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Fermata Ikebukuro: un lago in un sacchetto


“Ma perché sei andato a stare così tanto in ‘campagna’?”. Tra tutto quello che mi sono sentito dire in Giappone — gli apprezzamenti di rito per il mio giapponese, i complimenti sinceri per i miei denti dritti — questa è sicuramente una delle frasi che più mi ha colpito nei miei anni di frequentazione con il Giappone. Io fino a quel momento in campagna credevo di non esserci mai stato.

“Ma perché sei andato a stare così tanto in ‘campagna’?”. Tra tutto quello che mi sono sentito dire in Giappone — gli apprezzamenti di rito per il mio giapponese, i complimenti sinceri per i miei denti dritti — questa è sicuramente una delle frasi che più mi ha colpito nei miei anni di frequentazione con il Giappone. Io fino a quel momento in campagna credevo di non esserci mai stato.

 

Da qualche mese abitavo e lavoravo a Sendai nella regione del Tohoku, una città che contava oltre un milione di abitanti. Eppure, quando andavo a trovare gli amici che stavano nella capitale e raccontavo a conoscenti giapponesi che venivo da lì, la reazione era quasi sempre la stessa: perché hai scelto di stare nell’inaka (appunto, la campagna) invece della grande città?

Col senno del poi, le mie “scampagnate” verso l’area metropolitana di Tokyo-Yokohama, erano un tuffo in un’ipermodernità dove della città vedevo l’inizio e mai la fine. A Tokyo mi ritrovavo come il proverbiale topo di campagna nella grande città. Tutto sembrava così nuovo, scintillante e a tratti esotico. I grattacieli, con le loro spie rosse che segnalavano possibili ostacoli per i velivoli, le insegne a caratteri cinesi. E, soprattutto, un numero di persone in costante movimento a cui non ero abituato.

Nella mia inaka del Nord, invece, vivevo a ridosso di un piccolo bosco e appena uscivo un po’ dalla città mi ritrovavo tra risaie, colline ricoperte di foresta, montagne innevate e onsen (sorgenti di acqua calda con piccoli resort termali).

All’epoca, il passaggio del bus autostradale dalla stazione di Ikebukuro era per me il segnale che il viaggio tra questi due mondi era quasi finito. Solo diversi mesi più tardi avrei scoperto cosa c’era dietro quel nome curioso che associava curiosamente la parola “lago” (ike), alla parola “sacchetto” (bukuro) (qui a chi interessasse una simpatica discussione sull’origine del nome).

Qualche tempo dopo, tramite amici vengo a conoscenza di una serie tv ambientata proprio in quel distretto dal nome per me bizzarro. La fiction — un mix di commedia, thriller e dramma romantico datato 2000 — si intitolava Ikebukuro West Gate Park. I protagonisti erano ragazzi squattrinati che lavorano part-time in qualche bowling o supermarket 24/7, gang di strada che si contendono il controllo del quartiere, ragazze che rimorchiano uomini per farsi pagare ristorante e karaoke, poliziotti collusi con i clan di yakuza. Cose che difficilmente avrei associato all’idea di Giappone — un paese accogliente, ordinato, formale —che mi ero fatto. Sotto quella “crosta” qualcosa di totalmente opposto si muoveva e quella serie tv mi sembrava rappresentarlo a pieno.

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