Valerio Riavez collabora con la società francese Liegey Muller Pons (LMP), attiva nella consulenza tecnologica per la strategia elettorale di partiti e candidati politici. Nato a Roma 33 anni fa, Riavez è cresciuto professionalmente nel settore della finanza lavorando con Mediobanca e il fondo di investimenti Blackrock, prima di specializzarsi in tecniche moderne di campagna elettorale all’università di Harvard a Boston e al Massachussets Institute of Technology (MIT). Nel 2016 la LMP ha cominciato a curare le presidenziali di Emmanuel Macron seguendo il lancio del suo movimento En Marche!. Una collaborazione che continua ancora oggi in vista delle elezioni europee previste nel maggio del prossimo anno.  Attualmente Riavez si occupa del settore internazionale, applicando per altre campagne le stesse strategie utilizzate per far vincere le elezioni a Macron.


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La corsa alle presidenziali dell’attuale capo dello Stato francese è stata caratterizzata da una comunicazione off line, basata su una precisa strategia incentrata sul rapporto diretto con i potenziali elettori. All’aspetto meramente tecnico riguardante l’analisi dei dati, si è aggiunto quello umano, che come spiega Riavez “è servito a recuperare un interesse non solo utilitaristico dell’elettore”. Una tattica che ricalca quella inaugurata da Obama nel 2008. In questo quadro, i giovani militanti di En Marche! hanno sfruttato le potenzialità del web come punto di partenza per un lavoro capillare sul territorio. Un esempio di come la politica può rispondere ai bisogni delle nuove generazioni senza passare necessariamente per le vie digitali.

Lavorando in diverse campagne elettorali in giro per il mondo, Riavez ha avuto l’opportunità di entrare in contatto con ragazzi e ragazze poco più giovani di lui. Una serie di esperienze che gli hanno permesso di maturare una visione di insieme del rapporto tra giovani e politica.

Che ruolo ha svolto internet nella comunicazione politica di Macron durante il percorso che lo ha portato all’Eliseo?

VR Il web è stato senza dubbio un elemento fondamentale nella campagna elettorale di Emmanuel Macron. Tuttavia, oltre ad investire nella comunicazione su Internet, En Marche! ha deciso di puntare sull’elemento umano, reclutando dei volontari per diffondere il suo messaggio. Quando è nato, il movimento dell’allora candidato Macron contava poche centinaia di persone e aveva bisogno di ampliare la sua base per riuscire ad arrivare all’orecchio di tutta la Francia. In quest’ottica, la rete è stata un mezzo per lanciare una “chiamata alle armi” che ha permesso di radunare e formare circa 6mila volontari, per la maggior parte giovani. Dopo questa prima fase è stata lanciata una campagna di ascolto, dove i militanti si sono impegnati in una serie di operazioni porta a porta volte ad incontrare personalmente l’elettorato.

Il potenziale elettore è diventato così militante.

VR Quando ci si affida a una comunicazione basata sui 280 caratteri di Twitter o sui video postati attraverso Facebook ed Instagram, si fa leva su un certo tipo di emozioni. Il modello che abbiamo adottato per la campagna elettorale di Macron si basa su un metodo codificato da Marshall Ganz, Senior Lecturer in Leadership, Organizing, and Civil Society all’università di Harvard con il quale ho avuto l’opportunità di studiare. Ganz ha cominciato a fare community organizing negli anni Sessanta con Martin Luther King e nel 2008 ha curato le attività sul territorio per la candidatura di Obama alla Casa Bianca. L’obiettivo è stato quello di creare un legame reale con i giovani che si sono messi a disposizione di En Marche!, rendendoli partecipi e valorizzando la loro attività. Invece di investire esclusivamente su Facebook per una comunicazione mirata, si è deciso di fare leva su un capitale umano formato dalle nuove generazioni. Naturalmente stiamo parlando di un’organizzazione strutturata che richiede un grande sforzo in termini logistici. Non si tratta di cliccare semplicemente su un sito, ma c’è bisogno di formare un network di contatti ed organizzare il lavoro di centinaia di persone.

Quali sono gli altri fattori che si aggiungono a questo elemento umano?

VR C’è una parte che riguarda l’analisi dati e serve ad individuare dove si trovano i potenziali elettori. Noi utilizziamo solamente informazioni pubbliche per indicare ai partiti e ai candidati con cui lavoriamo in quali aree geografiche c’è la più alta concentrazione dei loro elettori. A questo si aggiunge poi un terzo elemento, rappresentato dalla piattaforma “50+1”, utilizzato per orientare i volontari sul territorio e indicargli le zone più interessanti dove operare.  

Così Internet sembra essere stato relegato a un ruolo di secondo piano nella comunicazione politica di En Marche!

VR Diversi studi condotti in paesi come Stati Uniti, Francia o Italia hanno ampiamente dimostrato che il mezzo migliore per convincere un potenziale elettore è il confronto faccia a faccia. In questo modo è possibile andare a parlare direttamente con le persone interessate e avere maggiori probabilità di convincerle. Ma questo metodo permette soprattutto, come nel caso di En Marche!, di coinvolgere dei giovani che hanno voglia di fare politica e metterli al centro della campagna elettorale. Internet è stato usato come un mezzo dal candidato Macron, che ad esempio ha diffuso dei video di formazione per i militanti nella prima fase della sua discesa in campo. Non voglio stabilire una gerarchia elencando le attività più importanti da svolgere, ma credo sia importante sottolineare che tutti gli elementi in gioco devono lavorare insieme.

Quindi fare campagna on line non basta?

VR Dipende da cosa si vuole comunicare. Nel web la politica sta scivolando su messaggi sempre più semplici, volti a suscitare emozioni e non pensieri. Spesso si cerca una soddisfazione immediata attraverso frasi ad effetto come “Costruiamo un muro!” o “Puniamo l’establishment!”. Ma se si vuole creare un pensiero organico è necessario agire in maniera completa. Una campagna elettorale moderna deve includere tutti gli strumenti a disposizione utilizzandoli in modo complementare nello stesso ecosistema.

I giovani in questa strategia che compito hanno svolto?

VR Fondamentale. Grazie alla loro dimestichezza con il web, i ragazzi e le ragazze che hanno partecipato alla campagna sono stati un vero e proprio megafono elettorale, soprattutto sui social network attraverso la condivisione di post, selfie e video realizzati sul terreno durante le varie attività. Una dinamica che ha permesso un’ampia e rapida diffusione di informazioni. Se coinvolte e valorizzate adeguatamente, le risorse impegnate nella campagna possono incrementare la dinamica della comunicazione. I giovani, in questo caso, sono stati un motore molto efficace.

Questo metodo lo avete applicato anche in altre campagne elettorali in giro per il mondo. Che riscontro avete avuto da parte dei ragazzi che avete incontrato sul posto?

VR Direi ottimo. A differenza di quanto si possa credere, i giovani hanno voglia di implicarsi attivamente in politica. Durante le campagne elettorali a cui ho partecipato all’estero ne ho incontrati molti che mi hanno raccontato la loro frustrazione nel non riuscire a trovare il giusto spazio per potersi esprimere liberamente. Dando loro gli strumenti necessari, gli abbiamo permesso di creare delle piccole comunità, anche al di fuori dell’attività politica. C’è sempre un salto di qualità quando si riescono a coinvolgere le persone.

Internet da solo può fornire un’alternativa a questa voglia di partecipazione?

VR Troppo spesso i partiti presentano una struttura gerarchica che non lascia molto spazio al dibattito. Internet rappresenta per i giovani uno sbocco concreto dove poter esercitare liberamente un’attività politica attraverso discussioni nei forum o all’interno dei social media. Nonostante ciò, per aver un impatto reale è necessario disconnettersi e impegnarsi concretamente sul territorio.

Quindi i social network possono non riuscire ad alimentare il loro impegno politico?

VR Oggi le relazioni sociali, soprattutto tra i ragazzi, sono sempre più atomizzate. I rapporti sono superficiali, manca una vera interazione umana. Piattaforme come Facebook o Twitter hanno contribuito a creare questa situazione, frenando il rapporto dialogico. Si tratta di un fenomeno internazionale: non mi è mai capitato di lavorare su una campagna in cui la fruizione delle informazioni fosse differente da quella europea. Ai giovani è stato dato un palco dove potersi esprimere, senza però avere necessariamente un pubblico disposto ad ascoltarli. Spetta alla politica fornire un’alternativa concreta a questa situazione.

Una sorta di valvola di sfogo. Ma come si concretizza questa partecipazione online per i candidati?

VR La rete deve rimanere un mezzo in un ventaglio di strumenti a disposizione della campagna elettorale. Se l’attività politica si esaurisce su Facebook o su Twitter difficilmente sarà possibile avere un impatto concreto. Le nuove tecnologie devono facilitare il lavoro di comunicazione agendo in complementarità con un’azione concreta sul territorio.

Come influisce la rete sulle scelte politiche dei giovani?

VR Rispetto alle generazioni precedenti, quella di oggi è politicamente meno fidelizzata. Se confrontato a quello di venti o trenta anni fa, lo scenario politico è cambiato, insieme ai partiti e alla fruizione delle notizie. I giovani sono più disposti a cambiare le loro preferenze a seconda dei candidati e delle proposte e il web offre una vetrina per informarsi ed orientarsi nella scelta.

Come negli Stati Uniti, anche le elezioni presidenziali francesi sono state inquinate dal fenomeno delle fake news, soprattutto ai danni di Macron. Come hanno reagito i più giovani dinnanzi a questo fattore?

VR Per la mia esperienza personale, credo si tratti di un problema che riguarda principalmente le fasce di età più alte, dai quaranta anni in su. Sono persone abituate a leggere le notizie sulla carta stampata, che reputano credibili tutte le informazioni che ricevono. I cosiddetti nativi digitali, invece, hanno maggiore sensibilità nei confronti delle fake news perché possiedono gli strumenti necessari per individuarle. In questo campo i giovani possono svolgere un ruolo attivo per prevenire il fenomeno.

In che modo?

VR Attraverso un’attività educativa da svolgere presso il proprio circolo di conoscenze, come la famiglia o le amicizie più strette.  Per questo i ragazzi devono essere al centro dell’azione politica. Avere un figlio o una figlia che rientra a casa e racconta la sua esperienza durante una campagna elettorale o spiega alcuni concetti politici, può avere un effetto moltiplicatore che aiuta a contenere il propagarsi di notizie false.

In conclusione, quali sono le sfide che deve affrontare oggi la politica per conquistare il suo elettorato, in particolar modo quello più giovane?

VR C’è la necessità di tornare all’off line, agli incontri reali. Il porta a porta è stato utilizzato in Italia fino agli anni Ottanta, ma poi sono subentrate altre strategie. Le nuove tecnologie devono facilitare il lavoro, non sostituirlo.

Il web è diventato lo specchio della partecipazione al dibattito politico delle nuove generazioni, che contrariamente a quanto spesso si afferma mostrano interesse nei confronti delle questioni sociali e istituzionali. Il bisogno di coinvolgimento che si riflette nell’agone virtuale deve però superare la dimensione dei “like” e delle condivisioni per affermarsi. Internet non è l’unico metro di misura per conoscere la propensione dei giovani verso la politica.  In questo momento storico è necessario tornare a catturare la loro attenzione attraverso un processo inclusivo, che riesca a fornire nuovi strumenti in un panorama sempre più frastagliato. La politica deve subentrare proprio in questi spazi, arginando le derive con una risposta decisa e organizzata. Solamente in questo modo sarà possibile dare il giusto spazio a tutte le categorie, soprattutto a quelle che si confrontano con il voto per la prima volta.

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