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Francia, lo statalismo inceppato


Leader mondiale nella spesa pubblica, nel 2021 la Francia era tra i Paesi più indebitati e meno produttivi della zona euro. Un’infernale dialettica politica e sociale blocca da decenni le riforme del lavoro e delle pensioni

Massimo Nava Massimo Nava
[PARIGI] Inviato ed editorialista da Parigi, autore di romanzi e saggi, l’ultimo la biografia di Angela Merkel per l’editore Rizzoli.

Leader mondiale nella spesa pubblica, nel 2021 la Francia era tra i Paesi più indebitati e meno produttivi della zona euro. Un’infernale dialettica politica e sociale blocca da decenni le riforme del lavoro e delle pensioni

Sisifo fu condannato per l’eternità a riportare un masso sulla cima della montagna. Ma non dovette affrontare la riforma delle pensioni in Francia. Il problema è vecchio quanto la Quinta Repubblica. Dall’epoca di Chirac in poi è sempre stato sul tavolo dell’Eliseo senza che una soluzione organica venisse prospettata. In verità alcuni disegni di legge hanno fatto il loro bel percorso in Assemblea, ma si è sempre trattato di piccoli correttivi all’impianto complessivo, senza che fossero modificati i criteri di fondo: innalzamento dell’età pensionabile e armonizzazione di una quarantina di regimi diversi a seconda di categorie di lavoratori del pubblico e del privato. L’ultimo a provare a sollevare il macigno è stato Emmanuel Macron, durante il primo quinquennato, ma il progetto di riforma, peraltro non rivoluzionario, si è arenato dopo la rivolta dei gilet gialli. Lo ha rilanciato in campagna elettorale, ma visti i sondaggi che davano in crescita l’estrema destra e l’estrema sinistra – ferocemente contrarie all’innalzamento dell’età pensionabile – ha fatto retromarcia. L’ultima battuta, dopo la vittoria elettorale, è l’idea di un referendum. Ma occorre ricordare che Jean-Paul Delevoye, il responsabile del progetto di riforma, aveva già chiarito che il nuovo sistema non avrebbe ridotto la spesa pensionistica, circa il 14% del Pil.

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