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Effetto domino sulle valute dei paesi emergenti

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La maledizione delle materie prime? Quel che è sicuro è che le “tigri”, ossia quei paesi che grazie alle esportazioni dello loro risorse naturali sono riusciti a crescere a ritmi straordinari ora stanno capitolando di fronte a una combinazione di forze globali. La mossa con la quale la Cina ha svalutato il renminbi del 4% in pochi giorni è stato il colpo di grazia di una serie di fattori che stanno mettendo a terra le valute, flussi di capitale e, più in generale, le economie di paesi quali Russia, Indonesia, Brasile e ancora India, Turchia, Nigeria e Sudafrica, tra gli altri.

Dall’inizio degli anni 2000, questi paesi hanno registrato tassi di crescita eccezionali grazie agli alti prezzi del petrolio, del ferro, dell’acciaio e di altre materie prime, che a loro volta hanno rafforzato le valute.

Ora l’ininterrotta flessione nel corso dell’ultimo anno della domanda di commodities, in particolare idrocarburi e metalli industriali, a causa di una crescita globale lenta e, ultimamente, del rallentamento della Cina, ha fatto precipitare i prezzi di queste materie prime ai livelli più bassi dal 1999, vale a dire, il più basso del secolo.

Ciò ha dato il via a un bagno di sangue tra le valute di questi paesi negli ultimi 12 mesi. Il rublo ha lasciato sul terreno il 50%, la rupia indonesiana ha ceduto il 54%, il wong coreano ha perso il 34% del suo valore, mentre il real brasiliano si è deprezzato del 30%. È stato colpito anche il peso messicano, nonostante poggi su un’economia cresciuta più rapidamente del previsto.

Il crolli valutari provocano diversi effetti negativi, anche se in teoria il deprezzamento della valuta implica per un paese esportazioni a prezzi più competitivi e importazioni più care che dovrebbero stimolare la crescita economica e l’occupazione.

Innanzitutto, l’attuale “massacro totale delle valute dei paesi esportatori di materie prime” come dice Piotr Matys, analista di mercati emergenti parlando al Wall Street Journal, sta colpendo paesi già messi duramente alla prova da un’inflazione galoppante. È il caso del Brasile, dove l’aumento del prezzi di beni e servizi è andato oltre il 9,5%. Per metterlo a freno, la Banca centrale brasiliana sta aumentando i tassi di interesse, ma l’aumento del costo del credito va a discapito delle attività, l’ultima cosa che le autorità vorrebbero fare in una recessione e mentre si registra il crollo dei prezzi del petrolio e di altre materie prime di esportazione.

Secondo, una valuta vulnerabile intacca le riserve del paese perché aumenta il costo del debito esterno (denominato in un dollaro Usa che continua a rafforzarsi). Ciò innescò nel 1997-98 in Tailandia la crisi finanziaria che si era estesa a tutta l’Asia. Anche il più alto debito privato va a zavorrare l’economia.

Terzo, gli investitori internazionali perdendo la fiducia cominciano a ritirare capitali, lesionando ulteriormente la valuta già debole e disequilibrando la bilancia dei pagamenti. Ne è prova ora il flusso in uscita dei mercati emergenti di ben 1000 miliardi di capitali negli ultimi 13 mesi.

Le valute delle ex tigri stanno cadendo come un domino. Questa settimana è stato il turno del tenge. Il Kazakistan è stato spesso presentato come esempio di una transizione di successo dal modello sovietico a un’economia di mercato dinamica in grado di attrarre investimenti esteri, di sviluppare l’infrastruttura e di crescere con forza. Le sue riserve di petrolio sono grandi quasi quanto quelle degli Stati Uniti, mentre la popolazione è di soli 17 milioni. Il petrolio rappresenta il 55% delle esportazioni. Martedì, per restare competitivo rispetto alle valute in picchiata dei suoi due principali partner commerciali, la Russia e la Cina, la Banca centrale kazaka ha deciso di permettere al tenge di trovare il suo valore liberamente sul mercato. Nella stessa giornata il tenge ha perso quasi il 25% rispetto al dollaro.

Il resto dell’economia kazaka è dipendente per buona parte dalla vicina Russia, la cui economia si è contratta del 4,6% nel solo secondo trimestre. Il grado di sofferenza dell’economia russa, pesantemente dipendente dalle commodities, è evidenziato dal crollo della sua valuta di ben il 50%. È una delle valute più colpite e ha fatto cascare la tessera del domino del Kazakistan.

In Indonesia, dove l’inflazione è salita all’8,6% a luglio, la Banca centrale ha alzato i tassi di interesse infliggendo un altro danno alle finanze del paese le cui riserve internazionali sono al livello più basso dal 2009. Giakarta, tuttavia, non aveva   alternative per fermare la fuga dei capitali  e la caduta libera della sua rupia, dopo che il ministro delle finanze,Chatib Basri, ha dichiarato che il paese non avrebbe imposto controlli dei capitali.

La massiccia perdita di quasi il 30% del ringgit malese sta causando non pochi problemi alle imprese malesi che comprano prodotti o servizi in valute solide.

La rupia indiana è crollata quest’anno del 25%. In Africa a essere colpita è stata la Nigeria, grande produttore di petrolio e materie prime, la cui Banca centrale sta difendendo la valuta come può dagli attacchi speculativi.

La lista delle valute di paesi emergenti colpite tocca tutti i continenti e più esse perdono valore, più salgono le preoccupazioni sulle loro economie. L’Fmi ha già rivisto al ribasso le previsioni di crescita per le economie emergenti e in via di sviluppo dal 4,6% al 4,2%.

Quali sono dunque le misure che i governi e le banche centrali possono mettere in atto per fermare l’emorragia? O la situazione si avvicina piuttosto al timore di Stephen King, economista dellla HSBC che ha detto a maggio che “l’economia del mondo sta navigando nell’oceano senza barche di salvataggio per le emergenze”?

Tra gli analisti c’è consenso sul fatto che una mossa à la Draghi – “faremo tutto ciò che è necessario” per difendere le valute fornendo liquidità – fornirebbe un sollievo di breve respiro e a un prezzo molto alto. Rialzi più consistenti dei tassi di interesse stabilizzerebbero le valute ma è improbabile che le autorità imbocchino questa strada. Considerando fattori quali il prezzo del petrolio che ha toccato i 30 dollari al barile, si tratta di evitare di danneggiare ulteriormente la crescita o peggio ancora di fermarla.

Quel che è certo è che le autorità politiche devono agire per combattere i problemi che gli investitori internazionali digeriscono sempre meno:  la corruzione in Brasile, le politiche sociali rovinose in Venezuela, l’instabilità geopolitica in Turchia o la sfida alle sanzioni da parte della Russia, tra gli altri. Alla vigilia dello scenario nel quale non saranno più disponibili dollari a buon mercato (perché la Federal Reserve prevede di alzare i tassi di interesse per la prima volta in sei anni), con una crescita globale e quindi una domanda di materie prime che continueranno a stagnare, sembra starsi inscenando il motto del miliardario Warren Buffett secondo il quale “è solo quando si ritira la marea che si sa chi stava nuotando nudo”. Tuttavia, in un mondo dove le economie nazionali e regionali sono sempre più interconnesse, è interesse di tutti che nessuno rimanga nudo sulla riva.

 

 

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