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Chi è responsabile dell’euroscetticismo?


La crisi di consensi che riscontra oggi l’Unione è colpa della stampa, che la racconta male, o dell’inefficienza della governance?

Una manifestazione a favore delle Brexit a Londra. REUTERS/Henry Nicholls/Contrasto

La crisi di consensi che riscontra oggi l’Unione è colpa della stampa, che la racconta male, o dell’inefficienza della governance?

Sui giornalisti incaricati di seguire le vicende europee incombe il rischio di contribuire surrettiziamente all’euroscetticismo. I corrispondenti bruxellesi sono chiamati a raccontare giorno per giorno le vicende comunitarie, segnate da frustranti maratone diplomatiche, inconcludenti vertici d’emergenza, lunghi iter legislativi, banali trucchetti burocratici, piccoli compromessi dell’ultima ora, e ripetute battaglie di incrociati veti nazionali. Il cancelliere Bismarck diceva che “meno le persone sanno come sono fatte le salsicce e le leggi, e meglio dormono”. A modo suo il giornalista bruxellese è in cucina, anche se non ai fornelli, e tenderà a raccontare come è stato cucinato il Wurst piuttosto che a descrivere ai propri lettori il sapore della salsiccia. Concentrato dal suo lavoro sul piccolo particolare piuttosto che sul disegno complessivo, il corrispondente corre il pericolo di trasmettere così una immagine distorta o comunque riduttiva della grande costruzione comunitaria.

In un contesto in cui l’Unione Europea non gode di grande popolarità c’è da chiedersi quanto la stampa sia responsabile della disaffezione nei confronti del progetto comunitario in molti Paesi europei. In Italia, i mass media rischiano poi di avere una particolare responsabilità. Per loro natura, le reti televisive di sole notizie sono costrette ad allungare il brodo, esagerare l’impatto delle singole notizie, drammatizzare negoziati diplomatici o voti parlamentari. Informazione o intrattenimento? Ogni giorno molti giornali tenderanno a cadere nell’impressionismo, a teatralizzare le vicende comunitarie. Tra retroscena e dietro le quinte, si spreca l’uso dei termini bellici, sportivi e anche meteorologici: scontro, tensioni, guerra, attacco, schiaffo, ultimatum, gelo, bufera. I dossiers europei sono raccontati come se fossero una lunga serie di battaglie dove immancabilmente vi sarebbero vincitori e vinti. Poco importa se l’indomani la situazione si è capovolta e sopratutto poco importa se la copertura giornalistica contribuisca ad aizzare gli animi, a dare una immagine distorta dell’Unione Europea, a mettere in ombra i grandi vantaggi che i Paesi europei hanno tratto dalla costruzione comunitaria, rafforzando in ultima analisi l’euroscetticismo.

Il dato può apparire ormai retorico, ma è meno banale di quanto possa sembrare. L’integrazione tra i Paesi europei ha garantito 70 anni di pace sul continente europeo, il più lungo periodo senza conflitti dal 1500. Quando nel 1995 François Mitterrand disse dinanzi al Parlamento europeo che “il nazionalismo è la guerra”, l’allora presidente francese aveva in mente la lunga storia europea. Troppo spesso lo sguardo corre al breve termine, alle due sanguinose guerre mondiali del Novecento. Eppure, lo storico Max Roser ha calcolato che tra il 1500 e il 1800, suddividendo l’intero lasso di tempo in periodi di 25 anni, oltre il 60% degli anni – escluso un Settecento poco bellicoso – è stato segnato da conflitti tra le grandi potenze continentali. Negli ultimi cinque secoli vi sono state non meno di 50 guerre tra i più importanti Paesi europei. Senza giungere a seguire i dettami forse troppo ottimistici di Immanuel Kant in un saggio pubblicato nel 1795 – Zum ewigen Frieden – Ein philosophischer Entwurf, tradotto in italiano in Per la pace perpetua, il lungo processo di integrazione europea ha smorzato finora le tendenze guerrafondaie del continente, assicurando una pace che alla fine della seconda guerra mondiale sembrava impossibile da concretizzare.

In questo contesto, il processo di integrazione europea ha avuto uno straordinario impatto politico, oltre che economico. Come non attribuire la fine delle dittature in Portogallo e in Spagna negli anni ’70 anche al progressivo allargamento dell’allora Comunità economica europea all’Irlanda, al Regno Unito e alla Danimarca? Troppo spesso poi si attribuisce la caduta del muro di Berlino al confronto tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, e in particolare alla scelta di Ronald Reagan di dotare l’America di uno scudo spaziale, mettendo alle strette la politica estera sovietica. Ma dietro alle scelte di Mikhail Gorbaciov di riformare l’economia dirigista vi era soprattutto la decisione europea di completare il mercato unico e di rafforzare l’Unione. Visti da Mosca, i nuovi impegni bruxellesi erano ritenuti una minaccia alla superpotenza sovietica. In ultima analisi, la strategia del leader sovietico di rivedere il tessuto economico del suo Paese per stare al passo con i tempi fallì, provocando la disintegrazione dell’impero comunista.

Nel 2019, il Regno Unito lascerà l’Unione Europea. Per la prima volta nella storia la locomotiva comunitaria perde un vagone, anziché guadagnarne uno. È sintomatico però che la lista di chi ambisce a entrare nell’Unione sia sempre lunga: dalla Serbia al Montenegro, dall’Albania alla Macedonia. Peraltro, l’anno appena iniziato segnerà il quarantesimo anniversario del primo rinnovo a suffragio universale del Parlamento Europeo. Circa 350 milioni di cittadini europei potranno recarsi alle urne tra il 23 e il 26 maggio nel secondo più importante esercizio di democrazia diretta dopo quello che si svolge in India ogni cinque anni. Con le recenti riforme istituzionali, l’assemblea parlamentare ha insieme al Consiglio il ruolo di co-legislatore in un numero vastissimo di settori: dall’immigrazione alla protezione dei consumatori, dal Governo dell’economia alle questioni di energia, ambiente, trasporti. “C’era un tempo quando nei vertici europei l’intervento del presidente del Parlamento europeo era ignorato dai capi di stato e di Governo”, raccontava di recente un anziano funzionario comunitario. Il Presidente francese Jacques Chirac era noto per leggere platealmente la sua copia del Figaro… Oggi il discorso è ascoltato, spesso fonte di domande e reazioni”.

Concretamente, tendiamo a scordarci o a sottovalutare i cambiamenti epocali che l’Unione Europea ha garantito ai cittadini comunitari. Il mercato unico offre la libera circolazione delle merci, dei capitali, delle persone e dei servizi in una zona geografica abitata da circa 510 milioni di persone e che si estende su una area di 4,4 milioni di chilometri quadrati. Le imprese possono liberamente esportare senza dover pagare dazi doganali o adattare i prodotti a specifici regolamenti nazionali. I lavoratori possono trasferirsi da un Paese all’altro senza richiedere visti o presentare documenti alla frontiera, beneficiando dei servizi di previdenza del luogo di residenza. Gli investitori possono acquistare azioni e obbligazioni su qualsiasi mercato comunitario, liberamente trasferire denaro e aprire conti all’estero. Il mercato unico ha consentito a milioni di studenti di studiare all’estero, a milioni di viaggiatori di approfittare di un calo straordinario delle tariffe aeree, a milioni di consumatori di acquistare su Internet ovunque in Europa.

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