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Cade l’ultimo tabù in Turchia. Fine del divieto di velo nell’esercito

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Il governo turco ha rimosso il divieto per le donne dell’esercito di indossare il velo. Il nuovo regolamento, preparato dal ministero della Difesa, entrerà in vigore con la prossima pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.

Secondo Valeria Giannotta, già docente di Relazioni Internazionali alla Business School della Turk Hava Kurumuru Universitesi di Ankara e ora alla direzione di CIPMO – Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente – la rimozione del divieto è «un altro importante e significativo step del processo riformatore avviato dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) guidato da Recep Tayyip Erdogan, per il riconoscimento, lo sdoganamento e il ripristino delle istanze conservatrici nella struttura politico istituzionale della Turchia. È un passaggio importante e verosimilmente quello definitivo visto che tocca l’esercito, tradizionale baluardo del kemalismo e dei suoi principi ispiratori, ed avviene in un periodo storico peculiare in cui si vive sulla scia del fallito golpe del 15 Luglio e si sta lavorando per modificare l’assetto costituzionale del Paese».
Quando nel 2014 il governo turco ha abolito il divieto di indossare il velo islamico all’interno delle scuole superiori pubbliche c’erano state molte polemiche, visto che la proibizione di indossare il velo a scuola, appunto, è uno dei pilastri dello stato laico voluto dal fondatore della Turchia moderna, Musfata Kemal Ataturk…
Nel 2014 la legge è divenuta effettiva, ma di fatto nella prassi si registrava già una certa benevolenza verso il «turban». Nel 2011 sono state inaugurate università  facenti capo a fondazioni private che di fatto permettevano l’accesso all’istruzione a ragazze velate, cosa che prima di allora era impensabile visto la forte impronta kemalista nel Paese. Va da sé che  l’ascesa al potere dell’AKP nel 2002 e l’approccio conservatore  delle politiche, ha reso i simboli religiosi, prima relegati all’ambito privato e alle periferie, molto più visibili e oggi più dominanti rispetto al passato.
L’esercito è l’ultima istituzione turca in cui è stata tolta la proibizione, negli ultimi dieci anni, infatti, il divieto è stato rimosso ovunque e nell’agosto 2016 anche nei corpi di polizia…
L’esercito è costituzionalmente definito come il baluardo dei valori fondanti della Moderna Repubblica di Turchia, tra cui rientra la laicità dello Stato nella sua interpretazione di emarginazione e controllo di ogni componente religiosa e in quanto tale legittimato ad intervenire ogni qualvolta questi fossero stati minacciati. In questa cornice sono da leggere i colpi di stato del 1960, 1971, 1980 e 1997 a cui si aggiunge il memorandum inviato nel 2007 dal Capo di Stato Maggiore dove si definiva l’AKP come «Centro della attività antisecolari». Da parte sua Erdogan e il suo partito nella loro parabola ascendente, dapprima con l’allineamento all’agenda europea e poi acquisendo una posizione predominante all’interno del sistema politico turco, han contribuito alla ridefinizione del potere militare.
I divieti erano stati emanati nel 1980, come mai?
Il 1980 segna una data miliare: è l’anno del colpo di stato che ha portato alla stesura manu militari della Costituzione, che pone il potere dell’esercito in una posizione di superiorità su quello civile, rafforzandone il ruolo di contenimento di istanze che possano ledere la giusta via dell’essere turco come sancito dai primi cinque articoli. Da quel momento in poi le politiche repressive nei confronti di movimenti islamisti sono state frequenti e han portato alla chiusura di diversi partiti. Negli anni Novanta lo stesso Erdogan, allora sindaco di Istanbul, membro del Partito del Benessere poi chiuso nel 1998, è finito in carcere perché accusato di fare proclami che inneggiassero all’Islam. Questo per far intendere quanto l’elemento religioso fosse bandito dalla sfera pubblica e quanto fosse esasperata l’interpretazione del secolarismo.
Cosa significa la rimozione dei divieti e quali potrebbero essere le conseguenze per la società turca?
In un primo momento l’abolizione ha condotto alla normalizzazione della politica, al ridimensionamento del potere militare su quello civile e al rispetto dei criteri di Copenaghen per quanto concerne i diritti fondamentali e quindi dell’acquis communitaire europeo. Dopo un primo mandato politico caratterizzato da un forte spirito riformatore oggi, dopo 15 anni dall’ascesa politica, la società turca si è trasformata e si è profondamente ri-polarizzata su un asse di conservatorismo/laicità dove il blocco conservatore è divenuto dominante nelle logiche decisionali. In una società così fratturata, in cui la retorica del governo riflette prevalentemente i valori tradizionali e conservatori, non possono che esserci malesseri e disagi, aggravati attualmente dal vigente stato di emergenza che ha di fatto sospeso determinate libertà e garanzie.
Cosa significa indossare il velo in Turchia oggi?
Significa riflettere un modo di essere, essere autentici nella propria identità. Significa anche protezione, basti pensare alle giovani donne che provenienti da contesti patriarcali dei villaggi anatolici si recano nelle grandi città per studiare: si sentono meno esposte e quindi meno vulnerabili. E per alcune di loro è una chance: quella di non dover rimanere relegata alla sfera domestica perché velata, ma di avere un posto in società. Il dinamismo sociale degli ultimi anni si deve anche alla crescente visibilità delle donne con «turban» o senza.
La rimozione del divieto arriva a meno di due mesi dal cruciale referendum sul presidenzialismo. Ed Erdogan sembra voler strizzare l’occhio alla sua base conservatrice…
L’AKP è un partito che nel tempo si è trasformato, fondato nel 2001 come un «catch all party» di centro destra che racchiudeva le diverse anime della Turchia dai liberali ai conservatori ai curdi. Nel suo percorso riformatore e di consolidamento del potere si è attestato su retoriche spiccatamente conservatrici-nazionaliste, seppur con un approccio economico liberale. Dalla tornata del 2011, con la prima fuoriuscita di elementi liberali, e ancor più dopo quella del 2015, è evidente l’estrazione del nucleo del partito che di fatto incarna le richieste delle componenti anatoliche orientate sia a livello religioso sia a livello dei valori. Lo spiccato simbolismo del linguaggio politico dell’ultimo periodo è senza dubbio da leggere alla luce del referendum del 16 aprile. L’esito positivo rappresenta una priorità per il Presidente Erdogan e il suo progetto di modifica costituzionale in senso presidenziale. Per questo l’alleanza con il blocco nazionalista è stato un atto dovuto per acquisire il loro supporto in Parlamento e quindi indire la nuova chiamata alle urne. I due gruppi – l’AKP e il Partito del Movimento Nazionalista (MHP) – sono in un certo senso affini nei loro valori tradizionali. Insomma oggi, la retorica politica turca, è più che mai guidata da calcoli interni.
@fabio_polese

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