Con la sua posizione privilegiata nel cuore dell’Eurasia, al crocevia delle nuove vie della seta, il Kazakhstan possiede tutte le carte in regola per potersi ritagliare un ruolo da protagonista negli ambiti della logistica, della diplomazia e della cooperazione internazionale, ed è certamente tra i migliori candidati per la conquista di uno dei titoli più ambiti, ossia quello di potenza del futuro.

Di tutti questi temi si è discusso lo scorso ottobre, quando ad Astana è andata in scena la 6° edizione del Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali, un evento d’ampio respiro al quale hanno preso parte più di 80 delegazioni provenienti da ben 46 nazioni. Il Congresso, fortemente voluto dal Presidente kazako Nursultan Nazerbaev, è parte integrante della peculiare strategia nazionale che mira alla promozione del modello kazako a livello globale, enfatizzandone al massimo l’apparente tolleranza religiosa – ossequiosamente lodata dalla maggior parte dei leader religiosi giunti nella capitale – e l’armonia esistente tra i numerosi gruppi etnici e le diverse fedi, che in Kazakhstan sono ben 18. L’ex repubblica sovietica, a maggioranza musulmana, è governata dal Presidente Nazerbaev sin dal lontano 1990, un anno prima della conquista dell’indipendenza, e nel corso degli anni si è trasformata nella più importante economia dell’Asia centrale. Il processo di crescita del Kazakhstan, negli ultimi tempi, è stato ulteriormente innervato dall’organizzazione di summit e meeting d’altissimo livello, come gli incontri dedicati alla stabilizzazione della Siria o i diversi Congressi religiosi, che hanno definitivamente certificato l’ambizione del Kazakhstan di divenire uno dei principali hub regionali per la promozione della pace e della cooperazione globale.

Ma l’idea che il modello kazako di tolleranza abbia già raggiunto un livello tale da renderlo esportabile anche all’estero, tuttavia, sembra scontrarsi con la realtà dei fatti, con la quotidianità di buona parte dei 18 milioni di persone che formano la società del Kazakhstan. Come altri governi della regione, infatti, le autorità kazake sembrano esercitare un massiccio controllo sulla religione e su alcuni aspetti della vita quotidiana dei cittadini, come l’abbigliamento o la navigazione su Internet. Nel Kazakhstan moderno, ma anche in altre nazioni dell’Asia centrale – come il Tajikistan – il governo sembra trasferire il proprio autoritarismo anche nelle modalità con cui si approccia alla religione, giustificando spesso tale rigorismo con la necessità di combattere l’estremismo e i terroristi. Nel corso del Congresso religioso di Astana, com’era ampiamente prevedibile, il tema del terrorismo è stato affrontato dalla maggior parte dei leader convenuti, i quali (in maniera altrettanto prevedibile) hanno ribadito la loro ferma condanna per ogni forma di estremismo.

Uno degli interventi più interessanti è stato sicuramente quello di Saidmukarram Abuqodirzoda, muftì del Tajikistan, che ha ricordato la necessità di non confondere i concetti di Islam e di terrorismo. «L’islam è la religione della pace e della tolleranza, e non promuove l’estremismo», ha affermato il religioso. Per rendere l’idea del diretto coinvolgimento dell’Asia centrale nei dossier che riguardano il terrorismo internazionale, basterà rispolverare i dati sugli estremisti islamici di origine centroasiatica che si sono uniti ai combattenti dello Stato islamico, specialmente in Medio Oriente. Dal 2013 in poi, si calcola infatti che un numero compreso tra 2mila e 5mila centroasiatici si sia recato in Siria e in Iraq per unirsi all’Isis. Oltre alla minaccia legata alla possibile penetrazione di estremisti dal turbolento Afghanistan, che condivide una porzione del suo territorio con Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan, in Asia centrale, come nel resto del mondo, si avverte anche il timore che i terroristi possano compiere degli attentati all’interno dei territori nazionali.

Negli ultimi anni, lo Stato centroasiatico più colpito da attacchi terroristici è stato proprio il Kazakhstan, dove dal 2011 ad oggi si è verificata più della metà degli attentati di tutta l’Asia centrale. Uno dei più sanguinosi è stato quello di Aktobe, nel giugno 2016, quando alcuni estremisti provocarono la morte di 7 persone e il ferimento di altre 40. In Asia centrale, in ogni caso, questi attacchi sono abbastanza rari, e nella maggior parte dei casi sono indirizzati verso le autorità statali. Il Congresso religioso di Astana è stato organizzato anche per questo, per stimolare la cooperazione internazionale e la lotta al terrorismo attraverso lo strumento della religione.

«Penso che le organizzazioni religiose possano certamente svolgere un ruolo nella promozione della stabilità e nel contrasto dell’estremismo violento. Ma l’approccio attuale dei governi dell’Asia Centrale nei riguardi della religione, dal mio punto di vista, è di natura autoritaria» - spiega il Dr. Edward Lemon, ricercatore della Daniel Morgan Graduate School di Washington; - «I governi cercano di controllare la religione, impedendo che diventi una forza sociale in grado di minacciare il loro potere. Nel fare ciò, le mie ricerche indicano che in realtà questi tentativi rendono molti centroasiatici più suscettibili ad aderire a gruppi terroristici. I governi dell’Asia centrale hanno cercato di monopolizzare ciò che significa essere “un buon musulmano”, tentando nel contempo di ostacolare il dibattito, la discussione e il pensiero critico. In tal modo,» – prosegue Lemon – «i loro giovani, quando si trasferiscono in Russia per lavoro e ascoltano i messaggi degli estremisti islamici online, appaiono molto vulnerabili. Credo che i gruppi terroristici abbiano usato l’Islam come potente forza di mobilitazione, rivolgendosi a chi possiede una conoscenza limitata della religione. Per realizzare veramente l’obiettivo di cui ha parlato il muftì Abdouqodirzoda ad Astana, penso che i governi della regione debbano dare maggiore spazio ai cittadini e una più ampia varietà di gruppi religiosi per discutere apertamente la religione e trovare modi per raggiungere la tolleranza».

Se il modello kazako di tolleranza religiosa appare ancora ampiamente perfettibile, il Paese sembra invece ben avviato in tutto ciò che concerne lo sviluppo logistico e infrastrutturale, in particolare grazie alla collaborazione con la Cina nell’ambito della Belt and Road Initiative. Il tema della BRI – il mastodontico progetto logistico-infrastrutturale annunciato dal leader cinese Xi Jinping nel 2013 – è emerso anche al sesto Congresso religioso di Astana, dove è stato affrontato dal vicePresidente della Buddhist Association of China, Chun Yi. Nel corso del suo intervento, il religioso avrebbe infatti insistito sui legami tra lo sviluppo della BRI e la promozione del Buddhismo cinese lungo la tradizionale via della Seta. Al confine tra Cina e Kazakhstan, in uno dei punti del pianeta più lontani dagli oceani, è attualmente in corso lo sviluppo del porto di terra di Khorgos, destinato a diventare uno dei principali centri nevralgici della nuova via della Seta. Entro il 2020, questo dry port sarà in grado di movimentare ben 500mila container all’anno, trasformando il Kazakhstan in uno dei maggiori hub commerciali di tutta l’Eurasia.

Per divenire a tutti gli effetti una potenza del futuro, il Kazakhstan dovrà certamente perfezionare il suo modello di tolleranza religiosa, tuttora troppo rigido, cercando nel contempo di trarre il massimo profitto dalle crescenti tensioni tra la Russia e l’Occidente e dalle opportunità economiche offerte dalla Cina, con l’obiettivo di imboccare al più presto il sentiero luminoso verso la grandezza.

@Cassarian

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