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Ecco a cosa può portare la tensione fra Giordania e ISIS

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Isis colpisce, ma la risposta giordana non si è fatta attendere. Sono passate solo poche ore dal brutale assassinio del pilota Muadh al Kassasbe, arso vivo mentre rinchiuso in una gabbia ad appena 27 anni, che, già dalla prima mattina, da Amman, è arrivata la notizia dell’impiccagione di Sajida al-Rishawi, terrorista irachena legata allo Stato Islamico, di cui proprio Isis aveva chiesto la scarcerazione.

 

 

A man purported to be Islamic State captive Jordanian pilot Muath al-Kasaesbeh is seen standing in a cage in this still image from an undated video filmed from an undisclosed location made available on social media on February 3, 2015. Islamic State militants released the video on Tuesday purporting to show Kasaesbeh being burnt alive, and Jordanian state television said he was murdered a month ago. Reuters could not immediately confirm the video, which showed a man resembling the captive pilot standing in a black cage before being set ablaze. REUTERS/Social media via Reuters TV

 

Con lei è finito sul patibolo anche Ziad al-Karbouli, terrorista a sua volta e accusato di essere vicino Abu Musab al-Zarqawi. Le autorità giordane, hanno anticipato che nelle prossime ore sono previste altre esecuzioni, segno che la risposta al Califfo Al-Baghdadi deve essere forte ed esemplare.

La partita però, ora, si gioca anche su due altri fronti. Per prima cosa Amman deve fare i conti con il fatto che si sta dimostrando molto più fedele e decisa nella lotta contro il terrorismo di Isis di altri Stati arabi, primo fra tutti gli Emirati Arabi Uniti che, proprio dal rapimento di al Kassasbe, avvenuto il 24 dicembre scorso, hanno tenuto un profilo sempre più basso, per evitare che i suoi uomini facessero la stessa fine.

Ma c’è un altro aspetto a cui il Re Abdullah, che quando è arrivata la notizia del brutale assassinio si trovava negli Stati Uniti, dovrà prestare necessariamente attenzione: la formazione di una vera e propria serpe in seno che potrebbe minare la sicurezza interna del Paese e la sua stessa leadership.

Nonostante l’impegno attivo nella coalizione e l’amicizia con gli Stati Uniti, il Paese è tutto fuorché esente da rischi di destabilizzazione interna. Una ricerca condotta dal Centro di Studi Strategici dell’Università della Giordania, ha dimostrato che i giordani che considerano Isis un’organizzazione terroristica sono appena il 62%. La percentuale scende a un inquietante 32% se si parla di Al-Nusra.

A questo bisogna aggiungere il fatto che contro il re arrivano attacchi da più parti. Alcune organizzazioni presenti sul territorio, fra cui la versione locale dei Fratelli Musulmani, osteggiano la partecipazione di Amman alla coalizione internazionale, affermando che viola la Costituzione giordana. Re Abdullah deve anche fare i conti con una popolazione salafita in costante crescita nel Paese e già pesantemente contrariata dalla partecipazione giordana in Siria. Il fronte islamico cresce, in qualche modo aiutato paradossalmente anche dall’opposizione laica, per la quale Isis sarebbe una creazione inventata dagli Stati Uniti per dividere gli Stati della regione.

Una campagna a senso unico e in una situazione del genere, nonostante si sia assicurato aiuti da Washington di un miliardo all’anno per i prossimi tre anni, Re Abdullah ha tutti i motivi per temere per la tenuta del suo governo. La barbara uccisione Muadh al Kassasbe, prima ancora di avere conseguenze sulla partecipazione di Amman nella coalizione, rischia di segnare un punto di non ritorno nella Giordania stessa.

 

@martaottaviani

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