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I boia di Al Sisi non serviranno a pacificare l’Egitto

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Quindici esecuzioni in un giorno solo. Civili giudicati da un tribunale militare e impiccati dallo Stato egiziano per terrorismo. È solo uno dei segnali di quello che l’Egitto sta facendo nel nord Sinai, dove lo Stato di diritto non esiste più e l’esercito è uno squadrone della morte

Una nuova ondata di repressione si è abbattuta sull’Egitto in nome della lotta al terrorismo. Il 26 dicembre quindici pene capitali hanno dato una nuova scossa al sistema penale egiziano: gli imputati, tutte persone accusate di far parte della militanza in Nord Sinai, sono stati uccisi con impiccagione. Ed è probabile che saranno i primi di una lunga fila, perché già il giorno successivo alle esecuzioni, altre 10 persone sono state assegnate al patibolo.

L’aveva detto il presidente Al Sisi, dopo la morte di 311 persone nell’attacco in una moschea di Bir-el-Abd il 24 novembre scorso: “Useremo tutta la violenza e i mezzi a disposizione per combattere il terrorismo in Nord Sinai”. La decisione lampo è però avvenuta dopo l’episodio della settimana scorsa, quando Wilayat Sina (ISIS in Sinai) ha rivendicato il lancio di un missile contro un elicottero militare nell’aeroporto di Arish, uccidendo un ufficiale e ferendone altri due. L’attacco è avvenuto in presenza dei Ministri degli Interni Magdi Abdel Ghaffar e della Difesa Sedki Sobhi, recatisi ad Arish in visita ufficiale per ispezionare la situazione securitaria.

“Vendetta per i nostri martiri”, dice Al Sisi, “per restaurare sicurezza e stabilità”. Che tradotto in pratica significa anche più stivali sul terreno, centinaia di foto di parà in posa nel deserto del Nord Sinai e, ancora, nuovi bombardamenti. Le impiccagioni, secondo il presidente, dovrebbero servire da deterrente per la militanza islamica, ma già ieri in serata è stato ucciso in un attacco Ahmed al-Kafrawy, il comandante militare di Bir el Abd, la provincia in cui è avvenuta la strage della moschea di Radwa. E non solo, sempre ieri nel capoluogo Arish dei militanti hanno attaccato con RPG una banca nel cuore della città, e hanno ucciso un ufficiale a colpi di mortaio nell’area di Gifgafa.

La reintroduzione massiccia della pena capitale serve dunque davvero? Quel che è certo è che le impiccagioni di martedì scorso battono il record del più alto numero di persone mandate al patibolo in un solo giorno, dalla fondazione dell’Egitto moderno nel 1953. In tutto le esecuzioni sommarie sono ufficialmente 23 sotto Al Sisi, le prime sei nel 2015, ma non vi è certezza assoluta sui numeri. Quello che è certo è che si tratta di civili processati in tribunali militari: e sempre militare è la Corte di Cassazione a Ismailia che ha decretato la sentenza di morte.

“Le esecuzioni non mi sorprendono affatto, soprattutto quando da anni, in Sinai, i militari egiziani in Sinai ammazzano con le stesse modalità delle milizie armate: senza processi, giudici o giuria”, dice Mohannad Sabry, uno dei massimi esperti di Nord Sinai e autore di Sinai: Egypt’s Linchpin, Gaza’s Lifeline, Israel’s Nightmare. “I 15 uomini impiccati rimangono innocenti tanto quanto tutti i civili e i ragazzini uccisi per le strade del Nord Sinai senza uno straccio di prova: sono tutti non colpevoli fino a quando non verrà provato il contrario, nel corso di un processo giusto e pubblico. E anche allora, in ogni caso, sarò comunque contro la pena capitale”.

L’ordine d’impiccagione è stato eseguito nelle prigioni di Borg el Arab e Wadi al-Natron. Proprio lì, i condannati erano stati sentenziati nel giugno del 2015 con l’accusa di appartenere a una cellula terrorista coinvolta nell’attacco del checkpoint al-Safa, in Nordi Sinai, nell’agosto 2013, dove erano morti il Liutenente Mahmmoud Ali, il Sergente Ahmed Ali e altri 7 coscritti. Gli altri capi d’accusa: tentato omicidio di alcuni militari a el-Arish, sorveglianza dei movimenti del personale militare e possessione di esplosivi.

I condannati non hanno potuto vedere i propri famigliari il giorno della loro esecuzione, come vorrebbe il Codice Penale egiziano, e secondo ricostruzioni di legali e testimonianze raccolte da 6 diverse organizzazioni egiziane per i diritti umani, l’autopsia su uno dei condannati, Ibrahim Salem, mostra evidenti segni di tortura: ferite agli occhi, a un braccio, una gamba, e bruciature sul torace, addome e sulla schiena. Oltre a una manifesta tortura durante gli interrogatori, 9 dei 15 giustiziati non hanno avuto la possibilità di avere una rappresentanza legale durante il processo; per gli altri 6 è stata la Procura a nominare gli avvocati. Le tempistiche, secondo la legge, prevederebbero inoltre 15 giorni dal verdetto alla sentenza: il tempo necessario per gli avvocati di appellarsi al giudizio. In questo caso sono stati sei i giorni per definire e concludere le esecuzioni. Il Tribunale militare di Ismailia ha deciso unilateralmente l’inappellabilità della sentenza.

La modalità con cui si è stabilita la pena capitale, attraverso cioè un processo militare, è solo la punta dell’iceberg su come le Forze Armate operano in Nord Sinai. Mohannad Sabry, forte di testimonianze dirette, sottolinea: “Dal 2012 i militari iniziavano a comportarsi come lo State Security (intelligence) di Mubarak, ma nessuno immaginava che avrebbero operato come gruppi di gang omicide”. L’analista riporta i casi di Yasser e Hamza, di 13 e 15 anni, spariti insieme al loro maestro di scuola vicino alla città di Sheikh Zuwaid. Un gruppo di militari aveva fatto irruzione nella loro casa per cercare il padre e, non trovandolo, li aveva prelevati. Sono stati ritrovati quattro giorni dopo in una via laterale del loro villaggio: i loro corpi erano perforati da pallottole e presentavano evidenti segni di tortura. “Non è il primo e non sarà l’ultimo caso in cui i militari egiziani detengono dei civili, li portano via dalle loro famiglie o dal posto di lavoro, e i loro corpi riappaiono inermi qualche giorno successivo” commenta Sabry. A questo si aggiungono case distrutte dai bombardamenti, arresti e sparizioni forzate, conclude l’analista.

Le testimonianze di queste pratiche sono molteplici. Esistono prove video, verificate e documentate da Sinai News 24, una pagina facebook indipendente (ora chiusa), Amnesty International e Human Rights Watch. La documentazione riguarda la sparizione e l’esecuzione di due fratelli del clan Rumailat, della città di Rafah: Daoud Sabri al-Awabdah, 16 anni, e Abd al-Hadi Sabri al-Awabdah, 19. I loro corpi, che appaiono nel video dell’esecuzione sommaria, sono comparsi nei media delle Forze Armate egiziane nel novembre e dicembre 2016: il portavoce dell’Esercito descriveva l’operazione come un “law enforcement” per contrastare le attività terroristiche in Nord Sinai. L’esecutore dell’omicidio è stato invece identificato come membro di una milizia locale, il Gruppo 103, formato dai militari nel 2015 per assistere i corpi ufficiali nelle operazioni in Sinai.

Secondo diversi analisti e organizzazioni internazionali con contatti diretti sul territorio, l’utilizzo di milizie non garantirebbe affatto l’identificazione dei “terroristi”. Piuttosto, armare clan che utilizzano la forza statale per compiere vendette locali, vuol dire aggiungere un ulteriore elemento di instabilità. “Questa è l’ennesima conferma di come le operazioni di contro-terrorismo in Nord Sinai siano completamente fuori controllo”, ha dichiarato Joe Stork nel rapporto di HRW: “Gli alleati dell’Egitto non possono più fingere ignoranza sugli abusi commessi in Nord Sinai e i Paesi che riforniscono militarmente il Cairo, dovrebbero porsi il problema su come questi armamenti vengono utilizzati”.

@CostanzaSpocci

 

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