Da qualche tempo si aggira per l’Europa lo spettro del “sovranismo di sinistra”, una strana alchimia di socialismo e difesa della patria, che di recente si è aperta la strada tra le macerie dei partiti socialisti e socialdemocratici del Vecchio Continente, con una retorica nazionale che ricorda da vicino i partiti populisti. Il focus di questa corrente di pensiero sovranazionale che ha fatto proseliti un po' ovunque è proprio la politica da adottare su immigrazione, rifugiati e società multietnica; i socialisti europei cercano idee, soluzioni o forse un miracolo, per uscire dalla crisi nera che in molti casi ha significato consensi decimati e l’addio al ruolo di attori di primo piano nell’arena politica.


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Ma ora sembra abbiano trovato un modello vincente a cui guardare: con il vento in poppa nei sondaggi, la stella di Socialdemokratiet, la formazione di centro-sinistra già al governo del Paese fino al 2015, è tornata a splendere. Volto del nuovo corso è la quarantenne Mette Fredriksen, già vicepremier nel gabinetto Helle Thorning-Schmidt, il primo della storia danese guidato da una donna, oggi pronta dopo quasi 4 anni di opposizione a riportare i socialdemocratici nella stanza dei bottoni al motto di “Non voglio essere alla guida di una Danimarca che non controlla le sue frontiere”. Uno slogan che piace, a quanto pare, nonostante abbia sancito la rottura definitiva con la sinistra rosso-verde De Rød-Grønne e con i liberal-democratici di Radikale Venstre; un divorzio già annunciato da tempo, almeno da quando i socialisti hanno iniziato a votare le misure restrittive contro minoranze e rifugiati promosse dal governo Rasmussen II; prima tra tutte il divieto del burqa.

L’immigrazione e la società multietnica sono diventati temi tanto centrali nel dibattito politico del paese più meridionale della Scandinavia, da aver occupato 44 pagine del programma elettorale che Socialdemokratiet sottoporrà al prossimo anno al vaglio degli elettori. Le premesse e alcune proposte contenute nel testo, dal titolo Retfærdig og Realistisk, “Giusto e Realistico”, a dire il vero, superano a destra persino quelle della Lega. “Il progetto si articola in diverse proposte con “lo scopo di riprendere il controllo delle frontiere” e altre rivolte a chi già vive in Danimarca. Tra le principali, un tetto agli stranieri non occidentali ammessi, hot-spot esterni all’Ue per la valutazione delle domande d’asilo; sistema europeo di quote per paese e stop alle domande individuali; freno ai “quartieri-ghetto”, imponendo una presenza degli immigrati non occidentali che non superi il 30% dei residenti. E infine obbligo per i rifugiati in sussidio di lavorare per contribuire al welfare. 

La Danimarca è conosciuta in Europa per il suo approccio restrittivo all'immigrazione, ma la metamorfosi drastica dei socialdemocratici ha attirato l'attenzione della stampa di mezzo mondo. "In realtà, Socialdemokratiet non si sta muovendo a destra, ma sta semplicemente tornando alle sue origini", dichiara Peter Nedergaard, professore di scienze politiche presso l'Università di Copenaghen, "Il partito si considera il guardiano del sistema di welfare danese, e negli ultimi anni la crescita esponenziale degli immigrati non occidentali, secondo loro, può mettere a repentaglio i diritti acquisiti per tutti, sia per i danesi che per gli immigrati che vivono già in Danimarca ". Inoltre, secondo Nedergaard, la dura concorrenza tra lavoratori in un sistema di mercato neoliberale non fa parte della tradizione socialdemocratica: "I socialdemocratici danesi hanno deviato dalla loro posizione tradizionale quando hanno abbracciato i principi liberali negli anni '80, specialmente sul tema dell'immigrazione e una parte dell'elettorato ha "punito" Socialdemokratiet, votando per Dansk Folkeparti ". DF è una formazione che gli osservatori internazionali pongono nell’estrema destra ma che a differenza di partiti come PVV nei Paesi Bassi, Lega in Italia e AFD in Germania, presenta un programma con posizioni sociali molto forti.

Nonostante la durezza nei toni, almeno secondo la percezione del Sud Europa, il "sovranismo" nel programma dei socialdemocratici danesi non chiede la chiusura totale dei confini ma un tetto al numero di arrivi, in base alle quote stabilite con altri paesi europei. In questo senso, spiega Nedergaard, l'opzione danese abbracciata dal centro-sinistra è intermedia. "La loro posizione è a metà strada tra le istanze più radicali dei paesi di Visegrad e quelle molto liberali di Germania e Svezia". Quella della sinistra danese, insomma, non sarà una resa ai sentimenti anti-immigrazione ma è un allontanamento dai valori condivisi da gran parte dei partiti socialisti europei difficile da smentire. E che la faccenda possa creare qualche imbarazzo nel partito, soprattutto in seguito ad un insolito interesse della stampa internazionale sul caso, è comprensibile. Probabilmente per questa ragione, i socialdemocratici, hanno preferito non rilasciare interviste.

“Questo orientamento è il risultato di una tendenza che investe un po’ tutta Europa ma non ha una vera e propria spiegazione pratica”, racconta  Sebastian Juel Frandsen, del Danish Council for Refugees, la principale Ong danese di supporto a rifugiati e richiedenti asilo. “Il numero di arrivi è crollato negli ultimi tempi, quindi i toni emergenziali nel dibattito politico in Danimarca - dove oggi il 75% del parlamento sostiene regole restrittive sull’immigrazione - non hanno altra ragione se non le elezioni politiche del prossimo anno.” prosegue l’esponente della Ong. Da destra a sinistra, però, tutti denunciano il rischio che il sistema di welfare collassi, se non viene messo un freno all’immigrazione. “E’ indubbio che lo stato sociale sia sotto pressione ma l’integrazione dei migranti è un investimento a lungo termine per il nostro Paese”, sostiene Frandsen “e in primis l’accoglienza è un dovere sul piano umanitario.” Ma è vero che i migranti creano “società parallele” oppure “quartieri ghetto” fuori dal controllo dello Stato? “Il nostro sforzo è che i rifugiati vengano distribuiti nel modo più omogeneo possibile, in ogni angolo del Paese, proprio per evitare fenomeni simili. Ma è normale che i membri di una comunità, per ragioni linguistiche o culturali, tendano a cercare altri membri della stessa comunità. Avviene ovunque, anche tra europei che vivono in altri Stati dell’Unione.” 

La risposta alla domanda se la svolta “sovranista” di Socialdemokratiet sia un ritorno alle origini o una rincorsa della destra sul suo terreno è aperta ma la questione potrebbe creare qualche problema anche al Partito Socialista Europeo - di cui i danesi sono parte con una rappresentanza di tre deputati - soprattutto in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Per l'eurodeputata Elly Schlin, però, nonostante la popolarità dell’anti-immigrazionismo “ragionevole” dei socialdemocratici danesi non esiste un ‘rischio contagio’ tra i partiti di centro-sinistra del resto d’Europa: “La posizione assunta in Danimarca da Socialdemokratiet è una faccenda nazionale ma in seno al gruppo dei Socialisti e Democratici l’orientamento maggioritario rimane quello di politiche umane e ragionevoli”, aggiunge. “La decisione di astenersi sulla riforma di Dublino e la norma danese sulla confisca dei beni ai rifugiati, votata anche dal loro partito, hanno certamente acceso un dibattito interno al gruppo ma il centro-sinistra europeo ”, prosegue l’esponente di Possibile, membro indipendente del gruppo S&D “rimane vincolato a provvedimenti che rispettino i diritti umani e le Convenzioni internazionali”. 

Intanto, però, il fronte socialdemocratico che applaude alla terza via tra frontiere aperte e frontiere chiuse cresce e raccoglie, tra gli altri, i laburisti olandesi, quelli austriaci e i belgi. E dopo le europee, potrebbe rappresentare un ulteriore elemento di incertezza nel frammentato scacchiere politico continentale.

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