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Il futuro della Nato, tra crisi e cambiamenti necessari


Il caso dell'Afghanistan evidenzia come per l'Alleanza sia giunto il momento di prendere atto con urgenza della crisi in cui è sprofondata. Il primo capitolo di una serie sulla Nato a cura del Generale Giuseppe Cucchi

Giuseppe Cucchi Giuseppe Cucchi
[ROMA] È stato rappresentante militare italiano presso l’Unione europea e Direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. È membro del Comitato scientifico di eastwest.

Per tutto il periodo della Guerra fredda la sicurezza e la difesa dell'Occidente sono state appannaggio esclusivo della Nato che ha svolto il suo compito con serena efficienza, riuscendo a superare una dopo l'altra le varie crisi che si presentavano e riemergendone ogni volta più agguerrita e coesa.

Nei quarant’anni circa intercorsi fra la firma del Patto Atlantico e la caduta del Muro di Berlino essa ha inoltre svolto una funzione insostituibile, da un lato sviluppando un linguaggio e abitudini comuni che ci consentissero, nel caso, di combattere insieme, dall'altro contenendo per quanto possibile le ambizioni delle singole industrie per la difesa nazionale, e quindi ottenendo un minimo di standardizzazione dei nostri armamenti e materiali. Si tratta di funzioni che l'Alleanza continua tuttora a svolgere e non esiste allo stato attuale dei fatti alcuna altra organizzazione che possa sostituirla in tale delicato compito.

A questo punto, occorre però segnalare come dalla fine della Guerra fredda in poi l'Alleanza sia scivolata in una crisi profonda, che l’ha portata prima a inventarsi nuove funzioni da svolgere per cui essa non era affatto strutturata, poi a violare in parecchi punti il Patto Atlantico di cui essa è espressione e infine a perdere di recente in Afghanistan la sua prima guerra, e a perderla molto male. Un caso, quello dell'Afghanistan, che evidenzia come per l'Alleanza sia definitivamente giunto il momento di prendere atto con urgenza della pericolosità estrema della parabola discendente che essa sta percorrendo e provvedere a riformarla radicalmente permettendole di affrontare un futuro che promette sin da ora di essere reso potenzialmente esplosivo dai problemi che sempre più evidenziano la loro globalità.

Parte della situazione di crisi in cui la Nato si trova ora deriva senza dubbio dal modo in cui essa è progressivamente cambiata dagli anni '90 del secolo scorso in poi, con un processo che l'attacco terroristico alle Torri Gemelle ha reso in seguito sempre più accelerato. In precedenza infatti, pur nel prevalere del peso del Grande Fratello Statunitense, l'Alleanza rimaneva una società di eguali in cui il lato politico prevaleva sempre su quello militare, e il Lussemburgo, il più piccolo degli Stati membri, poteva bloccare una decisione con il suo veto. Con l'inizio degli anni 2000 essa è invece divenuta, nella realtà anche se non nella forma, una organizzazione stellare, con gli Usa al centro e tutti gli altri Stati intorno, ancora legati fra loro da un rapporto collettivo ma su cui chiaramente prevalevano i legami bilaterali che ciascuno di essi poteva vantare con il centro.

Le conseguenze di questo stato di fatto, di cui portano la maggiore responsabilità le dottrine Neocon statunitensi, il Presidente Bush junior e il suo Segretario per la Difesa Rumsfeld, si sono col tempo rivelate devastanti. Anziché favorire quella crescita della identità europea di sicurezza e di difesa che gli accordi di Saint Malo avevano abbozzato e che avrebbe potuto consolidare il pilastro europeo dell'Alleanza, gli Usa l’hanno invece costantemente ostacolata, giocando da un lato sulle superstiti paure degli Stati membri ex comunisti, terrorizzati dall'idea di un possibile ritorno offensivo della Russia, e utilizzando il Regno Unito, dall'altro, come un cavallo di Troia inserito nella Unione europea.

Per rendere la loro presa sull'Alleanza più solida hanno inoltre favorito l'elezione di Segretari Generali o inglesi o appartenenti a piccoli Paesi nordici. Ne è risultata una Nato pesantemente squilibrata, attenta soltanto alla sua frontiera nord orientale, pericolosamente ed inutilmente aggressiva nei riguardi della Russia e del tutto dimentica di un teatro Mediterraneo in progressivo disfacimento. Nel contempo poi non è stata data la dovuta importanza alle nuove frontiere dei conflitti, per cui l'Alleanza è ora indietro sul piano cyber e su quello dello spazio e del tutto impreparata alla guerra ibrida.

A tutto ciò si è aggiunto negli ultimi tempi un terribile interrogativo politico che la disfatta afghana ha evidenziato, vale a dire l'affidabilità o meno di garanzie americane che già in un paio di casi, in Vietnam come in Afghanistan, si sono rivelate alla prova dei fatti basate sul nulla. L'intero complesso è quindi da rivedere a fondo, ma come? La complessità dell'argomento ci costringe a rinviare a una prossima occasione la continuazione di questo discorso.

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