Può effettivamente sembrare strano che uno dei movimenti politici più moderni e laici dell’intero Mediterraneo orientale si sia sviluppato in una delle zone più povere della regione – il Kurdistan turco – a un passo dalla Siria martoriata da autoritarismo e movimenti integralisti e un Kurdistan iracheno moderno economicamente, ma dove la politica è ancora gestita su linee clanico-tribali. Eppure, perfino con buona parte della propria leadership in carcere e con una legge elettorale penalizzante per i territori a maggioranza curda, il Partito Democratico del Popolo (in curdo: “Partiya Demokratîk a Gelan”, in turco: “Halkların Demokratik Partisi” – HDP) è riuscito anche nell’ultima tornata elettorale del giugno di quest’anno a superare l’alta soglia di sbarramento prevista dal sistema turco, il 10%, e a entrare nuovamente in Parlamento. Per capire il successo di questo movimento relativamente giovane, fondato nel 2012, e del suo carismatico leader Selahattin Demirtaş, nel cuore di una regione del mondo sempre più conservatrice, è però necessario fare un passo indietro e guardare allo sviluppo della politica curda nel contesto della Turchia moderna.


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Potremmo chiamarlo “evoluzionismo politico”. Ovvero la capacità di certi movimenti, paragonabile a quella degli organismi viventi, di nascere e svilupparsi adattandosi alle condizioni dell’ambiente circostante. E se parliamo di movimenti curdi e di Turchia contemporanea, parliamo di un ambiente decisamente ostile. Un ambiente che ad occhi esterni è oggi caratterizzato dal contrasto tra una “destra” conservatrice – e vincente – dominata dal Partito Giustizia e Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi – AKP), di ispirazione islamista, e dal suo leader, l’attuale Presidente Recep Tayyip Erdoğan, e una “sinistra” laica e tendenzialmente elitaria e borghese, concentrata nelle città della costa occidentale e che guarda all’Europa come aspirazione politica. È questa una descrizione che contiene certamente elementi di verità, ma che trascura un fattore che in Europa siamo abituati a guardare con meno attenzione – almeno fino a qualche anno fa – o a relegarlo semplicemente negli ambienti della destra più conservatrice: il nazionalismo.

Ciò che spesso sfugge è infatti il carattere intrinsecamente nazionalista dell’intera scena politica turca, che non risparmia nessun partito o movimento oggi esistente avente un qualche peso elettorale. Ciò vale innanzi tutto per i repubblicani del Partito Popolare Repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi - CHP), oggi principale partito di opposizione e che ispira il proprio messaggio politico al nazionalismo modernista del fondatore della Nazione Kemal Ataturk. Un tipo di nazionalismo basato sulla riaffermazione della turchicità della Repubblica contro il passato multietnico ottomano e i tentativi di colonizzazione europea, che rivendicava un futuro laico-nazionalista anche per lasciarsi alle spalle l’universalismo multi-identitario del Califfato ottomano. È questa la principale base ideologica che, in varie forme, ha dominato la Turchia, almeno fino all’avvento dell’Akp di Erdogan. Essa, ovviamente, mal si conciliava con le rivendicazioni delle numerose minoranze ancora ben presenti in Turchia, soprattutto quelle territorialmente e numericamente consistenti come i curdi, circa un quarto della popolazione e prevalenti in gran parte dell’Est del Paese. Allo stesso tempo, durante la Guerra Fredda questa ideologia trovava la propria collocazione naturale nel Blocco Occidentale, a cui lo stesso Ataturk guardava come direzione per la modernizzazione della società.

È in questo quadro, in antitesi con un nazionalismo ideologico e repressivo alleato dell’Occidente, che si può leggere il successo del Partito Curdo dei Lavoratori (Partiya Karkerên Kurdistanê - PKK), negli anni Ottanta tra la popolazione curdo-turca. Un movimento che mischiava il nazionalismo “di reazione” con l’internazionalismo socialista del Blocco Orientale e che quindi andava a rappresentare per parte della popolazione curda una antitesi quasi perfetta all’ideologia dominante in quello Stato dove spesso si sentivano trattati da cittadini di serie B.

Ma il PKK non è il solo movimento che ha riscosso consensi tra l’elettorato curdo prima dell’avvento del HDP. Negli ultimi due decenni, gran parte dell’elettorato curdo ha infatti optato per un altro movimento che si poneva in antitesi con lo storico nazionalismo ataturkiano e che mostrava di ispirarsi alla tolleranza multietnica del passato ottomano della Turchia: l’AKP di Erdogan. Anche se può sembrare quasi incredibile oggi, negli ultimi due decenni l’AKP si è infatti costantemente affermato come primo partito tra la minoranza curda della quale rappresentava, spesso meglio dei movimenti di estrema sinistra come il PKK, le istanze religioso-conservatrici e che si poneva in contrasto con i tradizionali partiti nazionalisti che avevano dominato la scena per gran parte della storia della Turchia repubblicana.

A metà degli anni Duemila l’AKP sembra voler confermare le aspettative e inizia un processo di riconciliazione con la minoranza turca. Mette così in atto il primo vero tentativo di chiudere definitivamente il sanguinoso capitolo dell’insorgenza guidata dal PKK dialogando direttamente con la sua leadership, a partire dal suo storico leader Abdullah Öcalan, dal 1999 rinchiuso nel carcere di İmralı ma ancora influente tra l’opinione pubblica curda. Un tentativo che porta molto vicino a una pace definitiva, almeno fino allo scoppio della crisi siriana e ai primi seri problemi che mettono in dubbio la solidità del potere dell’AKP. La rottura con il movimento religioso guidato da Fethullah Gülen, fino a quel momento una delle principali colonne del potere di Erdogan, porta a un conflitto interno all’elettorato religioso e a all’apparato burocratico-militare dello Stato, per buona parte controllato dalla potente organizzazione di Gülen. È a questo punto che Erdogan e l’AKP si ritrovano nella necessità di costruire nuove alleanze e una nuova retorica per riuscire a restare dominanti nel Paese; ed è a questo punto che inizia la “riconversione” nazionalista dell’Akp e il suo avvicinamento all’ala più oltranzista degli ex Lupi Grigi, oggi rappresentati dal Movimento Nazionalista (Milliyetçi Hareket Partisi – MHP) guidato da Devlet Bahçeli.

Un avvicinamento prima timido e poi diventato esplicito in occasione dell’alleanza firmata tra le due formazioni durante l’ultima campagna elettorale. Un cambio non solo di alleanze ma anche di retorica, in cui l’elemento islamico si fonde con le istanze nazionaliste e militariste e ha garantito a Erdogan di superare quasi illeso il duro conflitto interno con il movimento di Gülen, il quale, secondo la narrativa ufficiale, si sarebbe anche reso responsabile del tentativo di golpe del luglio 2016. Questa nuova alleanza aveva però bisogno di essere sancita da un “sacrificio”: la fine del tanto sudato processo di pace con i Curdi, mai accettato dall’elettorato nazionalista. Un sacrificio reso ancora più impellente dalla conquista da parte delle milizie del YPG siriano, che i turchi considerano l’ala siriana del PKK, di gran parte del nord della Siria, dal quale durante tutti gli anni Ottanta i militanti curdi avevano lanciato le loro offensive in territorio turco. Ed è proprio attraverso il fallimento del processo di pace e il ritorno di una nuova retorica nazionalista dominante che si può leggere quindi il recente successo dell’HDP, prima nelle elezioni del 2015 e poi nel 2018. Un partito nato nel 2012 per riunire la sinistra curda e dare rappresentanza a quella che era stata la principale base popolare del PKK, è oggi l’unica formazione davvero anti-nazionalista del panorama politico turco. Un animale politico, quindi, alieno alla Turchia di oggi, in grado, proprio per questo, di attrarre attraverso il suo messaggio modernista e tollerante anche una parte consistente di quell’elettorato giovanile di etnia turca stanco della deriva nazional-religiosa che oggi domina il Paese.