Facebook, le nuove rivelazioni su India e Stati Uniti


Sono moltissimi i documenti diffusi dalla whistleblower Frances Haugen. Stavolta parliamo di falsi profili, teorie del complotto e moderazione dei contenuti: i casi di India e Stati Uniti

Martino Mazzonis Martino Mazzonis
Giornalista e ricercatore, è autore di Come cambia l’America (con Mattia Diletti e Mattia Toaldo, 2009) e di Tea party (con Giovanni Borgognone, 2011).

Sono moltissimi i documenti diffusi dalla whistleblower Frances Haugen. Stavolta parliamo di falsi profili, teorie del complotto e moderazione dei contenuti: i casi di India e Stati Uniti

La quantità di informazioni che abbiamo sulla vita interna di Facebook continua a crescere grazie all’analisi delle migliaia di pagine di documenti diffusi da Frances Haugen, la whistleblower che ha testimoniato davanti al Congresso tre settimane fa e al lavoro dei media su quei documenti.

La novità sono le notizie riguardanti l’India, che somigliano tragicamente alle novità sugli Stati Uniti e il 6 gennaio, con la differenza fondamentale che nella più grande democrazia del pianeta, come in altri Paesi non occidentali, la alfabetizzazione sul web, le fake news, la diffusione di voci è più bassa. Come si è osservato in Myanmar e, molto tempo prima in Ruanda, quando le voci vennero diffuse dalla radio, le conseguenze possono essere molto più drammatiche.

Il caso dell’India

I documenti analizzati dai media raccontano come due analisti del social network abbiano creato un account falso per verificare cosa comparisse sulla bacheca di una giovane donna indiana. Quello che hanno verificato è pericoloso: nel momento in cui al confine pakistano e nella zona contesa del Kashmir scoppiarono incidenti – e senza che i due analisti di Facebook avessero messo dei like a pagine di nazionalisti indu – la bacheca della falsa ragazza cominciò a venire inondata di messaggi violenti e razzisti anti musulmani e anti pakistani e inneggianti alla violenza (“Ecco 300 cani morti”, recitava un post corredato di foto di cadaveri kashmiri). In quel periodo del 2019 il premier nazionalista indiano Narendra Modi era in campagna elettorale.

La moderazione dei contenuti

Come è possibile che i contenuti in un Paese che è il primo mercato del social network guidato da Mark Zuckerberg non vengano in alcun modo moderati? Se la guardiamo dal punto di vista della politica, quello che sappiamo è che tra Modi e Zuckerberg c’è un ottimo rapporto. Nel 2015 il premier populista e nazionalista indiano venne invitato al quartier generale per un incontro pubblico mentre nel 2017 fu la volta di un post di elogio: “Al di là del voto, la più grande opportunità è aiutare le persone a rimanere impegnate con le questioni che contano per loro ogni giorno, non solo alle urne. Possiamo aiutare a stabilire un dialogo diretto e la responsabilità tra le persone e i nostri leader eletti. In India, il Primo Ministro Modi ha chiesto ai suoi Ministri di condividere i loro incontri e le informazioni su Facebook in modo che possano ricevere il feedback dei cittadini”. Nel 2017 immaginare che Facebook potesse avere quel ruolo nel rapporto tra elettori ed eletti in un Paese da un miliardo e trecento milioni di persone non è esattamente sincera.

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