Le relazioni tra Turchia e Stati Uniti attraversano uno dei periodi di maggiore crisi nella storia dei rapporti tra i due Paesi a partire dal secondo dopoguerra, da quando la Turchia, diventata membro della Nato nel 1950, ha cominciato a ricoprire un ruolo strategico delle politiche statunitensi nello scacchiere mediorientale. I primi attriti sono emersi in modo evidente già all’indomani del fallito golpe del 15 luglio 2016, orchestrato secondo il Governo turco dall’organizzazione di Fethullah Gülen, imam in esilio volontario in Pennsylvania dal 1999. La richiesta immediata di estradizione del leader religioso da parte del Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, rimasta disattesa non solo dall’amministrazione Obama ma anche, forse inaspettatamente, da quella Trump ha aperto la strada a un contenzioso poi manifestatosi nel caso del pastore Brunson.

Arrestato in Turchia nell’ottobre 2016 con l’accusa di terrorismo e di aver sostenuto tanto il PKK quanto la rete Gülen, il reverendo Andrew Brunson, è stato al centro di un duro scontro tra Trump e Erdoğan con fortissime ripercussioni anche sul piano economico. Con una mossa senza precedenti nei confronti dell’alleato turco, la Casa Bianca, appellandosi alla legge Magnitsky, ha prima imposto delle sanzioni finanziarie contro due Ministri turchi considerati responsabili dell’arresto del pastore statunitense. Successivamente ha preso la decisione di raddoppiare i dazi su alluminio e acciaio, provocando in questo modo un crollo precipitoso della lira turca e aggravando sensibilmente una preannunciata crisi economica. Nel mese di agosto 2018 la valuta turca raggiunge il minimo storico nello scambio con il dollaro e comincia a dare qualche segnale di ripresa solo dopo il rilascio di Brunson lo scorso ottobre.

Nel frattempo il crollo della lira dà ampio rilievo internazionale alle debolezze dell’economia turca, prima tra tutte la dipendenza dagli investimenti esteri e quindi il forte indebitamento estero di banche e imprese turche che la rende esposta alle speculazioni sui mercati finanziari. Il Presidente Erdoğan, il cui successo è in ampia misura legato anche allo straordinario sviluppo economico che la Turchia ha conosciuto negli anni Duemila, di fronte al crollo della moneta turca, decide di aumentare le tariffe su determinati prodotti statunitensi importati in Turchia e non esita a ricorrere a una marcata retorica nazionalista definendo le decisioni degli Stati Uniti una guerra economica contro il suo Paese. Un discorso che, oltre ad avere presa a livello nazionale, è apparso subito anche come un segnale di un’apertura verso nuove alleanze economiche e commerciali, oltre che politiche.

Sono proprio queste alleanze, in particolare l’avvicinamento alla Russia, che contribuiscono a inasprire i rapporti tra Turchia e Stati Uniti. Dopo la crisi diplomatica tra Russia e Turchia seguita all’abbattimento del jet russo nel 2015, di recente le relazioni si sono intensificate ben oltre una semplice normalizzazione. I due Paesi sono impegnati in accordi di cooperazione su alcune questioni strategiche dall’ambito militare a quello energetico. La decisione del Governo turco di acquistare i missili di fabbricazione russa S-400 mette in serio pericolo la partecipazione turca al programma degli F-35, in corso dal 2002, e gli Stati Uniti hanno annunciato un blocco del trasferimento dei missili che la Turchia si è impegnata ad acquistare. È la prima volta che un Paese NATO decide di ricorrere a strumentazione militare russa e ciò comporta non pochi problemi nel campo della difesa visto che la Turchia stessa produce componenti degli F35, che i suoi piloti sono stati addestrati in territorio statunitense e che tutto ciò faciliterebbe un trasferimento di informazioni alla parte russa. Nonostante le numerose pressioni internazionali e le minacce statunitensi, il Ministro della Difesa turco Halusi Akar ha annunciato l’entrata in uso dei missili russi dal prossimo ottobre.

Mentre quindi appare improbabile un passo indietro sugli S-400, la cooperazione tra Erdoğan e Putin si rafforza anche su altri fronti. La Turchia ha contribuito in modo decisivo alla realizzazione del progetto di un gasdotto che permetterà ai russi non solo di fornire gas all’Europa ma anche di estendersi nella regione orientale del Mediterraneo, proprio in un momento in cui gli Stati Uniti premono sull’Europa per avere maggiore peso nel suo approvvigionamento energetico. Il completamento del lungo tratto sottomarino del TurkStream è stato al centro di una cerimonia a Istanbul lo scorso novembre, a cui ha partecipato anche Putin diventando occasione per celebrare le relazioni tra i due Paesi e, da parte turca, un’ulteriore dimostrazione della propria intenzione di attuare una politica indipendente in Medio Oriente.

Sul fronte siriano la Turchia appare agire in più direzioni in un delicatissimo equilibrio in cui, per perseguire interessi nazionali e salvaguardare il proprio ruolo chiave nella regione, si muove tra accordi con gli Stati Uniti da un lato e con Russia e Iran dall’altro. La negoziazione riuscita tra il Segretario di Stato Pompeo e il Ministro degli Esteri turco per il ritiro delle milizie curde dalla città di Manbij ha rappresentato un passo in avanti nel contrasto determinato dall’appoggio militare statunitense alle Forze democratiche siriane (SDF) che il governo di Erdoğan considera un’estensione del PKK e quindi parimenti un’organizzazione terroristica. La roadmap per Manbij ha però conosciuto diversi momenti di stallo e nel frattempo la Turchia non ha esitato a stringere accordi con la Russia, per una tregua e la creazione di una zona demilitarizzata nell’area di Idlib e a dare seguito ai colloqui politico-militari di Astana (Kazakhstan) allo stesso tavolo con l’Iran. La demilitarizzazione di Idlib e più in generale l’apertura verso la Russia e l’Iran sono il frutto di un’intensa attività diplomatica mediante la quale Erdoğan ha voluto sottolineare il ruolo decisivo della Turchia nel risolvere crisi regionali, come egli stesso ha dichiarato nel discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Nella stessa occasione ha anche criticato il ricorso a sanzioni economiche come arma politica, prendendo così ancora una volta le distanze dalla politica statunitense.

La Turchia, legata all’Iran da intensi rapporti commerciali, pur essendo uno degli otto Paesi esentati dalle sanzioni, continua a criticare queste misure, giudicate una minaccia per gli equilibri globali e uno strumento imperialista. Sulla questione delle sanzioni all’Iran è inoltre ancora oggetto di scambi diplomatici il caso di Hakan Atilla, il dirigente della banca turca Halkbank detenuto negli Usa con l’accusa di aver permesso all’Iran di aggirare le sanzioni investendo in fondi statunitensi.
Di fatto mentre le relazioni con gli Stati Uniti sono critiche su diversi punti, è chiaro che la Turchia, con le elezioni amministrative a marzo e la recessione alle porte, sta giocando una strategia di riposizionamento in politica internazionale, anche cercando di guadagnarsi nuovi appoggi in campo economico e commerciale. In questo contesto, l’omicidio del giornalista saudita Khashoggi, avvenuto nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, ha fornito a Erdoğan un’ottima occasione. Il presidente turco denunciando il regime di Riad e chiedendo verità e giustizia per Khashoggi, ha ribadito il suo contrasto con i sauditi, il suo avvicinamento al Qatar − che aveva già salvato la Turchia nella crisi economica − e si è riproposto come Paese modello nel mondo arabo-islamico. Inoltre, tenta di guadagnare nuova credibilità in campo internazionale, in un periodo in cui risulta gravissima la violazione dei diritti umani nel suo Paese.

@lea_nocera

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