Consultazioni regionali attese e temute, quelle svoltesi in Baviera, 14 ottobre, e Assia, 28 dello stesso mese. Potenzialmente in grado di modificare l’equilibrio politico tedesco e, a seguire, comunitario. E test importante, soprattutto in vista del voto europeo del 2019, per monitorare una delle tendenze del nostro tempo.

Il principale interprete del populismo tedesco, Alternative für Deustchland (AfD), in Baviera e Assia, come si sa, non ha sfondato. Ma in Baviera, dove si presentava per la prima volta, ha raccolto il 10,2% dei voti sottraendoli in gran parte alla CSU e anche riportando alle urne elettori che le avevano precedentemente disertate. Mentre in Assia l’AfD è passata dal 4,1% del 2013 – al di sotto del quorum – al 13,1%, a breve distanza dall’SPD precipitato al 19,8%, in calo di 10,9 punti. Peggio dell’SPD solo la CDU, che con il 27% si conferma primo partito ma perde l’11,3. Identico destino per CSU e SPD in Baviera: i cristiano-sociali rimangono il primo partito ma scendono di 10,5 punti e si fermano al 37,2% perdendo così, per la seconda volta nella loro storia, la possibilità di un governo monocolore. Mentre l’SPD scende ancora di 10,9 punti e si ferma al 9,7% dei consensi: di gran lunga il peggior risultato ottenuto dai socialdemocratici in Baviera dal 1946 ad oggi. In entrambi i Länder, poi, un trionfo dei Verdi che, conquistando rispettivamente il 17,6% e il 19,8% delle preferenze, sono ora il secondo partito sia in Baviera che in Assia.

Numeri e dati che confermano il terremoto in corso, non da ieri, nel tradizionale panorama politico tedesco. Con l’entrata nei parlamenti regionali di Assia e Baviera, l’AfD è ora presente nelle aule di tutti e 16 i Länder, infrangendo così definitivamente quel virtuoso tabù che Franz Josef Strauss aveva voluto imporre alla politica bavarese e anche tedesca: nessun partito a destra della CSU. Inoltre il crollo della CSU in Baviera, della CDU in Assia, e dell’alleato di governo SPD nei due Länder, ha spinto la Cancelliera Angela Merkel a dare avvio al proprio ritiro dalla politica: rinunciando a candidarsi nuovamente alla presidenza della CDU e dichiarando che al termine del mandato governativo nel 2021 non sarà disponibile per alcun tipo di incarico, in Germania come in Europa.

Per quanto riguarda l’identità dei governi locali, le consultazioni di ottobre cambieranno tuttavia poco o nulla. In Baviera è già stato firmato l’accordo di governo fra la CSU e i Freie Wähler (11,6%), i Liberi elettori, associazione/partito profondamente localistico che solo a fatica, e non senza contrasti interni, si è affacciato a scenari politici più ampi. Assai simili per orientamento complessivo ai cristiano-sociali – “carne della nostra carne”, li ha definiti un quadro della CSU – non porranno plausibilmente particolari problemi. E in Assia, dove mentre si scrive le trattative sono ancora in corso, si andrà probabilmente a una riedizione del governo nero-verde, in carica da gennaio 2014.

Anche a livello federale è probabile che le conseguenze, almeno a medio termine, siano modeste. Rinunciando alla propria candidatura al congresso CDU di dicembre, Merkel ha distolto da sé molti dei cannoni che le si stavano girando contro: gran parte delle tensioni interne della CDU possono scaricarsi ora nell’agone per la scelta del nuovo Presidente del partito. E anche il rischio che l’SPD, dopo l’ennesimo tracollo, voglia chiamarsi fuori anzitempo dalla Grande Coalizione, sembra per il momento scongiurato.

Elementi di obbligata riflessione – soprattutto nella prospettiva europea, o anche di singoli Stati nazionali - rimangono dunque la progressiva, radicale, erosione dei tradizionali partiti di massa; le persistenti ondate di astensionismo; l’affermarsi di nuovi partiti d’impronta anti-sistema, generati da un non superficiale clima di sfiducia verso il mondo politico. E d’impronta “sovranista”, in un diffuso recupero delle identità nazionali contro la globalizzazione e la stessa Unione Europea. Alla vigilia del voto bavarese, in una intervista a La Repubblica, Wolfgang Schäuble (CDU), ex ministro delle Finanze e attuale Presidente del Bundestag, ha ammesso: «La democrazia è sotto pressione». Il presidente dell’AfD in Turingia, Björn Höcke, preferisce invece parlare di “puzzo di decomposizione di una democrazia morente”. E scrive, rassicurando in merito alle eventuali conseguenze di un simile decesso: “Anche nel caso di un tracollo degli Stati Nazionali e del caos che ne conseguirebbe, di gran lunga non sarebbe tutto perduto. Se tutti i fili si rompono, allora come valorosi e allegri Galli di una volta ce ne torniamo nei nostri rifugi agresti. Noi tedeschi – per lo meno quelli che ancora vogliono esserlo – siamo in fondo solo una tribù fra le altre. La retribalizzazione nel contesto di una trasformazione multiculturale può diventare una linea di resistenza, una nuova cellula germinale del popolo. E da questa linea potrebbe avere un giorno inizio la riconquista”.

Björn Höcke è stato appena rieletto presidente dell’AfD in Turingia e capolista per il voto regionale del 2019 con l’84,4% dei voti, nonostante su di lui pesi un’indagine per attività anticostituzionali che in Germania ha fatto parecchio rumore. In vista delle elezioni europee di maggio 2019 Höcke parteciperà, in novembre, al convegno “Incontri di Hermann 2018” (sì, Hermann, o Arminius in latino, l’ufficiale delle truppe romane, germanico di nascita, che nel 9 d.C. ingannò e condusse al massacro le Legioni di Varo nella foresta di Teutoburgo. Indimenticato eroe di una Germania profonda e si spera non troppo estesa) dal titolo: La vera Europa. L’esatta location dell’incontro verrà comunicata ai partecipanti solo a tempo debito e fra gli ospiti d’onore vi sarà Gianluca Savoini, ex portavoce di Matteo Salvini e attuale Presidente dell’associazione “Lombardia-Russia”, canale molto attivo di collaborazione e simpatia fra la Russia di Vladimir Putin e la Lega Nord, partito di governo in Italia. Quell’Italia che, ignorando le regole di bilancio comunitario, appare ora un modello agli occhi dell’AfD: «Salvini sta insegnando all’establishment che l’Italia è un Paese sovrano», ha dichiarato Jörg Meu­then, europarlamentare e co-presidente di Alternative für Deustchland. Che il vicepremier italiano, Matteo Salvini, sia il candidato populista alla guida della Commissione Europea è per Meuthen fortemente “auspicabile”.

Grande è la confusione sotto il cielo e certo la vittoria regionale dei Verdi potrebbe non bastare per trovare la situazione eccellente. Tuttavia le elezioni in Baviera ed Assia ci mandano forse a dire che la partita per l’Europa, e per tutti i princìpi che essa si porta dietro, è molto a rischio ma ancora aperta. Che non tutti i delusi dalla politica sono disposti a prestar orecchio alle semplificazioni “populiste” - da ammirare, nella sua esemplarità, quella del leghista Luigi Coccia con la sua “scarpa made in Italy”: gesto nato social ancor prima di diventare pensiero. E che lo scontro, anche a causa dell’indebolirsi dei “partiti di centro”, è destinato ad acuirsi. Fra chi, come Annalena Baerbock, leader dei Verdi tedeschi, vuole più soldi per la Ue, anche per allestire un sistema comune di difesa europea. E chi, con un sostegno trasversale che sembra andare da Mosca a Washington, lavora a un indebolimento dei legami europei e alla riscoperta della sovranità nazionale. O, al limite, allegramente tribale.

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