Ecco perché lo Yemen sta sprofondando di nuovo nel caos


Le ultime offensive risalgono ai giorni a cavallo tra il 2014 e il 2015 ma sono sufficienti per mostrare con chiarezza che cosa stia diventando lo Yemen: un secondo Afghanistan dalla lunga stagione di stragi suicide e di faide tribali interne che potrebbero concludersi in un deciso ritorno al passato, in termini sia di sicurezza che di organizzazione politica e amministrativa.

Le ultime offensive risalgono ai giorni a cavallo tra il 2014 e il 2015 ma sono sufficienti per mostrare con chiarezza che cosa stia diventando lo Yemen: un secondo Afghanistan dalla lunga stagione di stragi suicide e di faide tribali interne che potrebbero concludersi in un deciso ritorno al passato, in termini sia di sicurezza che di organizzazione politica e amministrativa.

 

Perché la cosiddetta primavera araba e la Conferenza di Unità per il Dialogo Nazionale hanno potuto fare poco per lo Yemen, un territorio da anni preda degli interessi internazionali da una parte e dei destabilizzatori qaedisti dall’altra e che si prepara ad essere diviso nuovamente in Yemen del Nord, con capitale Sanaa e dirigenza sciita, e Yemen del Sud, con città di punta Aden e governo moderato filo-americano.

Nell’arco di tre giorni, dal 29 dicembre 2014 all’1 gennaio 2015 non c’è stato momento trascorso senza esplosioni e vittime e l’ultimo attentato risale a ieri 5 gennaio a Sanaa, contro postazioni e luoghi di ritrovo dei ribelli sciiti. Il 31 dicembre scorso trentatré persone sono decedute e 30 sono state ferite a Ibb, nel Sud Est dello Yemen, tra la capitale Sanaa e la città di Al Beida. Il vero target dell’attentato, consumato in un centro educativo, dove ci si preparava a organizzare le celebrazioni sciite per la nascita del profeta Mohammad, era il sindaco della città di Ibb, Yahia Al-Eriani e altri dirigenti di Ansar Allah, il partito della famiglia al-Houti, a capo della minoranza sciita zaidita che dallo scorso settembre ha avuto in mano molti ministeri, l’esercito e ruoli chiave nella sicurezza e nell’amministrazione dello Stato, scalzando di fatto la leadership di Islah, il partito dei Fratelli Musulmani.

L’episodio non è stato isolato: un ordigno esplosivo è scoppiato poco tempo dopo nell’ospedale di al-Thaura, una delle due strutture che accoglievano i feriti, mentre nello stesso giorno ne è scoppiato un secondo nella località di al Bejda a Nord di Ibb. Due giorni prima due ordigni sono scoppiati a Sanaa con l’intento di colpire un ministro e il suo interprete mentre il 29 dicembre scorso un’autobomba ha ucciso il figlio di un leader della tribù al-Asharf nell’area del Marib, anche lui impegnato nelle celebrazioni per il compleanno del Profeta, e vicino alla dirigenza houti. Qui in Marib è stato firmato da poco un accordo che affida solo alle tribù locali le attività di sicurezza e amministrazione, escludendo di fatto anche gli houti dal controllo del territorio. Una mossa coraggiosa che non piace né agli houti né ad al Qaeda né al governo centrale di Hadi, poco amante della risoluzione dei contrasti interni al Paese tramite la mediazione esclusiva dei capi tribù più influenti. Tuttavia, al momento, in alcune aree il ritorno deciso al tribalismo pare l’unica opzione possibile per arginare opposti interessi e non affidarsi più alle mani di politici che, finora, hanno sempre fatto solo promesse poco o per nulla mantenute.

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