“Seguiremo la strada della verità, ovunque possa portarci”, aveva detto papa Bergoglio a Filadelfia, il 27 settembre 2015 a proposito dello scandalo delle vittime della pedofilia di tutto il mondo, una delle maggiori piaghe globali della Chiesa del XX e del XXI secolo. Ma la strada della verità si è rivelata lastricata di ostacoli, trasformandosi spesso in un sentiero satanico.


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Il pontefice, sulle orme del suo predecessore Benedetto XVI, il primo a squarciare la coltre del silenzio, ha definito l’omertà che ha circondato gli scandali “una forma di clericalismo mai più accettabile”. Tolleranza zero, dunque, a differenza dei predecessori di Benedetto. Uno dei motivi (ma non il solo) per cui non sono venuti a galla sotto il pontificato di Wojtyla, si dice, è che il pontefice polacco era solitamente prudente e scettico di fronte a queste notizie, perché da cardinale di Cracovia aveva sperimentato di persona le false e strumentali accuse di pedofilia ai danni del suo clero da parte del regime comunista (l’altro mezzo per eliminare un prete era l’assassinio, come nel caso di padre Popieluszko, vicino alla Solidarnosc di Walesa). Ma per Francesco quell’epoca è tramontata definitivamente. Abusi e coperture non possono più essere giustificati, aveva preannunciato il pontefice, ripetendolo più volte in vari occasioni, dentro e fuori le mura leonine, come nel suo viaggio in Irlanda.

Quello che probabilmente Francesco non immaginava era che qualcuno gli avrebbe rinfacciato la stessa accusa di tolleranza o addirittura di copertura dei colpevoli.

La questione, come è noto, è stata aperta dal “memoriale” dell’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò. Accuse così crude contro un pontefice, rese addirittura attraverso un documento organico, non si erano mai viste forse dai tempi della Riforma di Lutero. Viganò ha accusato Francesco di aver ignorato per anni le informazioni sugli abusi omosessuali dell’ex cardinale di Washington Theodore McCarrick (poi estromesso dal collegio cardinalizio per aver molestato un minore, anziché componenti del clero adulti come aveva fatto in passato).

Nemmeno l’arcivescovo tradizionalista Lefebvre aveva mai osato tanto contro Paolo VI. Le sue accuse riguardavano temi legati al dissenso su temi ecclesiali, non certo accuse di omertà nei confronti di un porporato molestatore di seminaristi.
Per la cronaca, Francesco aveva disposto un’indagine approfondita all’arcidiocesi di New York, la cui documentazione è stata trasmessa alla Congregazione per la Dottrina della fede (ex Sant’uffizio) e imposto le dimissioni di McCarrick, obbligandolo a “una vita di penitenza” in attesa delle conclusioni della Congregazione.
Ma non è questa l’occasione per approfondire il caso Viganò, già a capo del Governatorato, il “Municipio” del Vaticano (di cui aveva denunciato affari poco puliti tra questo importante ministero vaticano e i fornitori, di cui non si è mai dato un seguito).

Quello che importa è che dietro questa vicenda si avverte il fumo del forte dissenso della Curia alle riforme bergogliane. Francesco, che non è riuscito nonostante numerosi tentativi a riformare lo Ior, l’Istituto opere di religione che amministra i patrimoni dei beni ecclesiastici di mezzo mondo, dentro le mura vaticane è un uomo abbastanza solo, se si eccettuano i suoi stretti collaboratori, i capi di alcune Commissioni Pontificie e Congregazioni e il segretario di Stato Pietro Parolin, il cardinale fedelissimo di Francesco, uno dei maggiori candidati a uscire papa dal prossimo conclave (a proposito, non è vero che in conclave vale sempre la regola che chi entra papa ne esce cardinale. Ci sono stati numerosi casi, come per Paolo VI, Pio XII o Benedetto XVI, che chi entrava papa ne usciva papa).

A dar fastidio ai curiali è principalmente la nuova Costituzione apostolica promulgata il 15 settembre da Bergoglio, che dà maggiori poteri al Sinodo dei vescovi. Un ritorno alle origini comunitarie dei primi secoli. Lo scrive Francesco stesso nel preambolo che precede l'articolato in cui viene disciplinata in modo nuovo, l'antichissima istituzione del Sinodo, cui proprio il 15 settembre di oltre cinquant'anni fa aveva dato impulso moderno Paolo VI (che sembra essere sempre di più il riferimento dell'attuale Papa). Il successore di Pietro, insomma, camminerà con tutto il Popolo di Dio e con tutti gli altri Pastori.
La Costituzione non piace a molti esponenti della Curia, tra dicasteri e le Congregazioni detentrici non solo delle finanze e dei beni ma anche di decisioni di potere e responsabilità vitali per la vita della Chiesa universale.

“La volontà di riforma della Chiesa di Francesco va oltre una rimodulazione del funzionamento della Curia romana”. Spiega Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, biblista e scrittore, uno degli “outspoken” della Chiesa. “I media seguono i lavori del Consiglio dei nove cardinali, il cosiddetto C9, e si soffermano sugli accorpamenti delle Congregazioni, sbrigativamente paragonate ai ministeri, nel tentativo di cogliere ogni benché minimo cambiamento di rotta nell’esercizio del ministero petrino. Ma Bergoglio ha ben altro in testa. Riforma, per Francesco, è prima di tutto un sincero ritorno a Dio. I media, e non solo, tendono a farla coincidere con il ripensamento delle strutture, ma, senza un processo di conversione personale, la riforma finirebbe per essere una menzogna e non solo un fallimento. In questa prospettiva si coglie meglio anche un’altra tematica “trasversale” che Francesco indica alla Chiesa tutta: la sinodalità.

È venuta l’ora, per la Chiesa cattolica, di “camminare insieme”, ovvero di procedere – fedeli, pastori e Papa – gli uni al fianco degli altri”. Un processo chiaramente di “democrazia ecclesiale” di ritorno alle origini, che non tutti condividono e i curiali avversano.

Ma il caso Viganò trova terreno fertile soprattutto oltre atlantico, nell’ambiente dei cattolici tradizionalisti americani (con alcune filiali europee). La mentalità settaria di questo cattolicesimo anglofono sorprende perché fu il primo ad attuare o coprire gli scandali della pedofilia. Ora li usa per dare contro a papa Francesco. Questa miscela tra lo scandalo degli abusi sessuali commessi dal clero e le “guerre culturali” tra cattolicesimo tradizionalista e cattolicesimo progressista, stanno mettendo a rischio l’unità stessa della Chiesa cattolica, specialmente negli Stati Uniti, che è l’epicentro dello scandalo, ma anche uno dei Paesi più importanti del cattolicesimo globale.

Personalmente”, continua Bianchi, “sono preoccupato per la crescente opposizione a papa Francesco. Ormai c’è chi lo accusa di magistero incerto e ambiguo, addirittura di assecondare l’eresia. Jorge Mario Bergoglio, però, non ha mutato nulla della dottrina: è un uomo della tradizione cattolica più schietta, per molti aspetti condivide posizioni che sono comuni ai conservatori”. Come a proposito delle durissime parole contro l’aborto pronunciate il 10 ottobre scorso.

“Non la dottrina, non la fede di Francesco”, conclude il priore di Bose, “ma la sua semplicità priva di atteggiamenti ieratici, il suo stile confidenziale che abbraccia, tocca, stringe senza voler affermare la sacralità della sua persona, l’amore per i poveri e per gli immigrati provocano una sorta di paura”.

Il rating di Bergoglio dunque è in flessione? Non è un problema per il priore Bianchi. “Il primo che sperimentò un indice di gradimento pressoché nullo fu Cristo. Sul Calvario, sotto la croce, si fermarono sua madre, un discepolo appena, Giovanni, su tanti che lo seguivano, e una manciata di donne.  Non c’è da scandalizzarsi”.

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