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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Elezioni in Israele: le posizioni in campo

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Le elezioni in Israele non promettono grandi stravolgimenti. Quali prospettive future nelle relazioni tra Tel Aviv e gli attori internazionali?

Un ragazzo cammina davanti agli striscioni della campagna elettorale del partito Likud raffiguranti il suo leader, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, vicino a un seggio elettorale a Tel Aviv, Israele, 23 marzo 2021. REUTERS/Corinna Kern

Per le quarte elezioni in Israele negli ultimi due anni non erano previsti grandi ed eclatanti stravolgimenti, ma dai primi exit poll — che sembrano scostarsi dai sondaggi — si può comprendere l’aria che tira nel Paese ebraico. Ci si aspetta ancora grandi difficoltà nella formazione del prossimo Governo; in parallelo, cresce l’estrema destra, con la sempre più marginale presenza dei partiti progressisti e del blocco arabo.

I numeri degli exit poll

Raggiungere i 61 seggi alla Knesset, il Parlamento, necessari per governare in autonomia risulta estremamente complicato anche in quest’ultima tornata elettorale, con i piccoli partiti che verranno enfatizzati nella loro importanza per la formazione del prossimo esecutivo. Ciò che di diverso è avvenuto rispetto alle precedenti consultazioni è l’ulteriore frammentazione del panorama politico interno, con il Likud che ha perso l’ennesima costola guidata da Gideon Saar, formazione chiamata Tikva Hadasha — Nuova Speranza.

Secondo gli exit poll, la nuova entità politica si attesterebbe a 6 seggi, ben la metà dei 12 preventivati dai sondaggi. Il principale partito d’opposizione, Yesh Atid di Yair Lapid, conquisterebbe meno seggi del previsto — 17 contro i 20 assicurati — e il Likud andrebbe oltre le aspettative con 31 seggi. Yisrael Beitenu di Avigdor Lieberman nominerebbe 7 parlamentari, Yamina di Naftali Bennett 7.

Se questi numeri fossero confermati, si ribalterebbe la situazione che dava un vantaggio politico — non numerico — del principale antagonista di Netanyahu, Nuova Speranza di Saar. Secondo la tesi pre-elettorale, la nuova formazione avrebbe poggiato su posizioni ancor più nazionaliste rispetto a quelle del leader del Likud, ma anche su una sostanziale pulizia dell’immagine del partito, priva dei fardelli legati alla corruzione che aleggiano da anni sull’immarcescibile Primo Ministro, col quale Saar, Lapid e Lieberman hanno affermato di non voler avere nulla a che fare nel prossimo esecutivo.

Ma tutto cambierebbe se Bennett, con i 7 seggi di Yamina, appoggiasse la coalizione guidata dall’attuale Primo Ministro: con lo spoglio in atto, i numeri potrebbero essere sufficienti per governare. Ma la politica israeliana ha più volte dimostrato di non saper giungere a soluzioni pratiche nel breve periodo, con consultazioni lunghe e complicate come nel caso dell’ultima tornata elettorale.

Cambia l’assetto politico?

Le ripercussioni della nascita del partito di Saar non si sono viste in maniera particolare sui numeri del Likud, ma principalmente su Kahol Lavan di Benny Gantz. L’ex Generale dell’Israeli Defence Force ha cambiato l’assetto delle ultime due elezioni, fino al tradimento subito dall’attuale Primo Ministro, col quale ha formato un esecutivo di coalizione. L’accordo prevedeva che a metà mandato Gantz sostituisse il leader del Likud, ma le tensioni nella maggioranza hanno portato al suo naufragio.

Il fondatore di Kahol Lavan ha patito la posizione marginale della sua figura, oscurata da Bibi nel corso dei successi di politica estera come gli Accordi di Abramo con Emirati Arabi Uniti e Bahrein, e l’avvicinamento a Marocco e Sudan. Anche per questo motivo la relazione tra i due ha subito gravi contraccolpi, che ora verranno spazzati via dal voto. Le speranze di Gantz ripongono — salvo sorprese — su un massimo di 7 seggi (+3 rispetto ai sondaggi, 5 in meno dell’attuale formazione alla Knesset), con i consensi erosi probabilmente da Nuova Speranza di Saar.

Da comprendere fino in fondo la situazione del blocco arabo: la Joint List — che aveva appoggiato Gantz come nuovo Primo Ministro —, nonostante abbia ben figurato nelle ultime due tornate elettorali, è stata abbandonata dalla Lista Unitaria Araba, realtà che, visti i primi dati, sembra pagare la scelta con zero rappresentanti eletti. Joint List arriverebbe a un massimo di 8 membri. Era alto il rischio che venisse meno la possibilità di maggiore tutela delle istanze degli arabi nel Paese e che si abbassasse il grado di multiculturalità nella Knesset, che sarà comunque, in larga misura, composto da membri di estrema destra o della destra religiosa.

Lo scenario internazionale

Se possibile, con Saar Primo Ministro ci sarebbe stato un ulteriore irrigidimento delle posizioni nei confronti della nomenclatura palestinese, potenzialmente dando vigore anche ad Hamas in vista delle consultazioni che si terranno quest’anno in Palestina. La riconferma di Netanyahu non dovrebbe spostare particolarmente le posizioni verso la questione.  Ma la nuova amministrazione statunitense a guida Joe Biden non è insensibile rispetto alla costruzione di nuove colonie in territorio palestinese e verso la leadership di Ramallah, motivo che potrebbe scongiurare un’escalation nell’atteggiamento di Tel Aviv verso la questione.

Rispetto agli Emirati, nei giorni scorsi si sono acuite le tensioni tra i due Paesi in seguito alla scelta di Abu Dhabi di non essere coinvolta direttamente nel contesto elettorale israeliano: infatti, ha infastidito il modo in cui Netanyahu ha giocato ripetutamente la carta degli Accordi di Abramo per tentare di spostare voti a suo favore.

Tanto che la diplomazia emiratina è arrivata a ad affermare, tramite il Ministro degli Esteri Anwar Gargash, che “dal punto di vista degli Emirati Arabi Uniti, lo scopo degli Accordi di Abramo è fornire una solida base strategica per promuovere la pace e la prosperità con lo Stato di Israele e nella regione. Gli Emirati Arabi Uniti non prenderanno parte a nessuna campagna elettorale interna in Israele, né ora né mai”.

Sui rapporti con la Turchia, da sottolineare l’apertura verso Ankara del Ministro dell’Energia Yuval Steinitz. L’esponente governativo ha invitato il Paese di Recep Tayyip Erdogan a prendere parte all’East Mediterranean Gas Forum, organizzazione di cui fa parte anche l’Italia, nata con l’obiettivo di gestire in maniera congiunta le esplorazioni e le risorse nel Mediterraneo orientale. Recentemente la Turchia ha nominato, dopo molti anni, un ambasciatore in Israele, in quello che è sembrato un messaggio distensivo nei confronti degli Usa di Joe Biden.

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L'AUTORE

Matteo Meloni

Giornalista, si occupa di politica internazionale, comunicazione e giornalismo d’impresa. Collabora con eastwest e con il sito d’informazione Corriere dell’Economia.
GUALA
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