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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Il pasticcio delle fregate ad al-Sisi

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Come si poteva pensare che la vendita di mezzi militari all’Egitto passasse sotto silenzio, con l’inchiesta Regeni totalmente impaludata?

I sostenitori del Presidente egiziano al-Sisi cantano slogan al Cairo, Egitto, 27 settembre 2019. REUTERS/Mohamed Abd El Ghany

Via libera del Governo alla vendita di due fregate della Fincantieri all’Egitto. Si tratta della Spartaco Schergat e della Emilio Bianchi (varata a gennaio scorso), vendute per una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno a 1,2 miliardi di euro.

È stato il premier Giuseppe Conte a dare il semaforo verde, dopo una telefonata con il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, come riporta una nota di Palazzo Chigi: “Al centro del colloquio la stabilità regionale, con particolare riferimento alla necessità di un rapido cessate-il-fuoco e ritorno al tavolo negoziale in Libia, e la collaborazione bilaterale, da quella industriale a quella giudiziaria, con particolare riferimento al caso Giulio Regeni”.

La questione divide la maggioranza: se, da una parte, l’Egitto è un partner fondamentale per l’Italia (anche sul dossier libico, al-Sisi è riuscito ad acquisire un ruolo importante nella ricerca di una stabilizzazione della regione), rimane aperta per il nostro Paese la ferita della barbara uccisione dello studente italiano Giulio Regeni, con la probabile complicità dei servizi segreti egiziani.

La vendita delle navi all’Egitto e la questione Regeni “sono due casi separati” ha dichiarato Dario Franceschini. Il Ministro della Cultura e capo delegazione del Pd ha chiesto a Conte “una presa di posizione pubblica” sulla “volontà dell’Italia di insistere per la ricerca della verità”. Diverse le voci dissonanti nella maggioranza e anche dentro il Pd, dove Matteo Orfini ha dichiarato che presenterà un ordine del giorno alla direzione nazionale Dem, in programma oggi, nel quale si “chiede di interrompere la vendita di forniture militari all’Egitto”.

Le indagini, che dovrebbero chiarire chi ha torturato e ucciso Giulio Regeni, hanno fatto pochissimi progressi in quattro anni. “Le navi e le armi che venderemo ad al-Sisi serviranno a perpetuare le violazioni dei diritti umani contro le quali abbiamo sempre combattuto”, hanno dichiarato i genitori di Giulio.

L’intreccio è triplice: Regeni-fregate-Libia. E coinvolge aspetti politici, economici, etici e di posizionamento complessivo del nostro Paese negli scenari internazionali.

Non facile districarsi tra i diversi pareri espressi da autorevoli opinionisti, analisti e rappresentanti delle istituzioni, che sembrano divisi all’interno degli stessi schieramenti di maggioranza e opposizione.

Proviamo a ricostruire alcuni punti fermi, che ci sembrano coerenti:

  • il caso Regeni ha per l’opinione pubblica italiana un valore simbolico, che rende i genitori di Giulio veri punti di riferimento dei nostri valori di rispetto della persona umana, ben al di là della loro sofferenza familiare, verso la quale va sempre mantenuto un grande rispetto, ma che non dovrebbe condizionare l’azione politica, che deve tener conto di valutazioni che abbracciano anche altre considerazioni;
  • condividiamo il parere di chi, come il Senatore Alfieri (Capogruppo PD alla Commissione Esteri del Senato), sottolinea come i rapporti commerciali vadano mantenuti con tutti i Paesi, perché consentono di tenere aperto un canale di dialogo, attraverso il quale poter influenzare l’evoluzione di un pensiero, la diffusione di principi democratici o di rispetto dei diritti umani, ad esempio;
  • tuttavia, la vendita di navi da ed elicotteri da guerra non può essere confusa nella più ampia categoria dei rapporti commerciali. Né sarebbe corretto scaricare sui vertici aziendali di Fincantieri e Leonardo la responsabilità politica di queste transazioni, appellandosi alla necessità di preservare posti di lavoro nelle nostre aziende;
  • bisogna invece avere il coraggio e la lucidità di capire che questo non era il momento adatto per una transazione di mezzi militari, perché la nostra opinione pubblica non lo avrebbe accettato, perché la stagnazione della collaborazione tra le procure italiana ed egiziana dura da troppo tempo per passare in secondo piano, perché avrei allora preteso, se avessimo voluto applicare una rigida regola di real politik, passi avanti evidenti nella identificazione dei colpevoli, prima di annunciare un’operazione così delicata. L’avremmo tutti capita di più, l’avrebbero forse capita anche i genitori di Giulio;
  • e anche in termini di politica estera, scusatemi, ma qui dissento profondamente da Alfieri (intervista a Il Foglio weekend) e dalla linea del Governo: se fosse vero che questo tipo di relazioni ci consentirebbe di condizionare la componente mediatrice e moderatrice della politica egiziana in Libia, dovremmo allora vedere immediati risultati nella soluzione della guerra civile in atto. Ma non mi pare che sia così…
  • al contrario, vendere mezzi militari all’Egitto, sostenitore in Libia della parte avversa al Governo sostenuto dalla comunità internazionale, dalle Nazioni Unite, dalla Ue e dal nostro Paese, è un po’ come se, durante la Seconda guerra mondiale, gli Inglesi, che combattevano i nazisti, avessero venduto armi ai Giapponesi, loro alleati… Curioso, non trovate?!? Né mi convince che dovremmo guardarci dalla Turchia (sempre Alfieri), che con i suoi droni ha salvato Serraj e la nostra politica in Libia. Turchia che, ad oggi, elegge ancora democraticamente i propri rappresentanti, cosa che non mi risulta avvenga in Egitto;
  • questo strabismo denota anche una inconsistenza della nostra politica estera in Libia, che dovrebbe essere il principale scacchiere di interesse della nostra diplomazia. In effetti, abbiamo inviato a Tripoli uno dei nostri migliori Ambasciatori, ma non lo dotiamo poi di risorse umane e finanziarie sufficienti. In più, ora riforniamo di mezzi militari i nostri avversari…

@GiuScognamiglio

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