto ad oggi, nel contenimento di Washington e della sua politica nei confronti della Repubblica Islamica. Inoltre, sono previste per novembre ulteriori sanzioni Usa nei confronti di Teheran, in grado di aggravare ulteriormente la già fragile situazione economica del paese asiatico.

Tanto che In Iran, per la prima volta, neanche la classe politica sembra capace di dare risposte rassicuranti, diffondendosi un clima di pessimismo anche tra i religiosi e, di conseguenza, tra la popolazione che ne risente in modo drammatico.

L’Europa, al momento, si mostra poco efficiente e se non riuscirà ad arginare gli effetti devastanti della politica Usa sull’economia iraniana, dovremo aspettarci lo scoppio di una crisi economico e sociale dalle conseguenze poco prevedibili, se non quella certa che saranno proprio gli stessi Usa, oppure i giganti orientali, Russia e Cina, a farla da padroni sul mercato iraniano.

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