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Foodbanks: dov’è lo Stato?

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Nel 1971 il filosofo statunitense John Rawls pubblica “Una teoria della giustizia”, nel quale propone come stabilire dei principi fondamentali di giustizia sui quali basare la struttura di una società equa. Secondo Rawls la procedura più adeguata consiste nell’immaginare di trovarsi in una “posizione originaria” nella quale si è sotto un “velo d’ignoranza” che ci priva di ogni conoscenza circa il nostro ceto, ruolo sociale, appartenenza etnica, orientamento sessuale, genere, capacità ecc.

http://www.trusselltrust.org

La domanda posta da Rawls è: non sapendo se ci si trova in fondo alla scala sociale o in cima, quali sono le tutele che vorremmo ci fossero garantite dalla società?

Presumibilmente chiunque converrebbe che un accesso regolare a una minima quantità di cibo sia una delle tutele che una società giusta deve prevedere. D’altra parte, il diritto al cibo è incluso nella Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali ratificata da tutti i paesi occidentali ad eccezione degli Stati Uniti. Tuttavia in molte società occidentali non dover soffrire la fame non è un fatto dato per scontato da tutti.
 
In questi giorni, in seguito alla pubblicazione di uno studio che ha fatto luce sull’uso delle foodbanks nel Regno Unito, il governo inglese deve rispondere a nuove pressioni in merito alle politiche sociali previste per chi non ha accesso a sufficienti risorse alimentari.

 

Le foodbanks forniscono aiuti alimentari a persone bisognose, spesso su indicazione di assistenti sociali. Le foodbanks sono perlopiù gestite da associazioni di carità e al momento la più grande, la Trussel Trust, ha in gestione 420 foodbanks in tutto il paese. La domanda per gli aiuti alimentari è aumentata di venti volte dal 2010 e oggi un milione di famiglie sono costrette a dipendere dalla distribuzione di cibo d’emergenza. Solo l’anno scorso la Croce Rossa si è offerta di distribuire pacchi di cibo per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, nonostante l’estensione del fenomeno, fino ad oggi non c’erano molti dati ufficiali.

Il nuovo studio, finanziato dalla Chiesa d’Inghilterra e scritto da una commissione composta da rappresentanti di tutti i partiti al governo, si intitola Feeding Britain e identifica diversi fattori economici che nell’ultimo decennio hanno contribuito all’innalzamento del costo della vita.

Fra i principali vi sonol’alto tasso di inflazione generale, di inflazione dei prezzi di cibo, benzina e case, affiancati da una bassa crescita del reddito. Un altro studio, commissionato dalla Chiesa d’Inghilterra e da altre associazioni e pubblicato lo scorso novembre,  ha riportato che la maggior parte delle persone che si rivolgono alle foodbanks hanno affrontato una o più crisi, come un licenziamento, un lutto, una malattia o la fine di una relazione. Perciò, un reddito colpito da uno shock avrebbe un effetto più drastico di un reddito generalmente basso. Inoltre nel momento in cui avviene uno shock i meccanismi per ricevere sussidi dallo stato sono in genere lenti a mettersi in moto. In aggiunta ai ritardi nel ricevere sussidi, il vecchio sistema che permetteva di richiedere un prestito in caso di emergenza non esiste più, mentre le regole riguardanti le sanzioni punitive che prevedono la detrazionedi una percentuale del reddito per settimane, se non mesi, sono state rese più rigide ed è quindi più facile che vengano adottate.

Eppure i politici negano l’esistenza di un collegamento fra la crescita nel numero di persone che fanno uso delle foodbanks e gli effetti delle politiche sociali del governo. Lo stato spesso scarica la responsabilità sui poveri.

Negli ultimi giorni alcuni membri del Governo hanno dichiarato che i poveri fanno la fame perché non sanno cucinare, perché non si sforzano abbastanza nel cercare lavoro, o che l’aumento nella domanda per le foodbanks è dovuta semplicemente al fatto che queste offrono un bene gratuito, e chi non vorrebbe del cibo gratis qualora fosse disponibile? Sono delle dichiarazioni che ignorano i risultati dei due studi qui menzionati secondo i quali le persone si rivolgono alle foodbanks come ultima spiaggia, dopo aver tentato di ottenere ogni forma di tutela. Le persone intervistate hanno spesso menzionato vergogna e imbarazzo nel parlare della loro esperienza. Quando un fenomeno è così diffuso non è più possibile parlare di un “fallimento individuale”, è chiaro che qualcosa nel sistema non sta funzionando come dovrebbe.

In Feeding Britain vengono presentate 77 raccomandazioni che formano un piano per affrontare il problema. Viene proposta la creazione di un nuovo network nazionale con lo scopo di eliminare la fame e con le foodbanks, la Chiesa, i supermercati e le aziende alimentari come fulcro.

Questo significa che le associazioni di carità e altri privati continuerebbero a prendersi una responsabilità che è dello Stato.

Il Regno Unito non è il solo paese ad affrontare questo genere di problemi in Europa. In Italia un cittadino su sei vive in condizioni di estrema povertà e anche qui le foodbanks sono gestite da Onlus e associazioni caritatevoli. I fondi vengono dal Fondo Europeo di Aiuti agli Indigenti e dal Fondo Nazionale Indigenti. Tuttavia, le associazioni devono faticare per far sì che il governo continui a erogare fondi per gli aiuti alimentari. Di recente, il Governo ha tentato di passare la Legge Stabilità, in cui le risorse destinate al Fondo Nazionale Indigenti erano pari a zero, mentre l’anno scorso erano stati stanziati dieci milioni. Sono stati promessi cinque milioni solo dopo che l’Onlus più grande del settore di aiuti alimentari, la Fondazione Banco Alimentare, ed altre associazioni hanno protestato.

Sembra che il Governo si stia dimenticando che, a prescindere dalla causa della povertà, lo Stato ha il dovere di non lasciare che i cittadini muoiano di fame. Se non è così, è tempo di tornare sotto il velo dell’ignoranza di Rawls e di pensare a in quale tipo di società vogliamo vivere.

 

 

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