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Iran, 40 anni difficili

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Il rial è crollato del 70% in 4 mesi e il petrolio del 40%. Molte aziende chiudono e la classe media ha visto polverizzato il proprio potere d’acquisto

Sulla Persian Gulf Freeway il traffico è intenso. Uno svincolo conduce lentamente ai piedi del Mausoleo di Ruhollah Khomeini. Adagiato al lato della strada che collega Teheran a Qom, è il simbolo di una Rivoluzione che, a quarant’anni dal rovesciamento dello scià Mohammad Reza Pahlavi e dall’instaurazione della Repubblica Islamica, vede la propria eredità sospesa tra le spinte progressiste incarnate dalla capitale e il conservatorismo insito nella città santa sciita. Il bivio si staglia all’orizzonte. E, nel percorso di avvicinamento, gli eventi del 2019 possono fornire indizi utili a comprendere quale strada l’Iran imboccherà nel prossimo futuro.

La sfida che il Paese si trova a fronteggiare è anzitutto di tipo economico. Ed è suscettibile di determinare il consenso di cui il Presidente riformista Hassan Rouhani godrà al termine del suo mandato, nel 2021.

La re-imposizione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti, ultimata nel novembre del 2018, è stata percepita dai cittadini soprattutto in termini di un diminuito potere di acquisto, per effetto dell’indebolimento del rial iraniano che lo strappo di Donald Trump ha accentuato.

La moneta ha visto il proprio valore ridursi del 70% da quando il Presidente statunitense ha stracciato il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare del 2015 firmato con l’Iran da Barack Obama. Il crollo del rial sembra ora essersi fermato, ma la valuta si è assestata su valori ritenuti comunque troppo bassi dalla gente comune. All’inizio del 2019, il cambio si è attestato a 110 mila rial per dollaro. A gennaio del 2018, era a 40 mila. Ne risente anche l’industria, per via del rincaro di materie prime colpite dalle sanzioni. Alcune aziende chiudono, altre faticano a pagare gli stipendi, le proteste dei lavoratori si diffondono. E l’economia nazionale arranca.

Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, nel 2019 è attesa una contrazione del 3,6%. Prima dell’annuncio di Trump, l’organizzazione con sede a Washington stimava per lo stesso anno una crescita del 4%.

In questo senso, una variabile potenzialmente decisiva per determinare l’andamento dell’economia iraniana nel prossimo futuro è rappresentata dalle performance del settore petrolifero. Nel 2016, successivamente alla firma del Jcpoa, il greggio valeva il 63% dell’export nazionale. Con la reintroduzione delle sanzioni, stime citate dall’agenzia Reuters parlano di una riduzione dei volumi di petrolio esportati compresa tra il 40 e il 60%. E se il calo non è stato ancora più consistente è perché gli Stati Uniti hanno permesso a otto Paesi (Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Turchia, Grecia e Italia) di continuare temporaneamente a importare greggio dalla Repubblica Islamica. Questa deroga, della durata di 180 giorni, è in scadenza nella primavera del 2019. Alcuni dei Paesi in questione, se non tutti, chiederanno un’estensione, ma non è detto che Washington acconsenta, soprattutto se dovessero affacciarsi sul mercato fonti di approvvigionamento alternative – a partite dallo shale oil statunitense – in grado di compensare almeno in parte una stretta ulteriore sull’export iraniano.

Export iraniano che, in settori meno redditizi di quello petrolifero ma comunque strategici, più che dalle sanzioni è minacciato da fattori ambientali come la siccità, fenomeno aggravatosi pericolosamente negli ultimi mesi. Tra il 2017 e il 2018, il flusso di acqua verso l’Iran s’è ridotto del 33%. Effetto di un drastico calo delle precipitazioni ma anche della moltiplicazione di dighe di scarsa qualità, dove l’acqua immagazzinata evapora o viene assorbita dal terreno troppo facilmente. Queste dighe, secondo alcuni report citati dal Carnegie Endowment for International Peace, sono state costruite in numero eccessivo negli ultimi 30 anni da aziende legate al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. Sotto lo sguardo complice del Governo di turno.

La carenza di acqua danneggia tanto la capacità di generare elettricità quanto l’agricoltura, settore che vale il 13% dell’export non petrolifero in Iran. Nei mesi passati, questa situazione ha innescato veementi proteste contro il Governo, specie nelle regioni dell’entroterra. A Isfahan, dove il fiume che solca la città è ormai prosciugato, il malcontento è sfociato a novembre in scontri tra gli agricoltori e le forze dell’ordine.

Dall’inflazione alla cattiva gestione delle risorse idriche, tutto concorre a scalfire il già traballante consenso di Rouhani. Con un doppio risvolto. Da una parte, se è vero che l’attuale Presidente – al suo secondo mandato consecutivo – non potrà ricandidarsi alle prossime elezioni, il calo del gradimento nei suoi confronti riduce le probabilità che a vincere nel 2021 sia il candidato riformista. Aprendo dunque la strada a un ritorno al potere dei conservatori. Dall’altra parte, se negli ultimi due anni della sua presidenza Rouhani non dovesse riuscire a riconquistare il favore della gente, il settantenne leader riformista potrebbe compromettere le proprie chance di “correre” per la poltrona più ambita, quella di Guida Suprema.

L’attuale rahbar-e moʿaẓem, Ali Khamenei, ha 79 anni e i rumors sui suoi problemi di salute alimentano quelli – sempre più insistenti – sul nome di chi ne prenderà il posto. Rouhani è un candidato forte, ma le difficoltà che sta attraversando rischiano di favorire il suo principale contendente, Ebrahim Raisi.

Membro di spicco dell’ala conservatrice del clero iraniano, Raisi ha già sfidato Rouhani una volta. Era il 2017 e si candidò alle elezioni presidenziali, uscendone sì sconfitto, ma raccogliendo un 38,3%di voti (contro il 57,1% del rivale) che è la dimostrazione di una solida base di consenso. A distanza di pochi anni, la sfida potrebbe ripetersi. Ma su un campo e con regole differenti.

La Guida Suprema non è eletta dal popolo, bensì da un organismo composto da 88 clerici, la cosiddetta Assemblea degli Esperti che, rinnovata nel 2016, è attraversata da tre correnti principali: quella pragmatista, più vicina a Rouhani, quella conservatrice, in sintonia con le posizioni di Raisi, e quella indipendente. Che, alla fine, potrebbe rivelarsi decisiva.

In questo quadro, l’anno che segna le quaranta primavere della Rivoluzione Islamica rappresenta uno spartiacque tanto per Rouhani quanto per Raisi: se il Presidente si gioca le sue ultime chance di risollevare un consenso zavorrato da una situazione economica sempre più precaria, il cinquantottenne hardliner del clero sciita, già Custode del Santuario dell’Imam Reza a Mashhad, guadagna un incarico che potrebbe dargli un’ulteriore spinta nella corsa a raccogliere l’eredità dell’attuale Guida Suprema. A marzo del 2019, si è liberata la poltrona – di grande peso nella Repubblica Islamica – di capo del sistema giudiziario, dopo che il conservatore Sadeq Larijani è diventato Presidente del Consiglio per il Discernimento. E Raisi è stato nominato suo successore.

La scelta che verrà fatta per il dopo Khamenei determinerà in gran parte la direzione che l’Iran prenderà nel prossimo futuro. Se con una Guida Suprema riformista le crescenti spinte progressiste potrebbero trovare quantomeno una sponda, l’ascesa di un conservatore come Raisi, favorevole a una ulteriore islamizzazione del Paese e a un rafforzamento nella regione “dell’asse della resistenza”, rischia di portare l’Iran sulla strada di un nuovo isolamento. Almeno fino al prossimo bivio.

@sergio_colombo

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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