Jamal Khashoggi, giornalista dissidente saudita, rifugiatosi in Turchia, entra nel suo Consolato a Istanbul per rinnovare i documenti e uno squadrone della morte, verosimilmente accorso apposta da Riad, completo di medico esperto in autopsie e di un uomo della guardia personale del principe ereditario, tortura e massacra il giornalista, tagliandolo poi a pezzi e facendone perdere le tracce, uscendo dal Consolato con braccia e gambe nascosti in borse e valigie.


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Questo raccapricciante omicidio, avvenuto non nel 1200 ma il 2 ottobre di quest’anno, ci obbliga ad alcune considerazioni:

  • l’azione riformista di MBS è ben lontana dall’obiettivo di modernizzare e de-tribalizzare una società che resta retrograda e violenta nel suo impianto sociale. Ci risulta dunque ancora più indigesto il sostegno incondizionato che gli Stati Uniti tradizionalmente riservano a Riad, al quale questa Amministrazione non solo non fa eccezione, ma ha anzi riportato a livelli massimi.
  • Blackrock, JPMorgan e Blackstone hanno immediatamente ritirato la loro partecipazione dalla “Davos nel Deserto”, il grande Convegno internazionale che si tiene tutti gli anni in Arabia, simbolo della scomposta ambizione globale della classe dirigente saudita. La reazione dei tre giganti della finanza internazionale dimostra ancora una volta che i mercati sono spesso più saggi e tempestivi di una politica sempre meno in grado di affrontare le crisi internazionali e nemmeno di costituire riferimento ideale e valoriale per l’opinione pubblica internazionale. Questi sono i fatti e non possono essere smentiti dalla retorica populista sul potere al popolo e non alla finanza internazionale; dovrebbero invece indurci a serie riflessioni su come rilanciare l’attrattività delle nostre affaticatissime democrazie.
  • La libertà di stampa è sotto attacco dappertutto, non solo in Cina e in Turchia. Nelle dittature del Golfo, i media non hanno mai avuto vita facile, ma questa brutalità, ostentata in un paese straniero, è davvero inaccettabile! E oggi nemmeno in Europa viviamo tempi tranquilli, in nome di un populismo che riporta tutto alla presunta volontà popolare, senza alcuna mediazione. Come invertire questa tendenza aggressiva? In due modi: combattendo quotidianamente e facendo autocritica. Il secondo punto, forse più difficile, dovrebbe convincerci a cambiare atteggiamento nei confronti del potere, riappropriandoci di quel ruolo di mediazione, che ci da autorevolezza e responsabilità in una democrazia moderna. Solo distinguendoci dalle notizie senza filtro, che impazzano on line, potremo riconquistare credibilità e quindi rilanciare le ragioni e il ruolo della carta stampata.
  • infine, un’osservazione che può sembrare marginale ma che non aiuta a consolidare la percezione di onestà intellettuale che dovrebbero trasmettere i media indipendenti. I pregiudizi anti-turchi, sui quali ci siamo soffermati più volte nella nostra rivista, si sono riproposti nuovamente nel modo in cui la stampa occidentale ha riportato per giorni questo terribile omicidio: citando nei titoli e sommari solo la città dove il fatto era avvenuto, al lettore superficiale (l’80%) è sembrato che gli assassini fossero turchi e non sauditi, come era invece chiaro fin dall’inizio...

Essere superpotenza impone una responsabilità che, prima di essere politica ed economica, è morale: Washington non può fare finta di niente, anche se i precedenti non ci danno grandi speranze, come ci ricordano le amicizie pericolose dei Bush in piena bagarre post 11 settembre.

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