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Messico, il G20 di Enrique Peña Nieto rovinato dallo sgambetto di The Donald

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«Assolutamente». È la parola che, da sola, è bastata a rovinare il G20 di Amburgo al presidente del Messico Enrique Peña Nieto. L’ha pronunciata Donald Trump subito dopo essersi riunito con il suo omologo messicano – e subito dopo avergli sorriso, stretto la mano e chiamato «amico» –, quando un giornalista gli ha chiesto se fosse ancora deciso a far pagare al Messico il famoso muro lungo il confine con gli Stati Uniti d’America.

La risposta di Trump è stata tanto schietta e scontata – il muro è del resto la promessa della sua presidenza – quanto umiliante per Peña Nieto, che non ha saputo fare altro che restare in silenzio. La sua replica è arrivata, come di consueto, a distanza di un giorno e con “The Donald” lontano: ha detto che i rapporti tra Messico e Stati Uniti «non possono essere fatti di mormorii» ma di rispetto reciproco, e che il tema del pagamento del muro deve essere accantonato in modo che ci si possa concentrare su ciò che è veramente importante per il benessere dei due paesi, ossia il libero commercio. Piccola postilla: Peña ha volutamente parlato di «mormorii» perché già il ministro degli Esteri Luis Videgaray, pressato dai giornalisti che volevano un parere sulla dichiarazione di Trump, disse che né lui né il presidente avevano sentito nulla e che quella parola «se è stata detta, è stata detta a voce molto bassa, perché io non l’ho sentita»; un mormorio, appunto.

Durante il loro breve incontro privato di venerdì Trump e Peña Nieto, per quanto ne sappiamo, non hanno discusso del muro (in passato si erano anche accordati per non parlarne in pubblico, ma una delle due parti non sembra ricordarsene), ma di immigrazione, di lotta al narcotraffico e del NAFTA, il trattato nordamericano di libero scambio che verrà rinegoziato dal prossimo 16 agosto. Trump ha detto che i rapporti tra Stati Uniti e Messico hanno fatto degli ottimi progressi, mentre Peña ha scritto su Twitter che la riunione è stata «proficua».

L’impressione generale è che l’amministrazione Peña Nieto voglia preservare il NAFTA ad ogni costo, anche se questo significa mortificare la dignità del popolo messicano e dei suoi rappresentanti, come ha scritto il Guardian. E che questa volontà – combinata al suo atteggiamento remissivo, specialmente quando si parla del muro – stia costando moltissimo al presidente in termini di popolarità, che si aggira attorno al 19% appena. A onor del vero, a gennaio Peña Nieto scelse di annullare la sua visita ufficiale a Washington a seguito di una serie di tweet provocatori di Trump proprio sulla questione del pagamento del muro. Mentre Trump, nonostante la retorica “spaccona”, ha dovuto concretamente rinunciare ai fondi per il muro nella legge finanziaria dello scorso aprile e ammettere che il Messico, più che pagarlo direttamente, quel “bellissimo muro” al massimo lo rimborserà, «in qualche modo»; a giugno aveva poi ventilato l’idea di un muro fatto di pannelli solari capace di ripagarsi da solo.

A riunione conclusa e a soddisfazioni espresse, comunque, Peña Nieto ha ricevuto un ennesimo schiaffo da Trump, e stavolta proprio sul NAFTA, quando i canali social della Casa Bianca hanno diffuso il messaggio settimanale (preregistrato) del presidente: tre minuti di Prima gli americani! e di invettiva verso tutti quei paesi che si sarebbero arricchiti a spese degli Stati Uniti in cui “The Donald” annuncia di volere una rinegoziazione totale del NAFTA, e che se non la otterrà metterà fine al trattato «per sempre». Niente di nuovo in realtà, ma detto con un tempismo deleterio per Enrique Peña Nieto.

La giornata di sabato è stata decisamente migliore per il presidente messicano, che si è riunito con il primo ministro canadese Justin Trudeau per parlare soprattutto, ancora una volta, di libero commercio e di NAFTA. Quella che sembra essere una sintonia personale tra i due leader americani si è tradotta politicamente in una fase di notevole avvicinamento diplomatico ed economico: dallo scorso dicembre il Canada ha ad esempio rimosso l’obbligo, per i messicani, di possedere un visto per entrare nel paese; in cambio, il Messico ha aumentato le importazioni di carne canadese, eliminando le restrizioni imposte un decennio prima. Ma bisogna aggiungere che gli arresti di immigrati messicani in Canada sono aumentati enormemente nei primi cinque mesi del 2017 (più del doppio della somma di quelli effettuati nei due anni precedenti, secondo Reuters).

L’unica vittoria di Peña Nieto durante questo G20 – o perlomeno l’unica cosa che potrà cercare di far passare come tale – è giunta da lontano, dal Venezuela, dove l’oppositore Leopoldo López è stato scarcerato per essere condotto agli arresti domiciliari. Da diversi mesi l’amministrazione Peña Nieto non ha perso occasione (probabilmente più per ragioni di politica interna) per attaccare, anche duramente, l’operato di Nicolás Maduro e per denunciarne la deriva autoritaria; ad aprile lo stesso presidente si era anche incontrato personalmente con la moglie di López. Sabato, appresa la notizia, ha dichiarato che il trasferimento agli arresti domiciliari di Leopoldo López rappresenta un «buon segno» e che spera che il Venezuela possa «riprendere il cammino della pace e della democrazia».

Sabato 8 Peña Nieto ha parlato anche con il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni e con quello spagnolo Mariano Rajoy. Con loro – e con Emmanuel Macron, che ha incontrato a Parigi il giorno prima dell’inizio del G20 – ha discusso di interscambio commerciale, in vista della prossima modernizzazione dell’“Accordo globale”, il trattato di libero scambio tra Messico ed Unione Europea.

@marcodellaguzzo

 

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