EN

eastwest challenge banner leaderboard

RETROSCENA

Erik Prince torna a giocare in acque torbide

Indietro    Avanti

Erik Prince è stato accusato di aver tentato di vendere ad Haftar armi di contrabbando americane. Il piano includerebbe anche l’ipotesi di “uccidere individui considerati obiettivi di alto valore in Libia”

L’amministratore delegato della Blackwater, Erik Prince, testimonia davanti alla Commissione sui contratti di sicurezza in Iraq e Afghanistan, Capitol Hill, Washington, 2 ottobre 2007. REUTERS/Larry Downing

Se c’è un problema che riguarda i conflitti che coinvolgono eserciti regolari e non in ogni angolo del mondo è la difficoltà a limitare la quantità di armi che raggiungono i teatri di guerra. Alcuni Stati si dotano spesso di legislazioni che limitano l’export e la vendita di attrezzature belliche verso Paesi coinvolti in conflitti, altri usano quei conflitti per esportare o usano l’offerta di armi come strumento per sostenere una parte in causa. Infine ci sono coloro che lavorano nell’ombra, facendo in modo di far arrivare carri, aerei, batterie anti missile dove non dovrebbero arrivare. Costoro lavorano al servizio di un Governo o semplicemente al servizio di loro stessi.

Erik Prince è uno tra questi. Il fondatore di Blackwater, un ex Navy SEAL, divenuto famoso quando uomini ingaggiati dalla sua compagnia di contractor uccisero 17 di civili inermi in Iraq nel 2007 a Baghdad. Prima di uscire dalla Casa Bianca, il Presidente Trump ha graziato tutte e quattro le persone condannate per quella strage. Dopo di allora, Blackwater, che in Iraq si fece una nomea terribile, ha cambiato nome in Xe Services e poi Academi.

Oggi è di nuovo sulle prime pagine perché un rapporto di monitoraggio delle sanzioni redatto da osservatori delle Nazioni Unite segnala come Prince continui a giocare in acque torbide. Gli osservatori scrivono infatti di aver individuato una proposta fatta dal nostro al generale libico Khalifa Haftar a Il Cairo, dove era per incontrare il Presidente Al-Sisi nell’aprile 2019.

Il rapporto dell’Onu

Il rapporto descrive la proposta di Prince come “un’operazione condotta da una società militare privata ben finanziata” che aveva l’intento di fornire ad Haftar elicotteri d’assalto armati, aerei di sorveglianza, interdizione marittima, droni e strumenti per la cyber-intelligence. Il piano, denominato Project Opus, includeva anche l’ipotesi “di rapire o uccidere individui considerati obiettivi di alto valore in Libia”.

Il rapporto delle Nazioni Unite dice che le imprese controllate da Prince hanno venduto tre aerei attraverso una serie di società di comodo a una società con sede a Dubai, Lancaster 6, che ha inviato elicotteri e un gruppo di mercenari occidentali in Libia con l’obiettivo di sostenere Haftar. Il piano è fallito perché le armi non erano quelle promesse o mancavano di pezzi essenziali e una ventina di mercenari sudafricani, britannici, australiani, hanno lasciato la Libia in gommone in direzione Malta. Nel 2020 sono rientrati nel Paese con una seconda missione, anche quella abortita. La prima partita di armi e l’offerta di mercenari avviene nei mesi in cui il generale sostenuto da Egitto, Russia ed Emirati Arabi Uniti lanciò l’offensiva su Tripoli, la più sanguinosa dopo la caduta di Gheddafi. Il paradosso di questa vicenda è che gli affari venivano fatti con un generale il cui principale sponsor è Mosca. Gli avvocati di Prince negano ogni coinvolgimento del loro assistito.

Cosa ha fatto Prince

La figura di Prince è tornata in auge a Washington negli anni di Trump perché questi è il fratello di una delle figure della passata amministrazione più fedele all’ex Presidente: la Segretaria all’istruzione Betsy DeVos. La miliardaria non era la persona migliore in quel ruolo: una revisione dei suoi portafogli ha individuato 102 potenziali conflitti di interesse. La persona a capo dell’istruzione pubblica è anche nota per aver detto “Combatto contro chiunque voglia che lo Stato sia un genitore di tutti”, per la sua difesa delle scuole religiose, per la promozione della “libera scelta” (ovvero il sostegno ai privati) e per aver aiutato diversi gruppi di scuole private in difficoltà finanziaria. DeVos è anche famosa per aver immaginato di fare corsi di armi da fuoco accanto al teatro, lo sport e altre attività extracurricolari, o per aver chiesto al Congresso di tagliare le risorse destinate al suo stesso Dipartimento. La nomina di DeVos, gli atti di clemenza di Trump verso gli uomini di Blackwater spiegano indirettamente la libertà di azione di una figura controversa come Prince.

Una ragione per questo protagonismo la si può trovare in un’indagine condotta dal Congresso durante la quale Prince, chiamato a testimoniare, avrebbe mentito sulla natura di un incontro con il Kirill Dmitriev, amministratore delegato del fondo sovrano russo nel 2017 alle Seychelles e avrebbe cercato di vendere armi agli Emirati senza avere la licenza per farlo. La ragione dell’incontro con Dmitriev sarebbe il tentativo di Mosca di stabilire dei legami con la nuova amministrazione Trump. In Congresso Prince ha parlato di un incontro casuale in albergo. Probabilmente non sapremo mai come è andata, ma sappiamo di sicuro che anche Prince è in qualche modo coinvolto in quell’intreccio di legami poco chiari tra la Mosca di Putin e la Washington di Trump. Il fatto di essersi accreditato presso l’amministrazione ha forse suggerito a Prince di avere ampi margini di manovra e così, dopo diversi anni nell’ombra a ricostruire le sue reti, uscite male dal ruolo giocato in Iraq, rieccolo a giocare alle guerre private in teatri di guerra scivolosi.

Continua a leggere questo articolo e tutti gli altri contenuti di eastwest e eastwest.eu.

Abbonati per un anno a tutti i contenuti del sito e all'edizione cartacea + digitale della rivista di geopolitica a € 45.
Se desideri solo l’accesso al sito e l’abbonamento alla rivista digitale, il costo per un anno è € 20

Abbonati


Hai già un abbonamento PREMIUM oppure DIGITAL+WEB? Accedi al tuo account




L'AUTORE

Martino Mazzonis

Giornalista e ricercatore, è autore di Come cambia l’America (con Mattia Diletti e Mattia Toaldo, 2009) e di Tea party (con Giovanni Borgognone, 2011).
GUALA