Dall’indipendenza ottenuta dopo il crollo dell’URSS, Lituania, Lettonia e Estonia hanno sempre messo al centro delle proprie politiche di sicurezza nazionale la conservazione dell’indipendenza e la difesa da minacce e influenze espansionistiche orientali. “La Federazione Russa ha dimostrato un interesse crescente nel ristabilire le proprie sfere d’influenza e nel rafforzare la propria influenza sull’ambiente della sicurezza europea”, si leggeva nella National Defense Strategy estone del 2011.


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In particolare dal 2007, quando Mosca sospese la propria partecipazione al trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa (CFE Treaty), che limitava il numero di truppe e armamenti di NATO e Russia su suolo europeo, le tre repubbliche baltiche hanno richiesto una sempre maggiore presenza e supporto da parte dell’alleanza transatlantica. Strette tra Russia, Bielorussia, exclave di Kaliningrad e Mar Baltico, le tre repubbliche post-sovietiche si trovano in una posizione geopoliticamente infelice, collegate a un altro membro NATO, la Polonia, soltanto attraverso il cosiddetto Suwalki Gap, uno stretto corridoio largo 100 km. Kaliningrad, unica base navale russa nell’area dopo il collasso dell’URSS, è gradualmente divenuta un centro strategico vitale per Mosca, che l’ha dotata di maggiori armamenti e (dal 2016) anche di testate nucleari.

Dopo l’aggressione russa in Ucraina e l’annessione illegale della Crimea nel 2014, la paura di una minaccia orientale ha imboccato nei paesi baltici una curva esponenziale che ha portato ad aumentare la cooperazione tra i tre stati e le misure di difesa militare. Quando la Russia annunciò l’inizio delle esercitazioni Zapad lo scorso settembre – in collaborazione con la Bielorussia, le più grandi dal collasso dell’URSS, seconde solo a quelle denominate Vostok tenutesi quest’anno nell’estremo oriente del Paese – la paranoia da queste parti raggiunse il parossismo.

Uscendo definitivamente dall’orbita sovietica nel 1991, le tre neonate repubbliche hanno restaurato la propria sovranità. La parentesi di “occupazione” sovietica, com’è oggi intesa da queste parti, aveva interrotto il primo precario esperimento di autonomia, iniziato nel 1918 – proprio quest’anno imponenti celebrazioni per il centenario dell’indipendenza si sono tenute in tutti e tre i paesi.

Fin da subito, questi stati hanno voluto mantenere forti legami tra loro sul piano militare e della difesa, sentendosi troppo piccoli e isolati una volta scorporati dall’URSS, e ancora troppo distanti da Bruxelles. Mentre intraprendevano gli iter di integrazione verso Ue e NATO – membership ottenute nel 2004 –, Lituania, Lettonia ed Estonia si aprivano a dialoghi fertili tra le loro cancellerie, realizzando progetti transnazionali importanti.

Nel 1991 il Baltic Council adottava una risoluzione sullo sviluppo di una difesa condivisa per gli stati baltici e il 2 giugno dell’anno successivo i Ministri della Difesa firmavano un memorandum di intesa sulla sicurezza. Nel 1994 venivano creati il Consiglio dei Ministri Baltico e allestite 18 commissioni con varie competenze, (ridotte a 5 nel 2005). Nel frattempo, negli anni Novanta si apriva a programmi di cooperazione militare specifica, come BALTRON per le forze navali, BALTNET per i radar di sorveglianza aerea e il BALTDEFCOL, il college militare con sede a Tartu in Estonia. Tali progetti condivisi, tuttora in attività, si concentrarono quasi esclusivamente sulla difesa, senza prevedere una maggiore integrazione di tipo economico o politico.

Un’integrazione avvenuta poi con l’entrata nella Ue e nella NATO nel 2004, che ha gradualmente spostato l’attenzione sui rapporti bilaterali tra le singole capitali baltiche e questi organismi sovranazionali. Ma la cooperazione intra-baltica non è mai stata del tutto accantonata. A gennaio 2013 le tre repubbliche hanno firmato un nuovo documento sulla cooperazione militare, che ne sancisce nello specifico formati, funzioni, responsabilità e principi operazionali. Tale accordo ricalca fedelmente quello del NORDEFCO, la cooperazione sulla difesa dei paesi nordici (Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca, Islanda), esprimendo quindi la chiara volontà degli stati baltici di avvicinarsi agli attori regionali più avanzati.

Sempre attenti alle mosse di Mosca e messi già in passato in allerta a causa delle guerre in Cecenia e Georgia, i paesi baltici hanno interpretato il 2014 come un punto di svolta. L’Ucraina si vede sottratta la Crimea e attaccata nel Donbass, dove ancora oggi proseguono gli scontri. Da allora, le tre repubbliche sono state attivamente coinvolte nel fornire assistenza, supporto e addestramento alle forze armate ucraine. Per le tre nazioni baltiche quest’aggressione territoriale russa è il segnale che le proprie preoccupazioni sulle velleità espansionistiche di Mosca erano legittime. Tutte e tre confinanti con la Russia (la Lituania con l’exclave di Kaliningrad), si sentono possibili prede delle mire russe. “La Russia ha dimostrato di non rispettare i diritti degli altri stati di scegliere in maniera indipendente la strada per sviluppare la propria sicurezza. Ha anche dimostrato la propria prontezza a usare ogni mezzo disponibile per smantellare l’architettura della sicurezza euro-atlantica”, recita il White Paper on Lithuanian Defence Policy rilasciato nel 2017.

La (per ora) solida certezza del cappello NATO sopra le loro teste ha portato le tre repubbliche baltiche, a differenza della maggior parte degli stati europei, a ricambiare sempre diligentemente l’interesse dell’intesa puntando a rispettare il parametro NATO del 2% del Pil per gli investimenti nella difesa. Se l’Estonia, già dal 2014, rispetta questa percentuale, Lettonia e Lituania, che nel 2014 investivano meno dell’1% del proprio Pil, nel 2017 hanno innalzato la soglia fino all’1,7%.

Sempre nel 2014, in settembre, il presidente Usa Barack Obama si recava in visita in Estonia: un evento epocale, la prima visita di un capo di stato statunitense nella repubblica baltica. A Tallinn, alla presenza di tutti e tre i presidenti baltici, Obama assicurò il supporto militare Usa e promise “americani sul campo” nella regione. E così è stato. A partire dal 2014 diverse migliaia di soldati sono stati infatti inviati dagli Stati Uniti nei paesi baltici. Ora, questi sono sostituiti da battaglioni NATO guidati da tre alleati nei tre diversi stati: il Regno Unito in Estonia, il Canada in Lettonia e la Germania in Lituania. E non è una presenza irrisoria; per il Canada si tratta del più ingente impiego di militari all’estero, per la Germania è il secondo dopo l’Afghanistan.

Dal 2014 le tre repubbliche baltiche si sono rese disponibili a partecipare a vari addestramenti internazionali e NATO, ospitando ad esempio le ultime esercitazioni delle forze aeree “Ramstein Alloy” in Lettonia nell’aprile 2018. Sempre in ottica di collaborazione intra-baltica, negli ultimi anni si sono presentate alla NATO come centri di eccellenza per la sicurezza cibernetica e delle telecomunicazioni. Si trova ora in Lettonia il centro di eccellenza NATO per le Comunicazioni Strategiche, in Lituania quello per la Sicurezza Energetica e in Estonia quello per la Difesa cibernetica.     

Come spiegò anche il Ministero della Difesa lettone commentando gli sviluppi occorsi nel 2016 (denominato “anno della cooperazione baltica e nordica”, a seguito dell’aggressione russa in Ucraina), i paesi baltici hanno scelto di mostrarsi il più possibile compatti sulle loro posizioni in materia di geopolitica e di sicurezza all’interno della NATO.

Mentre tutti e tre rimodernano e ampliano il proprio arsenale di armamenti – acquistando mezzi da Olanda, Corea del Sud, Finlandia, Norvegia – i paesi baltici puntano anche a diminuire la propria dipendenza nel settore energetico, in primis da Mosca. Lo ha ricordato anche il presidente lituano Dalia Grybauskaitė durante l’incontro dei tre leader baltici con Donald Trump a Washington lo scorso 3 aprile, in onore del centenario dalla nascita delle nazioni baltiche: “La Lituania ha una centrale di gas propano liquido, una cosiddetta ‘nave che galleggia’ grazie alla quale tutti e tre noi stati baltici possiamo essere indipendenti”. Grybauskaitė si riferiva all’importante centrale di Klaipeda sul Mar Baltico, operativa dal dicembre 2014. Allo stesso modo, il Ministro dell’Energia lituano Žygimantas Vaičiūnas lo scorso anno affermava che questo terminale ha posto fine all’isolamento energetico del paese e costretto la russa Gazprom a commerciare secondo le condizioni di mercato, perdendo i privilegi garantiti dal precedente monopolio.

I paesi baltici sono gli unici stati all’interno dell’Ue che appartengono ancora al sistema energetico orientale controllato da Mosca. Nei piani della Lituania la sincronizzazione e l’allacciamento alle reti energetiche del resto d’Europa si realizzeranno entro il 2025. Vaičiūnas, presenziando al Vilnius Energy Forum lo scorso novembre, ha infatti affermato che “la Lituania è passata da ‘isola energetica’ a ‘ponte energetico’. Reti sono state costruite con la Svezia e la Polonia e portano elettricità a prezzi competitivi in tutta la regione. Il terminale di gas propano liquido di Klaipeda è ora in grado di fornire gas a tutti i paesi baltici. Sono risultati di cui la Lituania può andare giustamente fiera”. Al crescere delle tensioni tra Bruxelles e Mosca, c’è da aspettarsi che tutte e tre le repubbliche baltiche proseguano in questa direzione.

Autonomia energetica, concorrenza economica, eccellenza tecnologica e forte spinta all’europeizzazione nel campo della difesa (come il progetto PESCO), tutto nell’ottica della cooperazione regionale: queste le carte su cui puntano i paesi baltici per mostrarsi affidabili e capaci di fronteggiare le minacce esterne, soprattutto se provenienti da est, a meno di tre decenni dalla loro ritrovata sovranità.

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