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Erdogan e la questione curda: ecco dove nasce e dove (forse) arriverà

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Quello che è successo a Cizre e che sta succedendo in Turchia ha segnato un punto di non ritorno nel processo di pace con la minoranza curda. In pochi mesi, si è venuto a creare un divario che butta via anni di lavoro, di un cambiamento culturale nel quale, bisogna ammetterlo, il Presidente Recep Tayyip Erdogan aveva avuto un ruolo importante anche se, come vedremo, per suo sostanziale tornaconto.

 Correva l’anno 2009 quando il dirigente del Mit, Hakan Findan, uomo di fiducia dell’allora premier Recep Tayyip Erdogan, incontrò per la prima volta a Oslo due dirigenti del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che dagli anni Ottanta ha lottato prima per la creazione di uno Stato indipendente curdo e poi per una maggiore autonomia regionale ed è considerato un’organizzazione terroristica da Europa e Stati Uniti.
La notizia dei contatti verrà fuori solo nel 2011, quando i negoziati erano già stati avviati da tempo e con un mediatore d’eccezione: Abdullah Ocalan, fondatore del Pkk e ancora capo spirituale indiscusso dei curdi. La versione ufficiale dice che l’obiettivo dei negoziati è la cessazione della lotta armata da parte del Pkk, in cambio dei riconoscimenti in sede costituzionale che i curdi attendono da anni. Nel Paese circolano letture alternative. Erdogan starebbe cercando il consenso del partito curdo per cambiare la Costituzione e, oltre alle maggiori tutele per la minoranza, inserire anche il sistema presidenzialista forte sul modello francese. Ocalan agirebbe come mediatore per tentare la strada dell’amnistia. Cosa ci sia di vero non sarà mai chiarito. Ma di certo l’avvento dei negoziati di Erdogan con la minoranza curda rappresenta un dato storico e avrebbe potuto diventare il suo capolavoro politico.
Ormai il periodo ipotetico dell’irrealtà sembra d’obbligo, nonostante alcune importanti riforme come quella di poter utilizzare il curdo in campagna elettoale. Qualcosa, però, ha iniziato ad andare storto fin dall’inizio. Erdogan probabilmente non era intenzionato a concedere più di tanto e comunque dall’altra parte c’era un Hdp, il Partito curdo del popolo democratico, sempre più consapevole della sua capacità politica e quindi sempre più in grado di rappresentare una minaccia.
La prima avvisaglia, Erdogan la ha avuta in occasione delle elezioni presidenziali del 2014, quando il segretario dell’Hdp, Selahattin Demirtas, ha conquistato un lusinghiero 9,6% facendo meno della metà della sua campagna elettorale. Il programma del partito è diventato sempre più staccato dalla questione curda vera e propria e basato sui diritti, andando a toccare i nervi scoperti della deriva autoritaria di Erdogan. Durante la campagna elettorale del giugno 2015, si è chiaramente percepito come ormai fosse diventato una minaccia reale. Possiamo senza esagerazione dire che il processo di pace si è fermato, almeno da parte di Erdogan, la sera del 7 giugno scorso quando, persa per la prima volta in 13 anni la maggioranza assoluta, ha capito che avrebbe dovuto scendere a patti e che questa volta non avrebbe più condotto lui il gioco.
Il resto, è storia recente. I rimbalzi prima e l’impossibilità poi di formare un governo, tornando al voto, hanno avvelenato il clima politico. L’attentato a Suruc dello scorso 20 luglio ha fatto il resto. La morte per mano di Isis di 34 studenti curdi e aleviti ha risvegliato la lotta armata in tutta la sua violenza, portando il Pkk a dire che fra i servizi segreti di Ankara e lo Stato islamico non vi era differenza, e che la Mezzaluna l’avrebbe pagata cara. In poche settimane ci sono stati centinaia di morti sia fra l’esercito turco sia fra i guerriglieri separatisti.
Questo ha prestato il braccio a Erdogan per avviare una dura repressione in nome della sicurezza nazionale, della quale però stanno facendo le spese soprattutto le popolazioni a maggioranza curda nel sud-est del Paese e l’Hdp, che rischia di pagarla cara anche in sede elettorale. Intere regioni della Turchia sono letteralmente blindate dall’esercito. A Cizre e a Diyarbakir in alcuni momenti della giormata c’è il coprifuoco. Decine di civili, impossibile stabilire quanti, hanno perso la la vita negli scontri a fuoco o ferite in aggressioni portati avanti da gruppi islamici e ultranazionalisti. Oltre 100 sedi dell’Hdp sono state bruciate, incclusa quella di Ankara, che conteneva il materiale elettorale.
Ma il danno più grande, questa situazione lo sta facendo alla popolazione, intesa come turchi e curdi insieme. Negli ultimi sei anni, infatti, c’era stato un rilassamento generale nei rapporti fra queste due componenti della società curda. Si era iniziato a guardare con maggiore interesse alle migliaia di curdi che vivono da anni perfettamente integrati e a considerare con maggiore sensibilità alcune richieste della minoranza come l’utilizzo della propria lingua. Un cambiamento culturale per il quale ci sono voluti anni, disfatto nel giro di poche settimane.

 

 

 

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