Elezioni e tensioni americane


Le elezioni anticipate in Israele sembrano un referendum sulle politiche di Netanyahu.

Le elezioni anticipate in Israele sembrano un referendum sulle politiche di Netanyahu.

La campagna elettorale in Israele è cominciata di fatto a inizio dicembre, quando il Primo ministro Netanyahu ha licenziato i ministri delle Finanze, Yaer Lapid, e della Giustizia, Tzipi Livni. Quella sera, in un discorso in diretta televisiva, Netanyahu annunciava elezioni anticipate e rilanciava il proprio messaggio alla nazione: “Israele ha bisogno di una guida esperta, la prossima volta votate solo per me”.

Era un rischio, ben calcolato, fondato sulla presa comunicativa che Bibi – come lo chiamano qui – ha sempre avuto sugli Israeliani. Netanyahu sapeva che l’esperimento della coalizione uscita dalle elezioni di gennaio 2013 infatti – tra la destra capeggiata dal Likud, il partito di maggioranza relativa guidato dal Premier, e i centristi di Yesh Atid e di Hatnua – era fallito da tempo e che non sarebbe andato oltre la metà della legislatura.

La mancanza dei risultati attesi all’inizio è stata, in parte, colpa degli eventi, dalla guerra a Gaza alla riemersione di attacchi violenti a Gerusalemme e Tel Aviv che hanno riprogrammato le priorità verso la sicurezza. È vero anche però che, finché c’è stato modo e tempo, gli impegni dei politici moderati di Israele, accreditati dall’ultimo voto di un quarto dei seggi del Parlamento israeliano (Knesset), non sono stati mantenuti. 

Oltre alle difficoltà di avviare riforme sociali e un vero negoziato con i Palestinesi, è evidente che Netanyahu abbia giocato la propria partita, facendo scottare gli alleati di centro – Lapid e il suo partito Yesh Atid (C’è futuro) e Livni e Hatnua (Il Movimento) – con le proprie ambizioni, mentre lui insisteva sulla denuncia costante dei nemici alle porte, da Hamas a Hezbollah in Libano, da Isis all’Iran.

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