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Facebook: Ue pronta ad aprire indagine su Marketplace


Per la Commissione europea, il social network utilizza in maniera disonesta gli strumenti pubblicitari promuovendo gratuitamente la propria piattaforma di vendita

Martino Mazzonis Martino Mazzonis
Giornalista e ricercatore, è autore di Come cambia l’America (con Mattia Diletti e Mattia Toaldo, 2009) e di Tea party (con Giovanni Borgognone, 2011).

Il CEO di Facebook Mark Zuckerberg nella sede della Commissione europea a Bruxelles, Belgio, 17 febbraio 2020. REUTERS/Yves Herman

I rapporti tra Big Tech ed Europa non sono mai stati idilliaci e se la mossa di Biden sulla tassa globale per le grandi corporation ha per adesso ridimensionato il potenziale scontro sulla web tax, i capitoli aperti restano sempre molti. La promozione di Margrethe Vestager a vicepresidente esecutiva dell’Unione e responsabile della concorrenza e della politica digitale, non ha giovato.

La Commissione europea è infatti pronta ad aprire un'indagine formale sulle pratiche anti-concorrenziali di Facebook, scrive il Financial Times. L’idea di Bruxelles è che il social network utilizzi in maniera disonesta gli strumenti pubblicitari promuovendo gratuitamente Marketplace, la piattaforma di compravendita lanciata nel 2016.

La domanda è semplice: capire se Facebook stia usando i suoi strumenti pubblicitari per promuovere Marketplace a scapito di altri strumenti di compravendita online. Come per Amazon, che può favorire con il proprio motore di ricerca interno i prodotti commercializzati direttamente e non quelli venduti sulla propria piattaforma da altri, ci troveremmo di fronte a un problema di distorsione della concorrenza. A oggi il gruppo guidato da Zuckerberg è l’unico a non essere incappato in problemi di questo tipo con l’Europa. Probabilmente perché, in fondo, Marketplace è ancora uno strumento relativamente piccolo.

Bruxelles aveva inviato questionari all’azienda all’apertura di Marketplace e poi lo ha fatto di nuovo. Facebook ha reagito citando Bruxelles in tribunale parlando di privacy dei suoi dipendenti. Il che sarebbe ironico, se non fosse tragico. L’Ue sta anche indagando sul potenziale comportamento anti-concorrenziale di Google nello spazio Adtech, mentre Facebook si vede al centro di un’indagine simile anche in Gran Bretagna.

L'Irlanda sulla tutela dei dati

Non basta: la settimana scorsa l’Alta Corte irlandese ha dato ragione a un militante pro-privacy austriaco, Max Schrems, che poneva il problema del trasferimento dei dati dei cittadini europei trasferiti per essere elaborati negli Stati Uniti. Le rivelazioni di Edward Snowden, sostiene il cittadino austriaco, mostrano come la tutela dei dati negli Usa non sia conforme a quanto richiesto dalla normativa europea. Cosa significa potenzialmente questo? Che Facebook (ma anche le altre Big Tech) potrebbero doversi trovare a tenere i dati europei in Europa. Un passaggio complicato, “potenzialmente devastante”, hanno commentato a Facebook, che ha fatto appello e ha qualche settimana di tempo per fornire prove...

L’Irlanda è il luogo in cui una quantità di compagnie tecnologiche e non solo Usa hanno posto il loro quartier generale europeo per ragioni fiscali e di conseguenza le sue autorità hanno competenza in materia di protezione dei dati degli europei.

Se la Corte dovesse confermare la propria decisione terminerebbe l'accesso privilegiato che le imprese americane hanno ai dati personali degli europei, mettendole sullo stesso piano di altre extra Unione. Il paradosso è che l’Unione europea ha a sua volta fatto pressioni su Dublino perché ritiene che la sua agenzia per la protezione dei dati non svolga a dovere il suo compito, sia sotto finanziata e non dotata di strumenti tecnologici adeguati. Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione a riguardo.

Non è finita qui, l’agenzia per la protezione dei dati di Amburgo ha vietato a Facebook di elaborare i dati aggiuntivi degli utenti di WhatsApp dopo che l’app di messaggistica aveva richiesto agli utenti l’approvazione a farlo con un click - cambiando i termini di utilizzo dopo un aggiornamento obbligatorio. Nel complesso insomma, tra Big Tech ed Europa le partite aperte sono davvero molte, come è normale in una fase in cui la regolamentazione relativa all’utilizzo dei dati personali è un tema che riguarda in maniera crescente l’economia. L’Europa sembra essersene accorta nonostante le difficoltà a capire come intervenire. Le Big Tech, invece, proprio non vogliono accorgersene. O meglio, come recita un libro scritto da Jonathan Taplin, continua ad agire seguendo l’idea di “Move fast e break things”, ovvero muoversi abbastanza velocemente da impedire al regolatore di stabilire un quadro normativo efficace.

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