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ITALIA CHIAMA EUROPA

Chi è responsabile dell’euroscetticismo?

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La crisi di consensi che riscontra oggi l’Unione è colpa della stampa, che la racconta male, o dell’inefficienza della governance?

Sui giornalisti incaricati di seguire le vicende europee incombe il rischio di contribuire surrettiziamente all’euroscetticismo. I corrispondenti bruxellesi sono chiamati a raccontare giorno per giorno le vicende comunitarie, segnate da frustranti maratone diplomatiche, inconcludenti vertici d’emergenza, lunghi iter legislativi, banali trucchetti burocratici, piccoli compromessi dell’ultima ora, e ripetute battaglie di incrociati veti nazionali. Il cancelliere Bismarck diceva che “meno le persone sanno come sono fatte le salsicce e le leggi, e meglio dormono”. A modo suo il giornalista bruxellese è in cucina, anche se non ai fornelli, e tenderà a raccontare come è stato cucinato il Wurst piuttosto che a descrivere ai propri lettori il sapore della salsiccia. Concentrato dal suo lavoro sul piccolo particolare piuttosto che sul disegno complessivo, il corrispondente corre il pericolo di trasmettere così una immagine distorta o comunque riduttiva della grande costruzione comunitaria.

In un contesto in cui l’Unione Europea non gode di grande popolarità c’è da chiedersi quanto la stampa sia responsabile della disaffezione nei confronti del progetto comunitario in molti Paesi europei. In Italia, i mass media rischiano poi di avere una particolare responsabilità. Per loro natura, le reti televisive di sole notizie sono costrette ad allungare il brodo, esagerare l’impatto delle singole notizie, drammatizzare negoziati diplomatici o voti parlamentari. Informazione o intrattenimento? Ogni giorno molti giornali tenderanno a cadere nell’impressionismo, a teatralizzare le vicende comunitarie. Tra retroscena e dietro le quinte, si spreca l’uso dei termini bellici, sportivi e anche meteorologici: scontro, tensioni, guerra, attacco, schiaffo, ultimatum, gelo, bufera. I dossiers europei sono raccontati come se fossero una lunga serie di battaglie dove immancabilmente vi sarebbero vincitori e vinti. Poco importa se l’indomani la situazione si è capovolta e sopratutto poco importa se la copertura giornalistica contribuisca ad aizzare gli animi, a dare una immagine distorta dell’Unione Europea, a mettere in ombra i grandi vantaggi che i Paesi europei hanno tratto dalla costruzione comunitaria, rafforzando in ultima analisi l’euroscetticismo.

Il dato può apparire ormai retorico, ma è meno banale di quanto possa sembrare. L’integrazione tra i Paesi europei ha garantito 70 anni di pace sul continente europeo, il più lungo periodo senza conflitti dal 1500. Quando nel 1995 François Mitterrand disse dinanzi al Parlamento europeo che “il nazionalismo è la guerra”, l’allora presidente francese aveva in mente la lunga storia europea. Troppo spesso lo sguardo corre al breve termine, alle due sanguinose guerre mondiali del Novecento. Eppure, lo storico Max Roser ha calcolato che tra il 1500 e il 1800, suddividendo l’intero lasso di tempo in periodi di 25 anni, oltre il 60% degli anni – escluso un Settecento poco bellicoso – è stato segnato da conflitti tra le grandi potenze continentali. Negli ultimi cinque secoli vi sono state non meno di 50 guerre tra i più importanti Paesi europei. Senza giungere a seguire i dettami forse troppo ottimistici di Immanuel Kant in un saggio pubblicato nel 1795 – Zum ewigen Frieden – Ein philosophischer Entwurf, tradotto in italiano in Per la pace perpetua, il lungo processo di integrazione europea ha smorzato finora le tendenze guerrafondaie del continente, assicurando una pace che alla fine della seconda guerra mondiale sembrava impossibile da concretizzare.

In questo contesto, il processo di integrazione europea ha avuto uno straordinario impatto politico, oltre che economico. Come non attribuire la fine delle dittature in Portogallo e in Spagna negli anni ’70 anche al progressivo allargamento dell’allora Comunità economica europea all’Irlanda, al Regno Unito e alla Danimarca? Troppo spesso poi si attribuisce la caduta del muro di Berlino al confronto tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, e in particolare alla scelta di Ronald Reagan di dotare l’America di uno scudo spaziale, mettendo alle strette la politica estera sovietica. Ma dietro alle scelte di Mikhail Gorbaciov di riformare l’economia dirigista vi era soprattutto la decisione europea di completare il mercato unico e di rafforzare l’Unione. Visti da Mosca, i nuovi impegni bruxellesi erano ritenuti una minaccia alla superpotenza sovietica. In ultima analisi, la strategia del leader sovietico di rivedere il tessuto economico del suo Paese per stare al passo con i tempi fallì, provocando la disintegrazione dell’impero comunista.

Nel 2019, il Regno Unito lascerà l’Unione Europea. Per la prima volta nella storia la locomotiva comunitaria perde un vagone, anziché guadagnarne uno. È sintomatico però che la lista di chi ambisce a entrare nell’Unione sia sempre lunga: dalla Serbia al Montenegro, dall’Albania alla Macedonia. Peraltro, l’anno appena iniziato segnerà il quarantesimo anniversario del primo rinnovo a suffragio universale del Parlamento Europeo. Circa 350 milioni di cittadini europei potranno recarsi alle urne tra il 23 e il 26 maggio nel secondo più importante esercizio di democrazia diretta dopo quello che si svolge in India ogni cinque anni. Con le recenti riforme istituzionali, l’assemblea parlamentare ha insieme al Consiglio il ruolo di co-legislatore in un numero vastissimo di settori: dall’immigrazione alla protezione dei consumatori, dal Governo dell’economia alle questioni di energia, ambiente, trasporti. “C’era un tempo quando nei vertici europei l’intervento del presidente del Parlamento europeo era ignorato dai capi di stato e di Governo”, raccontava di recente un anziano funzionario comunitario. Il Presidente francese Jacques Chirac era noto per leggere platealmente la sua copia del Figaro… Oggi il discorso è ascoltato, spesso fonte di domande e reazioni”.

Concretamente, tendiamo a scordarci o a sottovalutare i cambiamenti epocali che l’Unione Europea ha garantito ai cittadini comunitari. Il mercato unico offre la libera circolazione delle merci, dei capitali, delle persone e dei servizi in una zona geografica abitata da circa 510 milioni di persone e che si estende su una area di 4,4 milioni di chilometri quadrati. Le imprese possono liberamente esportare senza dover pagare dazi doganali o adattare i prodotti a specifici regolamenti nazionali. I lavoratori possono trasferirsi da un Paese all’altro senza richiedere visti o presentare documenti alla frontiera, beneficiando dei servizi di previdenza del luogo di residenza. Gli investitori possono acquistare azioni e obbligazioni su qualsiasi mercato comunitario, liberamente trasferire denaro e aprire conti all’estero. Il mercato unico ha consentito a milioni di studenti di studiare all’estero, a milioni di viaggiatori di approfittare di un calo straordinario delle tariffe aeree, a milioni di consumatori di acquistare su Internet ovunque in Europa.

Da dieci anni, la crisi prima finanziaria, poi economica, ora sociale e politica scoppiata nel 2008 con il drammatico fallimento di Lehman Brothers negli Stati Uniti sta rimettendo incredibilmente tutto in discussione. Non vi è successo europeo che non venga criticato. I benefici dell’euro in termini di stabilità finanziaria, strumento commerciale, forza politica non convincono più. Lo sguardo è tutto concentrato sulle regole di bilancio troppo rigide, troppo restrittive. Anche i benefici del mercato unico e della zona Schengen sono ormai messi in ombra dalla realtà sul terreno. C’è chi mette l’accento su una possibile iperregolamentazione della Commissione Europea. Chi è preoccupato dalle delocalizzazioni industriali, dalla concorrenza sleale tra lavoratori provenienti da paesi diversi, dall’immigrazione clandestina e non. C’è anche chi si chiede come sia possibile che a livello fiscale rimanga in auge la pressoché piena sovranità nazionale fino a consentire ad alcuni Paesi di usare spregiudicatamente la propria tassazione per attirare investimenti o risparmio, a danno del vicino.

In fondo, l’attuale situazione sta mettendo in luce le crescenti debolezze dell’assetto europeo. L’Unione Europea in quanto confederazione di Stati sovrani sembra aver fatto il suo tempo. La dottrina della casa in ordine, secondo la quale è possibile una unione sempre più stretta tra paesi indipendenti garantita da regole comuni rispettate da tutti, è ormai messa alle strette dall’urgenza di assicurare nuove forme di solidarietà tra gli stati membri. Il controllo reciproco fra stati membri così come la sana concorrenza fra governi nazionali non sono più benefici. Anzi, per molti versi contribuiscono alle tensioni tra i Paesi. L’attualità ha dimostrato che le diverse crisi − economica, finanziaria, sociale, migratoria − non possono essere risolte dalla semplice somma di misure nazionali, anche se coordinate tra loro. I problemi si trascinano, i dossiers restano aperti; col risultato che paradossalmente l’Europa appare palesemente inefficace, tanto da contribuire a una generale disaffezione nei confronti del progetto europeo.

Arrivando alla guida della Commissione Europea nel novembre del 2014, l’ex premier lussemburghese Jean-Claude Juncker si è dimostrato consapevole di questo circolo vizioso. In questi anni ha voluto per quanto possibile, in assenza di cambiamenti istituzionali, rendere più federale l’Unione Europea. Ha gettato le basi di una unione dei mercati dei capitali, di una unione energetica, di una unione digitale. Ha fatto pressione per migliorare le fondamenta dell’unione monetaria, non solo negoziando con le unghie e con i denti il rafforzamento dell’unione bancaria ma anche proponendo un bilancio della zona euro. Ha creato due strumenti finanziari − il Fondo europeo per gli investimenti strategici (EFSI) e il Fondo europeo per la difesa (EFD) − che devono essere un volano economico e politico per l’intera Unione Europea. Ha fondato un nuovo corpo di volontari europei per aiutare l’integrazione tra i più giovani, sulla falsariga di Erasmus, il programma di scambio universitario. Ha tentato di imporre forme di maggiore solidarietà nella gestione dei migranti e dei rifugiati, senza successo, ma ha proposto la nascita di un corpo di doganieri europei.

L’impegno è stato notevole, e il tentativo di federalizzare l’approccio si tocca con mano. Ma si tratta, come detto, solo di un tentativo. Rimangono in vigore i tanti principi di una confederazione tra Stati sovrani: tra gli altri, il voto all’unanimità in molti campi a iniziare dal fisco e dalla politica estera; l’assenza di trasferimenti finanziari netti da un Paese all’altro vuoi per risolvere crisi bancarie, vuoi per affrontare shock economici; l’impossibilità di uniformare le regole sociali e previdenziali.

Sul futuro della costruzione europea incombono almeno due minacce. L’assetto attuale non solo si è dimostrato inefficiente nel risolvere molti nuovi problemi, ma peggio proprio questa inefficienza sta contribuendo a rafforzare il radicalismo politico in molti Paesi. Chi vuole salvaguardare la costruzione comunitaria deve perseguire l’obiettivo di rafforzare la struttura federale dell’Unione, per renderla più efficace e così togliere argomenti ai partiti più nazionalisti. Concretamente, si tratta di aumentare il numero dei campi nei quali le scelte nel Consiglio vengono prese a maggioranza semplice o qualificata, di armonizzare i sistemi fiscali nazionali, di rafforzare ulteriormente il ruolo del Parlamento Europeo. Non sarà facile. Di questi tempi, le difficoltà attraversate da molti Paesi inducono al ripiego nazionale, piuttosto che allo slancio comunitario.

Gli ultimi dieci anni hanno messo in luce profonde differenze culturali tra i paesi europei. Risanare i conti pubblici a sud, accogliere migranti a est sono questioni scottanti che hanno scatenato nuove forme di nazionalismo. Sarebbe ingenuo pensare di risolverle imponendo d’autorità una soluzione federale. La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi di marciare spediti verso una ulteriore integrazione europea, pur di evitare un arretramento della costruzione europea e il ritorno della guerra sul continente, ma preservando la coesione tra le diverse anime europee. Il nuovo trattato di amicizia franco-tedesco firmato ad Aquisgrana alla fine di gennaio, nonostante alcuni limiti, è un primo passo in questa direzione. In Italia e altrove, una stampa responsabile, informata, equilibrata, rigorosa sarà chiamata ad avere un ruolo essenziale. In fondo, proprio l’incerto momento storico potrebbe dare ai giornali in crisi una nuova ragion d’essere. Come diceva Paul Valéry, “il futuro non è più quello di una volta”.

@BedaRomano

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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