È capitato più volte che nell’ambito del dibattito su come regolare i flussi migratori l’Australia venisse chiamata in causa dal Ministro degli Interni e vice-premier italiano Matteo Salvini come modello virtuoso da cui prendere l’esempio.

È accaduto anche durante lo scorso agosto, quando si decideva del destino dei migranti intercettati nel Mediterraneo dalla nave Diciotti. In quell’occasione Salvini dichiarò che «grazie al modello No Way nessuno di quelli che vengono salvati in mezzo al mare mette piede sul suolo australiano» e che «a questo tipo di approccio si dovrà arrivare anche in Italia».

In quei giorni il leader leghista mostrava per la prima volta segnali di insofferenza alle condizioni del contratto di governo siglato qualche mese prima con l’altro vice-premier Luigi Di Maio per porre fine all’impasse politica post-elettorale. Di Maio aveva immediatamente replicato al suo omologo che il modello australiano non era nel contratto di governo e che l’obiettivo delle politiche dell’esecutivo era unicamente «quello di fermare le partenze, che è un altro concetto».

Oggi - con i sondaggi che vedono la Lega primo partito del Paese e il M5S perdere consenso e con diversi quotidiani italiani che ipotizzano uno sfaldamento del governo, con Salvini pronto ad alzare la posta su diverse questioni, tra le quali quella relativa ai migranti, ed eventualmente far saltare il banco se non accontentato - ci si chiede se il draconiano modello australiano non possa nuovamente tornare di attualità.

La linea dura del No Way, più volte citata da Salvini, non è altro che la trasposizione mediatica delle politiche migratorie di Canberra, una campagna pubblicitaria in piena regola ideata nel 2013 dal defunto Ministero dell’Immigrazione australiano, che ha avuto il suo climax in uno spot televisivo tradotto in dodici lingue dai toni intimidatori per dissuadere chiunque volesse raggiungere via mare l’Australia senza un regolare permesso.

In realtà le direttive migratorie dei governi, conservatori e progressisti, che dall’inizio del nuovo millennio a oggi hanno regolamentato con estremo rigore e altrettanto cinismo i flussi dei richiedenti asilo irregolari vanno sotto il nome di Pacific Solution e Operation Sovereign Borders (OBS), introdotte rispettivamente nel 2001 e nel 2013.

La combinazione delle due legislazioni ha avuto − negli anni − l’effetto di trasferire tutti i boat people in centri di detenzione off-shore e di azzerare completamente gli arrivi dei barconi.

La Pacific Solution è entrata in vigore due settimane prima degli attacchi terroristici alle Torri Gemelle di New York, introdotta dall’esecutivo del Primo Ministro conservatore John Howard, in grave difficoltà alla vigilia dalle elezioni federali. Howard – grazie all’enfasi posta in campagna elettorale sul tema della sicurezza − nelle settimane successive all’11 settembre recuperò tutto lo svantaggio sui laburisti confermandosi primo ministro nel novembre del 2001.

La legislazione prevede l’arresto di chiunque entri via-mare illegalmente in Australia con trasferimento nei centri di detenzione di Manus Island, in Papua Nuova Guinea (tecnicamente chiusa un anno fa), dell’isola stato di Nauru e di Christmas Island. Tutti coloro (senza distinzione tra adulti e bambini) ai quali non viene riconosciuto lo status di rifugiato politico sono respinti o deportati. I migranti intercettati a bordo di un’imbarcazione clandestina perdono automaticamente e per sempre il diritto di ingresso nel Paese anche se in possesso dei requisiti per ottenere lo status di rifugiato e sono sottoposti a periodi di detenzione indefiniti in attesa dell'accertamento del proprio status.

La Operation Sovereign Borders è stata invece adottata dai liberali nel 2013 − su iniziativa dell’ex Ministro dell’Immigrazione Scott Morrison, ora Primo Ministro − dopo quasi sei anni di governo

laburista (durante i quali la Pacific Solution fu sospesa per circa quattro anni) e prevede un maggiore coinvolgimento delle forze armate nel pattugliamento delle acque territoriali: la marina militare può rispedire le imbarcazioni illegali al loro porto di provenienza e assisterle nel caso non fossero in grado di fare il viaggio a ritroso.

Inoltre è stato introdotto l’elemento della segretezza relativamente alle attività presso i centri di detenzione.

La sospensione della Pacific Solution a partire dal 2008 aveva fatto di nuovo salire gli sbarchi fino a 25 mila, con oltre 400 vittime mare, nel 2012-13. Con il ripristino della Pacific Solution e l’adozione dell’Operation Sovereign Borders gli arrivi sono stati azzerati in pochi mesi.

Il centro di detenzione di Manus Island è stato completamente sgomberato a novembre 2018, dopo la chiusura nel 2017 in seguito a una sentenza della Corte Suprema papuana che aveva dichiarato illegale e incostituzionale trattenere delle persone, in condizioni definite “disumane”, per un periodo indefinito. L’isola della Micronesia è definita la Guantanamo australiana e la promessa di Canberra di portare sviluppo e prosperità in cambio della collocazione dei centri sul suo territorio non è mai stata mantenuta. Centinaia di persone provenienti soprattutto da Iran, Iraq, Sri Lanka e Afghanistan con lo status di rifugiato politico sono state forzatamente trasferite in prefabbricati nelle aree più depresse dell’isola, con la prospettiva di rimanervi a tempo indefinito malgrado la promessa che si sarebbero trasferite negli Stati Uniti. L’accordo siglato dall’amministrazione Obama con Canberra infatti sembra essere saltato. I centri di detenzione sono stati oggetto di continue controversie e condanne delle Nazioni Unite e di numerose organizzazioni umanitarie per abusi sistematici.

Secondo stime del parlamento australiano solo nel 2016-17 Canberra ha speso quasi 5 miliardi di dollari australiani (circa 3 miliardi di euro) per sorvegliare le acque territoriali e per gestire i centri di detenzione su terraferma e off-shore. Nel novembre del 2017 si contavano 1301 persone detenute nei centri su terraferma, e 652 nei centri di Christmas Island e Nauru. La spesa per la detenzione di ogni singolo migrante era in media di 400,000 dollari australiani (oltre 250,000 euro) l’anno. Di questi oltre 1000 dollari (650 euro) al giorno, spesi da Canberra per gestire i flussi migratori, poco più di 30 dollari (circa 19 euro) al giorno in media sono per i richiedenti asilo politico.

È sufficiente dare un’occhiata ai costi sostenuti da Canberra in questi anni per ritenere altamente improbabile che l’Italia (o l’Europa) intendano adottare tout court il modello No Way in futuro.

Basti pensare che solo per le operazioni di sorveglianza delle acque territoriali l’Australia spende oltre un miliardo di dollari australiani (650 milioni di euro) l’anno mentre le operazioni Mare Nostrum e Triton costavano mensilmente al governo italiano e a Bruxelles rispettivamente 9,5 e 2,9 milioni di euro.

Se è vero che l’Australia ha una superficie marina più grande da monitorare rispetto al Mediterraneo è anche vero che la stragrande maggioranza dei barconi partono dall’Indonesia o comunque da Paesi situati a nord dell’Oceania e che l’Italia (e l’Europa) hanno a che fare con un flusso di migranti almeno venti volte superiore a quello australiano.

L’Operation Sovereign Borders ha intercettato 33 barconi e un totale di 800 migranti dal 2013 a oggi mentre (dati del Viminale) solamente nei primi sei mesi del 2018 sono sbarcati in Italia circa 17 mila migranti, l’80% in meno rispetto all’anno precedente. Si fa fatica a pensare, infine, quale Paese dell’area del Mediterraneo possa accettare di fare come Nauru o la Papua Nuova Guinea e accogliere sul proprio territorio migranti e centri di detenzione con l’Italia che dovrebbe comunque ottemperare al principio del non-refoulement (non respingimento).

Come ha di recente sottolineato l’ambasciatore d'Australia a Roma Greg French, sono molte di più le differenze che le similarità tra la situazione migranti in Europa e in Italia e quella australiana «in cui la gestione del fenomeno è centralizzata» e le politiche del ministro Salvini non somigliano affatto a quelle di Canberra. E per fortuna, dirà qualcuno.

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