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Egitto, economia in stallo nonostante le promesse di Al Sisi

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In un editoriale uscito ad agosto l’Economist ha usato la clava contro Al Sisi: più repressivo di Hosni Mubarak, più incompetente di Mohammed Morsi, così è stato definito il regime del presidente egiziano, che nell’estate 2013 ha defenestrato il governo islamista. Al Sisi resta in sella solo grazie all’iniezione, politicamente interessata, di petrodollari, da parte delle monarchie sunnite del Golfo.

Nonostante questi aiuti, il deficit è al 7 per cento del Pil, tant’è che l’Egitto ha negoziato un prestito in tre rate del Fondo Monetario Internazionale, per un totale di 12 miliardi di dollari. La disoccupazione giovanile sfiora il 40 per cento e i laureati hanno minori di possibilità di impiego dei lavoratori meno qualificati. Il settore pubblico è pletorico, quello privato troppo debole per assorbire una domanda di lavoro che cresce di pari passo con l’aumento della popolazione.

Al Sisi ha fallito nella sua opera di stabilizzazione del Paese: con il venir meno delle condizioni di sicurezza anche il turismo ha subito un crollo (meno cinquanta per cento nel primo trimestre 2016), soprattutto dopo l’abbattimento dell’aereo russo nel deserto del Sinai, ad ottobre 2015. Il regime, scrive l’Economist, continua a gestire male l’economia e insiste nel difendere la moneta nazionale – per acquistare cibo d’importazione, evitare l’eccessiva inflazione ed impedire quei tumulti del pane che aprirono la strada alla caduta di Mubarak – ma il controllo dei capitali non ha bloccato lo sviluppo del mercato nero per i dollari. Scarseggiano i macchinari industriali, il livello dei prezzi è comunque alto (intorno al 14 per cento) e gli investitori si tengono alla larga dal Paese dei faraoni.

Eppure le premesse erano differenti. A marzo 2015 al Sisi aveva inaugurato solennemente, a Sharm el Sheikh, una grande conferenza internazionale, “Egypt The Future”, in cui si invitava a credere e ad investire nel nuovo corso. All’incontro aveva partecipato anche Renzi, unico premier occidentale. Mada Masr, giornale on line egiziano indipendente, ha però fatto i conti, tracciando un bilancio del post-Sharm.

All’epoca furono firmati per accordi per 38,2 miliardi di dollari ed intese potenziali per 92 miliardi. Invece gli investimenti netti esteri nei sei mesi successivi alla conferenza sono stati solo due miliardi. Molti progetti sono fermi, altri avanzano piuttosto lentamente. Quello più ricco – 45 miliardi di dollari – dovrebbe portare alla costruzione di una nuova capitale, ad Est del Cairo, una città stile Dubai, di 700 chilometri quadrati, che potrebbe ospitare cinque milioni di persone (i lavori dovrebbero durare dai 5 ai 7 anni). Gli accordi con l’azienda emiratina Capital City Partners sono fermi, ma a maggio è stata firmata un’intesa con la China State Construction Engineering Corporation (CSCEC). Solo una parte dei grandi progetti immobiliari è stata avviata, mentre una sorte migliore è toccata agli accordi energetici, come quelli con la tedesca Siemens e l’americana General Electric.

Anche l’idea di costruire un ponte tra Egitto ed Arabia Saudita è bloccata, dopo le polemiche seguite alla decisione di restituire a Riad due isole del Mar Rosso, Tiran e Sanafir, che erano sotto l’amministrazione egiziana (un tribunale cairota ha addirittura invalidato il provvedimento).

Al Sisi ha puntato molto sull’allargamento del canale di Suez, inaugurato in pompa magna poco più di un anno fa, ma anche in questo caso i risultati sono stati deludenti. Gli onerosi investimenti avrebbero pagato se avessero coinciso con l’aumento dei traffici internazionali. Invece, il commercio globale si è contratto e, secondo i dati forniti dallo stessa authority egiziana, le entrate nel canale, tra il primo gennaio e il 6 agosto 2016, sono cresciute solo del 4 per cento. Un po’ poco, se si tiene conto del fatto che nei piani del presidente  il raddoppio di Suez – in modo da consentire ai vascelli la navigazione contemporanea in entrambe le direzioni – dovrebbe permettere, in 8 anni, un aumento delle entrate del 259 per cento. Il Canale è la principale fonte di moneta straniera per l’Egitto, e il Cairo ha estremo bisogno di questi redditi (le riserve adesso sono meno della metà rispetto all’era Mubarak).

Secondo l’Economist, anche i prestatori del Golfo stanno perdendo la pazienza con al Sisi e con la tristemente nota burocrazia egiziana. Il settimanale britannico avanza una proposta: non si può rinunciare all’Egitto, è troppo strategico. Ma il sostegno ad al Sisi da parte dell’Occidente dovrebbe essere condizionato, un mix di pragmatismo, pressione e persuasione. Stop alla vendita di costose armi che il Cairo non può permettersi (come i jet F-16 americani o gli elicotteri da combattimento francesi Mistral). Ogni aiuto economico deve essere legato a una serie di riforme (fluttuazione della moneta, abolizione del sistema dei sussidi, di cui beneficiano tutti, compensati da pagamenti diretti ai più poveri). Le condizioni che portarono alla rivolta contro Mubarak, scrive l’Economist, sono ancora in piedi: stress demografico, repressione politica, incompetenza economica. Se Al Sisi annunciasse la rinuncia a candidarsi nel 2018, sarebbe un segnale nella giusta direzione.

@vannuccidavide

 

 

 

 

 

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