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ITALIA CHIAMA EUROPA

Ennio Amodio, intervista: il furore del populismo

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Ennio Amodio, il populismo gialloverde: l’intervista all’avvocato penalista e scittore che, nel suo ultimo saggio, definisce “penale” il populismo del precedente Governo Lega-M5S

Ennio Amodio, il populismo gialloverde: l'intervista

Matteo Salvini e Luigi Di Maio al Quirinale, Roma. REUTERS/Tony Gentile

“Il furore populista non ha ragione d’essere in un Paese, come il nostro, con una forte tradizione illuminista, garantista e liberale come quella rispecchiata dalla nostra Costituzione”. Su questa premessa si innesta la riflessione dell’avvocato penalista e scrittore Ennio Amodio, che si inserisce all’interno del dibattito, incentrato su tematiche quali prescrizione, intercettazioni, Decreti sicurezza e altre, che ha attraversato il Paese negli ultimi tempi. Nel suo nuovo saggio, A furor di popolo. La giustizia vendicativa gialloverde (Donzelli Editore, 2019), ha preso in esame i principi ispiratori dei provvedimenti, in tema di giustizia, espressione dello scorso Governo, riguardo cui non stenta a parlare di populismo penale. Tra i suoi libri precedenti, Mille e una toga. Il penalista tra cronaca e favola (Giuffrè, 2010) e Estetica della giustizia penale. Prassi, media, fiction (Giuffrè, 2016).

Amodio, nel suo nuovo libro, A furor di popolo, analizza il percorso politico della maggioranza gialloverde. Trova che questo nuovo Governo giallorosso marchi una differente identità rispetto al precedente?

Credo che l’apporto del populismo penale, quale quello incarnato sostanzialmente dal Movimento 5 Stelle, abbia avuto un notevolissimo peso nella nuova compagine governativa cosiddetta giallorossa proprio nel settore della giustizia, in quanto, come si è visto nel dibattito svoltosi nell’ultimo mese, la posizione assunta dal Ministro Bonafede è stata quella di rivendicare quanto fatto nel precedentemente in tema di prescrizione. Mi pare che il Ministro pentastellato rivendichi l’intangibilità di una soluzione – quella, così fortemente criticata, dello stop del decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado – perché si trattava di un punto chiave della politica populista concernente la giustizia penale. Penso che l’arroccamento da parte dei pentastellati su questo punto derivi dal fatto che, per loro, la prescrizione costituisca uno strappo al principio secondo cui, una volta che il processo si è avviato, esso debba raggiungere la sua tappa finale rappresentata da una sentenza di condanna e tutto ciò che ne ostacoli il raggiungimento rappresenti una negazione dei diritti delle vittime. Le cose sono un po’ cambiate, si è arrivati a questa nuova formula che recepisce una visione più moderata e più razionale. Personalmente auspico che questa soluzione possa giungere alla sua tappa finale, in quanto prefigura una mediazione rispetto a quel furore punitivo scaturito dalle posizioni dei 5 Stelle e permette l’approdo a una visione più equilibrata che è quella di cui si è fatto interprete il Partito democratico, che, se da un lato considera l’interesse delle vittime ad avere una decisione su un fatto che appare come costitutivo di reato, dall’altro, in conformità alla Costituzione, salvaguarda una garanzia fondamentale che fa a capo all’imputato, che non può essere messo su un binario morto di un processo che va avanti ad libitum.

La persuadono alcune suggestioni avanzate per arginare l’eccessiva durata dei processi, come ad esempio le sanzioni da comminare ai giudici?

Assolutamente no. In primis, attraverso l’esperienza comparativa – ovvero quello che desumiamo nel rilevare quanto fatto in quei Paesi in cui vige una giustizia improntata ai principi della civiltà occidentale – ricaviamo che non esiste in nessun sistema un limite di durata massima del processo. Credo che tutti gli esperti del settore – avvocati, magistrati, studiosi – siano concordi nell’affermare che i processi variano in funzione della tipologia del reato e dal numero delle persone imputate. Sappiamo bene che in certi processi di mafia possono esservi centocinquanta imputati o anche più. Risulta quindi assolutamente velleitario ipotizzare che esistano dei termini validi per tutti i reati, scaduti i quali ne consegue una responsabilità che, in ultima analisi, finirebbe per essere scritta sulla carta: non posso immaginare che si proceda nei confronti di un magistrato per non aver rispettato un termine di cinque o più anni in un processo faraonico in cui la pluralità degli imputati e il numero di imputazioni di notevole spessore metta a durissima prova anche il giudice più esperto e solerte.

La legge sulle intercettazioni, che prevede un discrimine molto netto tra le registrazioni rilevanti e quelle irrilevanti, è stata approvata. Qual è la sua posizione in merito?

Direi che ci troviamo di fronte a una scelta ispirata dalla buona volontà, la stessa buona volontà che aveva animato anche un analogo intervento normativo proposto a suo tempo dall’ex ministro della Giustizia Orlando. La distinzione fra notizie che attengono all’imputazione e notizie che riguardano soggetti estranei alle accuse e ai reati contestati è certamente apprezzabile. Si tratta di un principio di civiltà che, in fondo, era insito anche nel codice del 1988. Tuttavia, a mio avviso, il problema centrale è quello di evitare che una prova così delicata e ambigua dal punto di vista della sua efficacia – nel senso che sappiamo benissimo che certe volte le conversazioni sono approssimative, captate in modo tale da causare incertezze dal punto di vista interpretativo –, anche se attiene ai temi centrali delle investigazioni, sia portata a conoscenza all’esterno proprio perché ne deriverebbe un pregiudizio per l’imputato. L’indagato dev’essere protetto dalla diffusione delle intercettazioni. Il nostro Paese dovrebbe riconsiderare l’insegnamento della Corte Costituzionale degli anni Sessanta, la quale affermava che il segreto investigativo – che un maestro come Gian Domenico Pisapia chiamava ‘segreto investigativo esterno’ – ha un suo fondamento nella presunzione d’innocenza e quindi, quando si anticipa, attraverso la divulgazione giornalistica, un dato di per sé incerto e controvertibile in quanto frutto di quelle prime approssimazioni tipiche delle investigazioni, si nuoce proprio a tale presunzione d’innocenza. Ritengo che da ciò sia derivata, in questi anni, una sorta di strabismo per cui, mentre ci si è impegnati a salvaguardare le persone estranee al processo, non ci si accorgeva del grave pregiudizio che derivava, per la stessa persona indagata, dalla diffusione delle intercettazioni in sede mediatica.

In merito al superamento dei decreti sicurezza – riguardo cui un recente vertice di maggioranza ha sancito la separazione fra i temi dell’immigrazione e quelli di ordine pubblico –, il Pd ne auspica la cancellazione tout court mentre il Movimento 5 Stelle ritiene di dover intervenire solo sui singoli punti, principalmente nelle parti oggetto dei rilievi del Quirinale. Cosa pensa al riguardo?

Capisco che, oggi come oggi, il quadro politico forse non consenta una mossa di questo genere, ma credo che la scelta più funzionale e aderente ai principi della Costituzione sarebbe togliere di mezzo questi prodotti normativi, caratteristici del populismo del precedente governo, per avviare una riflessione più equilibrata sul tema dell’immigrazione e confacente a quei presupposti di umanità che hanno da sempre costituito il faro per il lavoro svolto in questo ambito.

Rileva, in materia di giustizia, segnali di discontinuità fra questo governo e il precedente?

Sono rimasto deluso perché pensavo che un partito come il Pd, con una forte tradizione garantista, riuscisse a imporre una più marcata discontinuità rispetto al precedente governo proprio in tema di giustizia. Avrei apprezzato un intervento più netto di cesura rispetto al passato, anche se mi rendo conto che il quadro politico è quello che è e strappi e conflitti da una parte e dall’altra certe volte fanno apparire la giustizia come un ambito assolutamente strumentale. Si potrebbe pensare che tutto questo dispiegamento di riflettori sulla giustizia da una parte soddisfi i giuristi, che vedono il mondo politico interessarsi ai problemi del processo penale. Mentre, d’altra, gli stessi giuristi si rendono conto come, a volte, l’interesse dimostrato non sia così indifferente alla logica politica e, quindi, prodotto di una strumentalizzazione che privilegia lo scontro rispetto a un esame più meditato dei temi approfonditi.

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