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Gli Usa agitano in Messico lo spauracchio delle fake news russe

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Washington denuncia la presunta ingerenza di Mosca nella corsa presidenziale. Accusa fin qui senza prove, che tradisce la paura per il possibile successo del candidato di sinistra López Obrador, lui sì nel mirino di cyberattacchi diffamatori. Ma non saranno i trolls a decidere il voto

Mentre a Washington va avanti l’inchiesta sulla Russia, il mese scorso – ma la notizia è stata diffusa solo una settimana fa – il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America ha parlato di «primi segnali» di ingerenza russa anche nella campagna elettorale messicana.

Al di là della preoccupazione per i tentativi di condizionamento delle democrazie occidentali da parte della Russia, dal discorso del generale H. R. McMaster non emerge nessun dettaglio e nessuna prova a sostegno delle sue accuse. L’interferenza di Mosca nella campagna elettorale in Messico – che si concluderà con l’elezione di un nuovo presidente il prossimo 1 luglio – resta insomma, almeno per ora, soltanto una speculazione.

Una speculazione non priva però di qualche fondamento. Specie per l’ampiezza del fronte in cui il Cremlino ha già dispiegato i suoi strumenti di cyber-propaganda, tra campagne elettorali e referendarie, in America e in Europa. Ma un conto è la manipolazione dell’informazione e un altro conto sono i risultati: e non ci sono studi che dimostrino che le fake news siano in grado di alterare radicalmente le intenzioni di voto dei cittadini.

Il coinvolgimento di Mosca nei processi elettorali esteri resta tuttavia un tema serio, da non ingigantire ma nemmeno da sminuire. Esiste ovviamente la possibilità che il Messico diventi il prossimo bersaglio della macchina propagandistica russa: la copertura giornalistica italiana la fa sembrare una nazione periferica e irrilevante, ma il Messico è in realtà lo Stato forse più importante per la sicurezza, l’economia e la potenza geopolitica degli Stati Uniti. Se lo scopo della Russia è davvero quello di indebolire la democrazia statunitense, allora il Messico è un tassello fondamentale per il successo di questo piano. Non c’è ragione per credere il contrario.

Gli Stati Uniti stanno guardando con particolare attenzione alle elezioni di luglio, il cui candidato favorito è Andrés Manuel López Obrador, il nazionalista di sinistra che potrebbe ostacolare ulteriormente la relazione tra i due Paesi, già complicata dall’approccio aggressivo di Donald Trump. Secondo un controverso articolo del Washington Post, il “candidato di Putin” in Messico sarebbe López Obrador proprio a causa delle sue promesse di maggiore fermezza – ma non di ostilità – nei rapporti con il potente vicino americano.

Frida Ghitis, autrice dell’editoriale del Washington Post, costruisce la sua tesi partendo dalla citata dichiarazione di McMaster, che però – come visto – è troppo scarna e vaga per poter costituire una prova. Ghitis parla poi dello spazio che l’edizione spagnola di RTgià Russia Today ha assegnato da qualche mese al politologo e giornalista messicano-statunitense John Ackerman, noto sostenitore di López Obrador. In un tweet Ackerman ha definito RT un mezzo di informazione «rispettabile come la CNN e la BBC», nonostante venga considerato il principale network di propaganda di Vladimir Putin e sia stato ripetutamente accusato di diffondere notizie false. E sua moglie, Irma Sandoval, è stata nominata da López Obrador per un posto da ministro nel suo eventuale gabinetto di governo. La collaborazione con RT e i legami personali con López Obrador non bastano però a qualificare Ackerman come un agente del governo russo in terra azteca né, ancora, a provare che Mosca stia interferendo attivamente con la campagna elettorale messicana.

L’articolo del Washington Post sopravvaluta molte cose, a cominciare dall’incidenza di Internet in Messico, ancora lontano dalle percentuali di diffusione di Paesi come il Regno Unito, la Spagna e gli Stati Uniti. E sopravvaluta soprattutto il peso della politica estera nella campagna elettorale messicana. López Obrador insiste sì sul confronto con gli Stati Uniti ma insiste soprattutto sulla lotta alla corruzione interna, che rappresenta il vero fulcro della sua agenda programmatica: sono i numerosi scandali politici insomma, e non la retorica di Trump, ad averlo reso così tanto popolare. Per quanto non sia certamente il candidato preferibile per Washington, molto probabilmente López Obrador non si rivelerà nemmeno il presidente anti-gringos che il Cremlino potrebbe desiderare.

Frida Ghitis omette dal suo articolo una parte invece fondamentale della storia: ossia la cyber-propaganda governativa, diretta in particolare contro López Obrador – dipinto come un populista autoritario che ha in Nicolás Maduro il suo modello politico principale – e contro il suo partito, Morena, accusato di confezionare fake news a sua volta. In Messico Facebook è pieno di contenuti sponsorizzati anti-López Obrador, come denunciato qualche mese fa dal giornalista britannico Duncan Tucker. E il Partito Rivoluzionario Istituzionale (Pri), che solo a novembre negava l’esistenza di ingerenze russe, oggi ha ribaltato completamente la sua posizione pur di presentare López Obrador come il candidato-fantoccio di Mosca.

Nel 2012, nel corso della campagna elettorale che si concluse con la vittoria di Enrique Peña Nieto, furono scoperti migliaia di bot su Twitter che postavano e ricondividevano bufale contro i principali avversari del Pri. Fu questo a determinare la sconfitta di López Obrador? Naturalmente no. Allo stesso modo, se l’«eterno candidato» vincerà le elezioni a luglio non sarà stato merito della Russia – che pure potrebbe provare ad inserirsi nel processo – ma della sua capacità di convincere i messicani della propria onestà e della validità del proprio programma.

@marcodellaguzzo

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