Era un leader giovane e deciso, di idee liberali, impegnato nella lotta contro un regime oppressivo che rinchiudeva i cittadini dietro un muro. Era espressione di una generazione che cercava democrazia, diritti, possibilità di benessere. Aveva venticinque anni quando fondò il Fiatal Demokraták Szövetsége (Fidesz), movimento che raccoglieva il meglio della cultura liberal dell’Ungheria, giovani formatisi all’estero grazie a borse di studio offerte da fondazioni e organizzazioni non governative. Anche lui, Viktor Orbán ha potuto studiare ‘Storia della società civile’ a Oxford grazie a una borsa della Soros Foundation. Eppure oggi quel giovane è diventato il campione del conservatorismo, portabandiera di una “democrazia illiberale” di ispirazione nazionalista e confessionale che costruisce muri alle frontiere, che invoca la fine dell’Europa comunitaria, che erode la democrazia con leggi atte a limitare la libertà d’espressione, che bandisce le organizzazioni non governative. Come è stata possibile una trasformazione tanto profonda e radicale?


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Il semplice opportunismo politico non basta a spiegare la metamorfosi di un’intera generazione, di un intero movimento e, in senso più ampio, di un’intera cultura politica. Certo, Orbán e i suoi hanno modulato il proprio messaggio a seconda delle situazioni, ma la progressione e la coerenza del mutamento sembrano tradire un’effettiva sincerità d’intenti. Era sincero quando, nel 1989, ancora ventiseienne, con barba e capelli lunghi, arringava la folla accorsa a commemorare la Rivoluzione del ’56 ricordando che quella rivoluzione era ancora da portare a termine. Ed era sincero nel 2014 quando, all’indomani della vittoria elettorale, disse che “il nuovo stato che stiamo costruendo è una democrazia illiberale”. Per comprendere la ragione della mutazione occorre ripercorrere la recente storia ungherese scoprendo, infine, che forse Orbán è lo stesso di sempre e siamo noi a non averlo capito.

Si possono individuare due passaggi fondamentali nella politica di Fidesz utili a comprendere i mutamenti del partito e del suo leader. Il primo è databile tra il 1994 e il 1998, periodo che vede il Forum democratico ungherese (MDF), primo dei nuovi movimenti fondati dopo la fine del regime a partito unico, uscire sconfitto dalle urne. La morte del suo leader, József Antall, nel 1993 aveva lasciato un vuoto incolmabile nell’elettorato conservatore e cristiano-democratico. Il centrodestra si era così trovato orfano dell’uomo che per primo aveva guidato il paese dopo la caduta del comunismo. La morte di Antall condannò il Forum democratico ungherese a una progressiva marginalità ma segnò l’inizio dell’ascesa di FIdesz e del suo leader, Viktor Orbán, che, abbandonando le posizioni liberali e moderate tenute fino ad allora, virò decisamente verso destra intercettando così i favori dell’elettorato del MDF. Da quel momento Fidesz si orientò verso politiche economiche di stampo conservatore, blandendo l’elettorato cattolico con retoriche tradizionaliste fino ad allora estranee al partito. Alle elezioni del 1998 la nuova politica di Fidesz venne premiata alle urne e Orbán venne nominato primo ministro. Il successo elettorale placò le voci critiche interne al partito che, nel frattempo, aveva visto l’ascesa di uomini fedeli a Orbán. Si compie così il primo decisivo passaggio da partito liberale, sostenitore della società aperta, contrario all’intervento dello stato in economia, a partito fortemente conservatore, dirigista e identitario. Una mutazione che non piacque a tutti però. Come ricorda Paul Lendvai, in Orban: Hungary’s strongman (Oxford University Press, 2018), la svolta conservatrice di Fidesz spinse la Soros Foundation a interrompere il finanziamento al partito, originando un conflitto che ancora domina la vita politica magiara.

Il secondo passaggio chiave è quello della crisi economica del 2005, un periodo caratterizzato da forte stagnazione e disoccupazione. I governi socialisti, che dal 2002 guidavano il paese, non sembravano in grado di affrontare la situazione. Nel 2006 il famoso “discorso di Oszod”, in cui l’allora premier socialista Ferenc Gyurcsany ammetteva di avere mentito sulla reale situazione del paese allo scopo di vincere le elezioni, accese una miccia che portò Fidesz a trionfare alle successive elezioni del 2010 ottenendo il 52% dei consensi e la maggioranza dei 2/3 in parlamento. Orbán vinse malgrado il fiorino fosse in caduta libera e si inseguissero voci di un possibile default, con i mutui in aumento del 9% e la popolazione in cerca di sicurezze. Egli seppe rassicurare e motivare, toccando le corde più profonde dell’animo ungherese, accendendo gli animi con retoriche nazionaliste, evocando la Rivoluzione del ’56 da ripetersi, questa volta, contro i nuovi nemici della patria: le istituzioni economiche internazionali, i socialisti, l’Unione europea.

Il nazionalismo di Orbán è tutt’altro che strumentale. Anzi, è presente da sempre, elemento imprescindibile della ricostruzione nazionale dopo la cattività comunista, motore di quella controrivoluzione nazionale che impegnò gli ungheresi – e come loro i polacchi e i cecoslovacchi – nella lotta contro il regime. L’identità ungherese è profondamente legata alla dimensione spirituale, come per altri paesi della regione anche l’Ungheria descrive se stessa come “nazione martire”, antemurale d’Europa, e vittima della storia: il vittimismo e il revanchismo sono ingredienti potenti che Orbán sa dosare non per calcolo, ma per convinzione. Egli sa rappresentare i sentimenti del popolo ungherese, del mondo rurale, arcaico, fortemente identitario e religioso, un mondo da cui egli stesso proviene. Egli è, per molti ungheresi, l’incarnazione di un ideale. I giovani che lo seguirono alla fine degli anni Ottanta sono cresciuti con lui, e come lui sostengono oggi la necessità di una nazione ungherese cattolica e integra, senza inquinamenti etnici o confessionali, senza ingerenze esterne da parte di organismi sovranazionali.

Istanze che hanno trovato corpo nella riforma della Costituzione approvata nel 2011 il cui preambolo, dopo un’invocazione a Dio, spiega come l’Ungheria – che perde la dicitura “Repubblica” dal suo nome –  sia fondata sulla cristianità ribadendo il ruolo della Santa Corona di Santo Stefano, il re della conversione al cristianesimo, come simbolo della nazione. La nuova Costituzione, successivamente emendata nel 2013, testimonia il compimento del processo di trasformazione di Fidesz e segna una decisiva svolta autoritaria nella vita politica del paese: tra le molte modifiche, è stata limitata la libertà d’espressione; è stata ridotta la possibilità per i partiti politici di fare campagna elettorale attraverso i media nazionali; sono state introdotte delle multe e pene detentive per i senzatetto; è stata ridefinita la categoria di “famiglia”, che non include coppie non sposate, senza figli o formate da persone dello stesso sesso; è stato espunto il richiamo alla pace ed è stata consentita la formazione di organizzazioni armate che perseguono scopi politici.

La generazione che, alla fine degli anni Ottanta, ha lottato per la libertà del proprio paese, una volta al potere ha costruito una prigione. Orbán è il re della gabbia, ma nemmeno lui ne possiede le chiavi. La mente che ha costruito la prigione è anch’essa prigioniera. Una cattività di cui soffre anche l’opposizione, incapace di offrire alternative. Il Muro è caduto, ma non nella testa degli ungheresi che l’hanno visto cadere.

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