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Finmeccanica e India: il telefono senza fili che ha fatto esplodere la polemica contro Sonia Gandhi

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In periodo di campagna elettorale, il caso degli elicotteri AgustaWestland (controllata Finmeccanica) sta esplodendo nuovamente investendo l’Indian National Congress (Inc) di Sonia Gandhi, al centro di accuse decisamente sproporzionate rispetto a quanto di concreto si trova nelle carte del Tribunale di Milano. Che i politici del Bharatiya Janata Party (Bjp) citano sommariamente senza spiegare un bel niente.

Lo scorso weekend, durante un comizio nello stato meridionale del Kerala, il premier indiano Narendra Modi ha sapientemente arringato la folla circa il presunto coinvolgimento di Sonia Gandhi nel giro di mazzette a latere dell’affare Finmeccanica, tornato alla ribalta sulla stampa indiana a seguito della sentenza del Tribunale di Milano di qualche settimana fa.

Modi, secondo la stampa indiana, avrebbe asciugato all’osso la complessità della posizione di Gandhi nelle carte del Tribunale, raccontando che i giudici italiani avrebbero trovato «colpevole» la presidentessa dell’Inc.

Conseguenza: oggi il parlamento indiano è stato bloccato dalle proteste dei deputati dell’Inc, che hanno chiamato a gran voce delle scuse ufficiali del primo ministro, colpevole di aver detto il falso – e lo ha detto, il falso – superando anche le accuse mosse, molto più velatamente, dallo stesso ministro della difesa Parrikar in aula parlamentare qualche giorno prima.

Il problema che vedo da qui – affiancando le fonti del tirbunale in italiano alla trasposizione dei documenti in inglese e, infine, dei concetti nei discorsi dei politici indiani – implica una sorta di effetto telefono senza fili e, forse, una strategia dell’accusa italiana decisamente audace, pronta a tirare in ballo nomi di peso della politica indiana con l’obiettivo, molto più locale, di inchiodare i teste italiani.

La signora Gandhi tra gli obiettivi del «lobbying» britannico

Nelle oltre duecento pagine della sentenza in secondo grado di Milano, ad esempio, il nome di Sonia Gandhi (anzi, la «signora Gandhi») compare solo quattro volte, facendo riferimento a un documento firmato dal faccendiere Christian Michel rinvenuto nella valigia di Guido Haschke, consulente di Finmeccanica che aveva patteggiato in primo grado e ora è «testimone». Il documento, secondo Haschke, elencava semplicemente i «pezzi grossi» dell’Inc che l’ambasciatore britannico in India (nota: AgustaWestland è inglese) avrebbe dovuto avvicinare per fare «lobbying»: assieme al nome della Gandhi, infatti, comparivano anche quelli di Manmohan Singh (all’epoca primo ministro), Pranab Mukherejee (all’epoca ministro delle finanze, ora presidente della Repubblica), Ahmed Patel (consigliere della Gandhi, che Haschke dice di non sapere nemmeno chi sia), Oscar Fernandez («un politico locale») e tal Narayanan, che Haschke sempre dice di non sapere chi sia.

Fare lobbying in India è tecnicamente illegale, ma la stessa definizione di lobbying lascia ampi spazi di manovra alle aziende indiane e straniere, rendendo difficile tracciare la linea tra legale e illegale. Al momento, però, solo l’elenco di nomi nei documenti di Haschke non sono abbastanza per formulare un’ipotesi di reato per Sonia Gandhi o altri.

Il problema della misteriosa sigla AP

Per Ahmed Patel (nella foto), in particolare, la situazione è ancora più paradossale. Il potenziale coinvolgimento del consigliere della Gandhi, secondo gli inquirenti italiani, potrebbe essere provato sciogliendo l’enigma di una delle sigle trovate su un fogliettino, affiancate a cifre numeriche che indicherebbero l’ammontare della mazzetta. In un primo momento, attraverso una «consulenza» fornita da presunti «esperti di India» alla procura italiana, la sigla AP era stata ricondotta a una fantomatica formazione politica indiana chiamata Alliance Progressive. Che in India non esiste, nemmeno come coalizione (al massimo United Progressive Alliance, la coalizione dell’Inc…).

Comrpovata la non esistenza della AP, gli inquirenti accedendo a «fonti libere e a internet» hanno ipotizzato che quell’AP potesse essere proprio Ahmed Patel, un vicinissimo alla famiglia Gandhi.

Un’ipotesi che, in India, viene raccontata coi toni da sentenza definitiva, costringendo l’Inc a difendersi da accuse che al momento, basandoci sulle carte del Tribunale di Milano, riteniamo abbastanza campate in aria.

@majunteo

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