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Perché ora Duterte impedisce ai filippini di emigrare nel Golfo

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Le Filippine ci guadagnano in rimesse, ma la violazione dei più elementari diritti umani ha già ucciso diverse emigrate in Kuwait. Così Manila sospende l’invio di lavoratori nei Paesi dove vige il sistema della kafala. Ma non basta, come dimostra il caso indonesiano

Dopo una serie di morti sospette registrate negli ultimi mesi in Kuwait, venerdì scorso il governo delle Filippine ha bloccato a tempo indeterminato l’invio di lavoratori migranti locali con destinazione nel Paese del Golfo. Solo un giorno prima, il presidente filippino Rodrigo Duterte, durante l’inaugurazione della Overseas Filipino Bank a Manila, aveva dichiarato: «Abbiamo già perso quattro donne filippine negli ultimi mesi, sempre in Kuwait. Il mio consiglio è: parliamo con loro [le autorità del Kuwait, ndt], accertiamo i fatti e diciamo loro semplicemente che la situazione è ormai inaccettabile».

Secondo i media filippini, nell’ultimo anno i decessi sospetti di lavoratrici migranti filippine in Kuwait sarebbero almeno sette, la punta dell’iceberg di abusi, violenze e diritti negati ai milioni di lavoratori migranti – in particolare asiatici e africani – che risiedono nei aesi del Golfo Arabico.

Nelle Filippine, terzo Paese al mondo per lavoratori migranti legalmente registrati all’estero dopo Cina e India, il caso kuwaitiano ha riacceso i riflettori sugli aspetti criminali che circondano il mercato del lavoro oltreoceano: un business che, solo considerando le rimesse inviate a casa dai lavoratori filippini, contribuisce per 2 miliardi di dollari all’anno al Pil nazionale, ma che troppo spesso impone condizioni di lavoro assolutamente assimilabili alla schiavitù.

In Kuwait – oltre che in Oman, Qatar, Libano, Iraq, Giordania, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, attenendoci ai Paesi del Golfo – i rapporti tra datore di lavoro e lavoratore straniero non specializzato sono regolati dal cosiddetto sistema kafala: il datore di lavoro, attraverso agenzie preposte, diventa ufficialmente «sponsor» del lavoratore, fornendo documentazione, biglietto aereo, salario e residenza come precondizione per il rilascio del permesso di lavoro e residenza temporanea.

Il sistema della kafala, di fatto, dà al datore di lavoro garante il pieno controllo dell’esistenza del lavoratore, cui spesso viene sequestrato il passaporto e, nel caso delle lavoratrici domestiche, imposto un regime di reclusione totale. In queste condizioni, gli abusi fisici e psicologici – dalle violenze sessuali al mancato pagamento dello stipendio – vengono sistematicamente perpetrati all’interno delle mura domestiche, con scarse possibilità di denuncia o richieste di aiuto alle autorità del proprio Paese d’origine.

Susan Ople, a capo del Blas F. Ople Policy Center attivo nella difesa dei diritti dei lavoratori migranti filippini, in un comunicato riportato da Rappler ha accolto positivamente la decisione di Duterte che «fa luce sulla scia di morti tragiche di lavoratori oltreoceano in Kuwait». Per Ople si tratta di un primo passo verso «la valutazione delle richieste d’aiuto che arrivano dai nostri lavoratori migranti in Asia e in Medioriente, con l’obiettivo di aumentare la sicurezza dei lavoratori e la loro integrazione».

In risposta alle accuse mosse da Duterte alle autorità kuwaitiane, il vice ministro degli esteri Khaled Al-Jarallah ha precisato che che, con oltre 170mila lavoratori filippini in Kuwait, i quattro casi citati dal presidente filippino «non possono essere usate come criterio per valutare la situazione generale dei lavoratori filippini nel Paese». Secondo Al-Jarallah, il Kuwait «gode di una specchiata reputazione nel trattamento dei lavoratori migranti e applica leggi che ne preservano i diritti e regolano i rapporti con i loro datori di lavoro».

Un quadro drasticamente smentito dall’ultimo rapporto sui diritti umani redatto da Human Rights Watch dove, alla voce lavoratori migranti in Kuwait, si legge: «I lavoratori migranti rimangono esposti a violenze, lavoro forzato e deportazioni per infrazioni minori come infrazioni delle regole stradali e “latitanza” dal proprio datore di lavoro».

La misura applicata dal governo filippino rischia però di rivelarsi ampiamente inefficace, non facendo altro che spingere la forza lavoro migrante nelle mani di trafficanti di esseri umani mascherati da agenzie dell’impiego illegali. Emmanuel Geslani, esperto di migrazioni e impiego di lavoratori migranti, ha dichiarato sempre a Rappler: «La mafia del reclutamento illegale continua a operare nel Paese grazie alle enormi entrate che riceve dalle agenzie di reclutamento di Dubai e del Libano: somme che oscillano tra i 5000 e i 7500 dollari che, alla fine, è lo stesso lavoratore a pagare al proprio datore di lavoro».

Nel 2015, ad esempio, anche il governo indonesiano aveva posto un veto alle assunzioni legali di lavoratori migranti destinati a lavorare in 21 paesi mediorientali in seguito all’esecuzione capitale comminata a due lavoratrici domestiche indonesiane accusate di aver ucciso i propri datori di lavoro sauditi. Due anni dopo, secondo questo lungo speciale pubblicato da News Deeply, l’unico risultato ottenuto da Jakarta è stato rendere ancora più difficile la tutela del milione di lavoratori indonesiani impiegati in Medioriente, poco meno della metà arrivati illegalmente.

Erni, 27 anni, ha raccontato a News Deeply di aver lavorato per un anno a Riyad – Arabia Saudita – come collaboratrice domestica per quattro famiglie locali. Scappata dopo aver subito violenze psicologiche, in un anno ha guadagnato 320 dollari, dopo la detrazione del 20% del salario applicata illegalmente dal proprio agente che, assieme ad altre lavoratrici migranti, «ci faceva sfilare di fronte ai potenziali datori di lavoro esortandoli a prendersi le migliori, le più forti, e portarsele a casa».

L’unica misura davvero dirimente nella tutela dei diritti dei lavoratori migranti nel Golfo rimane la riforma o, meglio ancora, l’abolizione del sistema del kafala, lo strumento legale che permette abusi non sanzionati dalla legge. Nonostante le pressioni internazionali, nessuno degli stati del Golfo ha efficacemente riformato il sistema delle sponsorizzazioni.

Stando ai dati più recenti forniti dall’International Labour Organization (Ilo), nel 2013 si stima che i paesi del Golfo complessivamente abbiano ospitato 17,8 milioni di lavoratori migranti, oltre il 95% della forza lavoro impiegata in loco. I lavoratori migranti rappresentano la maggioranza della popolazione in Bharain, Oman. In Qatar e negli Emirati Arabi sono oltre l’80% della popolazione locale.

@majunteo

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