La Libia è un paese dove passano mesi senza che succeda nulla, e mesi in cui succede di tutto. Ultimamente gli eventi hanno ricalcato questa seconda ipotesi. La capitale Tripoli è stata messa sotto assedio, l'immagine del paese ne è uscita ammaccata e ogni piano percorribile per risolvere la situazione si è ulteriormente sgretolato.


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L'invasione di Tripoli da parte delle milizie delle regioni occidentali della Libia era sul tavolo da tempo. Le quattro milizie che avrebbero dovuto proteggere il Governo di Accordo Nazionale (GNA), riconosciuto dalla comunità internazionale, hanno invece sfruttato la propria posizione per infiltrarsi nei ministeri, nei centri di spesa pubblica e nel settore bancario e sottrarre miliardi di dollari con azioni fraudolente. Mentre questi si ingrassavano, il popolo libico faceva i conti con l'inflazione galoppante, la mancanza di beni di prima necessità e una crisi di liquidità che rendeva la vita praticamente impossibile. Inoltre, la corruzione dilagante tra le milizie tripoline ha alimentato le brame delle potenze militari di Misurata e Zintan, che, con la scusa di aiutare la popolazione inerme, miravano ad assicurarsi una fetta della torta.

Sebbene la situazione si stesse deteriorando già da aprile, l'attacco ha comunque sorpreso molti, sia dentro che fuori la Libia. Gli eventi si sono susseguiti con tale rapidità e tale è stato il caos e il panico che molti hanno colto l'occasione per promuovere i propri interessi.

Gli invasori, autodefiniti il 7° Battaglione, comandati dal famigerato leader islamico Salah Badi, sono avanzati rapidamente da sud dichiarando che il loro scopo era liberare la capitale dall'endemica corruzione del GNA e del cartello che avrebbe dovuto proteggerlo. Fiutando un'opportunità, molti rivali politici del presidente del GNA Fayez al-Serraj si sono riuniti con l'intento di presentare alla Missione di Supporto ONU in Libia (UNSMIL) chi potesse sostituire il Presidente e il suo gabinetto. Come spesso succede tra politici libici però, sono riusciti solo a stabilire ciò che per loro non era accettabile, più che una proposta costruttiva, perciò Serraj ha avuto modo di reagire prima di essere sostituito.

Resosi conto della precarietà della propria posizione, e consapevole che i reali interessi dietro all'attacco (e le misure per porvi fine) fossero legati alle milizie di Misurata e Zintan e alle loro ambizioni di controllo su Tripoli e sui comparti per la sicurezza del GNA, Serraj ha invitato entrambi i contendenti a fornire apparati di sicurezza per garantire la fine dei combattimenti. Poco dopo, l'USMIL è riuscito a organizzare un negoziato per una tregua, primo passo per chiudere il conflitto. Nella convinzione che la vera ragione per l'intervento delle milizie fosse ottenere un ruolo istituzionale e che la battaglia contro la corruzione fosse una scusa – l'USMIL, appena siglata la tregua, ha astutamente promosso un vasto ventaglio di riforme economiche, che hanno inceppato i meccanismi corruttivi usati dal cartello tripolino. Nonostante qualche incidente durante i negoziati, mentre tutte le fazioni continuavano a recitare la loro parte, un accordo è stato finalmente raggiunto e le violenze sono cessate con la stessa rapidità con la quale erano esplose.

Sebbene le violenze siano cessate, e la calma tornata, la situazione è del tutto cambiata. La tensione rimane alta e le ripercussioni del trambusto in corso da fine di agosto sono ancora percepibili. Gli invasori si saranno pure ritirati, ma gli equilibri di potere nella capitale sono mutati e tutte le parti in causa minacciano un ritorno alla violenza se questi cambiamenti non verranno ratificati. In linea di massima le milizie tripoline ne escono indebolite mentre quelle di Misurata e Zintan hanno un ruolo importante nell'architettura della sicurezza e persino nella "forza di disimpegno" instaurata da UNSMIL. E' cambiato anche il panorama economico grazie a riforme che stanno iniziando ad avere effetto. Non è dato sapere quanto possano durare, ma il fatto di aver interrotto le principali arterie della corruzione non può che favorire futuri negoziati più permanenti dal punto di vista della sicurezza. Ora che le milizie non possono più servirsi direttamente della banca centrale, si può sperare che venga messa a regime una forza di polizia regolare per garantire servizi di sicurezza non più vincolati.

L'invasione di Tripoli da parte del 7° battaglione ha avuto effetti ancora più dirompenti. Non solo ha frantumato la pace, ha frantumato l'illusione della pace e quindi l'illusione del progresso. Se la guerra altro non è che la diplomazia con altri mezzi, allora la politica del conflitto era già in corso da molti mesi prima dell'invasione e buona parte della comunità internazionale ha preferito volgere lo sguardo altrove nonostante la fragilità dello status quo fosse evidente a molti. Lasciandosi convincere che la sicurezza stesse migliorando sulla base dei dati in ribasso della criminalità comune, le politiche internazionali in Libia hanno sviluppato accordi politici sui problemi strutturali nella speranza che un'accelerazione verso le urne sarebbe stata sufficiente per mantenere la pace e riportare l'ordine. Gli ultimi eventi a Tripoli e le successive dichiarazioni del Rappresentante Speciale per la Libia, Dott. Ghassan Salamé, e del Presidente Serraj che le elezioni previste il 10 dicembre sono ormai impossibili, hanno costretto le forze internazionali a rivedere radicalmente il percorso di pace in Libia.

Tenuto conto delle macchinazioni politiche di alcuni e degli atteggiamenti bellicosi di altri, il futuro dovrà essere meglio ponderato e inclusivo, se la comunità internazionale intende consolidare la pace in Libia. Gli eventi successivi alla firma dell’Accordo Politico Libico (LPA) del 2015 hanno dimostrato che i cambiamenti a livello politico non risolveranno la crisi libica dato che non sono i politici a detenere il potere. I futuri negoziati – la conferenza caldeggiata dall'Italia a novembre, o la conferenza nazionale che il Dott. Salamé considera cruciale nel proprio 'piano di azione' – dovranno coinvolgere tutti coloro che hanno una vera voce in capitolo. I capi delle milizie, gli uomini d'affari, i politici, e i potentati mediatici dovranno tutti sedere intorno a un tavolo perché l'accordo possa funzionare, tanto complessa e intricata è la crisi libica. Infatti, le milizie di Tripoli volevano i soldi più che il potere e si sono infiltrate nelle crepe di un'economia allo sbando. In un'area dove i militari, la finanza e la politica sono interconnessi, il Dott. Salamé e la comunità internazionale devono trovare la maniera di sbrogliare i molti fili dell'instabilità libica e riunirli per creare una base sulla quale si possa erigere uno stato stabile.

Il primo filo è quello politico. E’ venuta meno la legittimità politica e legale delle istituzioni messe in piedi dal LPA per preservare lo status quo (senza curarsi dei danni che queste causano al paese). L'establishment libico sta tuttora discutendo su chi debba rimpiazzare Serraj, ma Salamé ha già minacciato di usare le armi a sua disposizione, quali la sua conferenza nazionale. Solo un ventaglio di istituzioni politiche con un mandato specifico e limitato potrebbe fornire una piattaforma per riunire le istituzioni economiche libiche, al momento divise tra l'ovest e la capitale, e l'est dove il Generale Khalifa Hafter mantiene il proprio feudo. Solo dopo questa unificazione, potranno essere avviate le necessarie e importanti riforme economiche, il processo costituzionale contro la corruzione, basi per un futuro stato.  

La responsabilità per gli accordi sulla sicurezza di Tripoli cadrà pesantemente sulle spalle di Salamé e degli stati europei coinvolti in Libia. Le milizie libiche con i loro programmi di corto respiro incentrati sul guadagno rischiano di mandare all'aria qualsiasi processo politico. Questa è la lezione che le forze internazionali devono trarre dagli ultimi scontri. Se gli europei, che hanno più a cuore la situazione in Libia, non riescono a promuovere politiche lungimiranti e unitarie, le milizie libiche continueranno a smantellare le loro illusioni, sfruttare le loro divisioni e incarnare un rischio crescente per la stabilità nella regione.

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