Multinazionali, debiti e neocolonialismo. Il combinato disposto di questi tre mondi condito dall’immancabile rischio d’instabilità, sta cambiando il volto di molti paesi africani. L’instabilità delle istituzioni democratiche è dovuta a sistemi politici deboli, fiaccati a loro volta da una classe dirigente più incline a badare ai propri interessi che a quelli del proprio paese. In questo contesto già fragile, il fattore debito rende ancora più vulnerabili molti stati. Ed è a questo punto che gli appetiti delle multinazionali diventano funzionali anche a certi disegni neocolonialisti. Prendiamo il caso dello Zambia. E’ un paese ricco, che ha saputo intraprendere un percorso di crescita, che si è dotato di un sistema democratico alquanto stabile e che tuttavia ora si trova a dover affrontare una fase critica del suo progetto di sviluppo proprio a causa dei fattori di rischio di cui sopra.


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Entriamo nel dettaglio delle vicende che riguardano lo Zambia, facendo prima una premessa: la Cina è diventata leader globale assoluta nei prestiti garantiti ai paesi in via di sviluppo. Prestiti con tassi molto convenienti ma, allo stesso tempo, molto rischiosi. Vediamo in cosa consiste il metodo cinese. La parola magica è collateralizzazione. Funziona così: si da vita ad un contratto che come forma di garanzia sottopone a vincolo uno specifico asset (collateral), un bene che può essere pignorato e venduto se il debitore non esegue la propria obbligazione. L’alto rischio è dimostrato da una ampia casistica dove l’obbligazione non è stata eseguita e la Cina si è portata a casa il bene che era stato posto in garanzia, oppure che era oggetto del contratto ab origine come strumento di pagamento. Oltre ai casi di Grecia, Kenya e Zimbabwe, già finiti sulle cronache internazionali proprio per vicende legate a operazioni di questa natura, sono molti i segni di diffidenza dati verso i prestiti cinesi. Vediamo qualche eminente caso. Le Filippine, proprio per il timore di perdere asset strategici, hanno cancellato tutti i possibili finanziamenti cinesi. La Malesia ha annullato il prestito concesso da Pechino per la costruzione dell’alta velocità. Singapore si è dichiarata pubblicamente contro questa tipologia di prestiti. Lo Sri Lanka ha dovuto cedere per 99 anni il suo porto maggiore. Per non parlare di Pakistan, Maldive o Gibuti, tutti paesi indebitatissimi con la Cina e ad alto rischio d’esproprio. Insomma, tra bubboni esplosi ed altri in via di esplosione, gli effetti delle collateralizzazioni “made in China” ormai sono noti. E sono in molti che cominciano a denunciare apertamente il fatto che i contratti vengono fatti saltare proditoriamente dai cinesi proprio per impossessarsi dei beni posti a garanzia. Nonostante la pericolosità conclamata tuttavia le collateralizzazioni cinesi non accennano a fermarsi, soprattutto in Africa. Il caso Zambia ne è la riprova.

Partiamo dal problema più grande. Per il paese che sorge nel centro dell’Africa meridionale è molto forte il rischio che il suo aeroporto più grande passi in mano cinesi proprio a causa del solito contratto capestro. Per Lusaka perdere il Kenneth Kaunda, unico hub internazionale nel trasporto aereo del paese, sarebbe un danno grave. Ma questo sembra ormai un percorso scritto. Non si vede infatti come il governo guidato da Edgar Lungu, già afflitto da tensioni politiche interne, possa risolvere la questione del debito in tempo per mantenere sotto il proprio controllo l’aeroporto. Anche perché la Cina già possiede molti asset importanti dello Zambia e fondamentali per la politica locale, come, ad esempio, la Zambian National Broadcasting Corporation, una delle più popolari emittenti del paese che i cinesi controllano avendone acquistato il 60% del capitale.

Anche sul fronte minerario le cose non stanno in maniera diversa. Il rame, che è uno dei minerali di cui lo Zambia è ricco, per molti anni è stato la riserva strategica del paese, la cassa nella quale attingere per le questioni fondamentali o per le emergenze, mentre ora in larga parte è sotto gestione cinese. Nel distretto di Luano, tanto per fare un esempio, la Mkushi Copper Mine, una miniera ferma da 40 anni, riprenderà la piena produzione grazie a “Shi & Yan Mining Limited of China”, il contractor a cui è stata affidata tutta l’operazione.

Quelle cinesi sono operazioni che in molti, tra gli osservatori internazionali, non esitano ad etichettare come forme di puro neocolonialismo. Tuttavia, seppure con metodi e in proporzioni diverse da quelle cinesi, vi sono altri protagonisti che si affacciano in Africa con lo stesso spirito. Sempre in Zambia è passata alle cronache, non senza clamore, la webtax imposta dal Governo e volta soprattutto ad arginare l’avanzata di giganti come Facebook. A Lusaka infatti hanno deciso di ricorrere a tale impopolare manovra, dopo essersi resi conto che il social network di Mark Zuckerberg ha impiegato la facilità di reclutamento di Facebook per entrare nel mercato locale della telefonia e delle telecomunicazioni. Una volta entrati nel social network, ai giovani zairesi è stato infatti offerto a costi stracciati il servizio di telefonia utilizzando in primo luogo Whatsapp e questo ha causato grandi danni alla società telefonica dello Zaire che mese dopo mese vedeva i suoi ricavi crollare a vantaggio della multinazionale statunitense. E come Facebook, altre multinazionali si apprestano a fare business in Africa facendo leva sulla debolezza economica di molti stati. Certo la Cina rimane avanti.

Durante la recente conferenza di Pechino, intitolata Forum on China-Africa Cooperation, il Presidente XI Jinping ha annunciato investimenti per lo sviluppo in Africa per 60 miliardi di dollari nei prossimi 3 anni, ricordando in modo neanche troppo sibillino che “chi si isola non ha futuro”.  Un importo che mai nessun altro singolo paese aveva stanziato per l’Africa. I sessanta miliardi saranno così impiegati: 15 miliardi saranno destinati ad aiuti o prestiti con tassi vicini allo zero, 20 invece saranno impiegati per la concessione di linee di credito, altri 10 per progetti destinati esclusivamente a lavori eseguiti da aziende cinesi, 10 ad un fondo speciale per lo sviluppo, infine gli ultimi cinque alle importazioni dall’Africa. Un piano di sviluppo enorme se si pensa che l’intero piano Marshall per l’Europa ammontava a 14 miliardi di dollari. Così grande che, come dicevamo, in molti non esitano a definire il progetto di Xi una guerra neocolonialista combattuta con armi diverse. Tra i più preoccupati il Fondo Monetario Internazionale che ha definito l’operatività finanziaria cinese “un fattore d’instabilità” per l’intero continente. Accuse che la Cina rispedisce al mittente confermando che i debiti di molti paesi africani oggi nelle proprie mani, verranno ristrutturati e altri addirittura eliminati e, soprattutto, denunciando l’assenza e l’impotenza di Stati Uniti ed Europa. A questo si aggiunga che in molti paesi dell’Africa, in mancanza di altri finanziamenti e sotto la pressione di popolazioni quasi sempre in boom demografico e quindi bisognose di nuovi investimenti, la Cina viene accolta a braccia aperte seppure con qualche preoccupazione.

La verità è che, come il caso Zambia e tutti i precedenti dimostrano, la crisi economica internazionale, cominciata nel 2009, ha da un lato compromesso le capacità finanziarie di molti dei vecchi protagonisti e dall’altro, al contempo, ha espanso le aspirazioni di sviluppo e di egemonia della Cina in Africa. Perché si potrà anche discutere sul modello contrattuale che i cinesi tentano d’imporre e criticarlo per la sua spregiudicatezza, ma non si può negare che il tutto funzioni bene e che l’Africa anno dopo anno diventi sempre di più una provincia di Pechino. Un neocolonialismo decisamente furbo, che non usa armi e non invade paesi stranieri, come hanno fatto per millenni gli europei, ma arriva, compra e si installa con il pieno consenso degli occupati. Come diceva il grande condottiero Mao Tse-tung “Il mondo progredisce, l’avvenire è radioso. Nessuno può cambiare questo orientamento della storia”. Chissà se pensava all’Africa?

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