Editoriale


Leggendo i commenti immediatamente successivi al micidiale uno-due con cui francesi e olandesi hanno messo a terra il progetto di trattato costituzionale, emerge come uno dei pochi elementi di certezza e di largo consenso la questione del rapporto delle istituzioni europee con i cittadini. Mi rendo conto che questa affermazione, a proposito di referendum, ha un significato in un certo senso banale; ma guardare le cose più in profondità, in un caso come questo, può essere di qualche aiuto.

Leggendo i commenti immediatamente successivi al micidiale uno-due con cui francesi e olandesi hanno messo a terra il progetto di trattato costituzionale, emerge come uno dei pochi elementi di certezza e di largo consenso la questione del rapporto delle istituzioni europee con i cittadini. Mi rendo conto che questa affermazione, a proposito di referendum, ha un significato in un certo senso banale; ma guardare le cose più in profondità, in un caso come questo, può essere di qualche aiuto.

 

Il lato non ovvio della questione sta nel fatto che la stessa idea di dare all’Europa una costituzione nasceva proprio dalla volontà di ridurre il divario tra i cittadini e le istituzioni della comunità, colmando almeno in parte il “deficit democratico” dell’Unione. Il progetto era sensato, perché rispondeva a una condizione oggettiva delle democrazie nazionali contemporanee, caratterizzata dalla crisi di rappresentanza dei sistemi politici e da una minore legittimazione delle leadership, da un deficit di efficacia degli Stati, dalla concomitanza di globalizzazione e localizzazione, dalla moltiplicazione dei principi di identità e di appartenenza degli individui nelle società. Di tutto ciò l’Unione europea non è, come dicono sapendo di mentire gli euroscettici, la causa, ma un tentativo di risposta; forse l’unico che abbia sinora fatto tanta strada.

Non si può infatti ignorare che, pur essendo costitutivamente un mercato e restando perciò una istituzione politica non standard, l’Unione europea ha istituito la prima cittadinanza transnazionale del mondo contemporaneo, ha diffuso norme e una cultura dei diritti dei consumatori piegando a ciò le legislazioni e le consuetudini nazionali, ha assunto la responsabilità di difendere i diritti fondamentali nel proprio territorio, ha riconosciuto come propri interlocutori le organizzazioni non governative prima e di solito più seriamente di quanto non abbiano fatto gli Stati nazionali. Né si può negare che, a onta di quanto i giuristi dicono a proposito dell’inesistenza di un “popolo” europeo, cinque decadi di vita delle istituzioni comunitarie hanno facilitato (non certo creato) il processo di costruzione di una società civile europea che è in corso.

Tutto ciò esisteva prima del trattato costituzionale e continuerà a esserci anche nel caso in cui l’assetto dell’Unione torni a essere quello stabilito a Nizza nel dicembre del 2000.

Che cosa, allora, non ha funzionato?

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