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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Genocidio degli armeni: Biden riconosce il massacro

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Dopo quaranta anni, Joe Biden è il primo Presidente Usa a parlare di “genocidio” degli armeni da parte degli ottomani. Oltre agli aspetti simbolici, ci sono spiegazioni geopolitiche

Una commemorazione in ricordo del genocidio degli armeni del 1915, riconosciuto dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, presso l’Armenian Martyrs Monument a Montebello, California, Usa, 24 aprile 2021. REUTERS/David Swanson

Ieri il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha riconosciuto come “genocidio” il massacro degli armeni da parte dell’Impero ottomano tra il 1915 e il 1923. I numeri non sono certi, ma si stima che in quel periodo gli ottomani abbiano ucciso un milione e mezzo di armeni, accusati di collaborazione con la Russia durante la Prima guerra mondiale.

Al di là degli aspetti simbolici ed etici, pur rilevanti, la decisione di Biden è importante da un punto di vista politico e geopolitico.

Gli aspetti simbolici

Innanzitutto Biden è il primo Presidente americano a parlare di “genocidio” degli armeni in quarant’anni: lo aveva fatto una volta Ronald Reagan nel 1981; tutti gli altri hanno invece utilizzato espressioni meno d’impatto come “tragedia” e “orrore”.

Il motivo di tanta cautela diplomatica stava nella volontà di non danneggiare i rapporti con la Turchia, membro della Nato e attore regionale rilevante tra Europa, Russia e Medio Oriente. Ankara riconosce che durante il periodo della Prima guerra mondiale sono state compiute delle violenze contro gli armeni, ma è fortemente contraria all’utilizzo del termine “genocidio”. Perché creerebbe un’associazione logica tra gli armeni e gli ebrei, mettendo sullo stesso piano l’Impero ottomano (antenato della Turchia moderna) e la Germania nazista.

La data scelta per l’annuncio, poi, non è ovviamente casuale: il 24 aprile è il Giorno del ricordo per il genocidio armeno (chiamato Medz Yeghern in lingua armena).

Le motivazioni di politica interna

In campagna elettorale Biden aveva promesso che avrebbe riconosciuto ufficialmente il genocidio degli armeni. C’entra il fatto che negli Stati Uniti vivono dagli 800mila agli 1,5 milioni di armeno-americani: è la seconda comunità più grande al mondo della diaspora armena, iniziata dopo i massacri nell’Impero ottomano.

Le motivazioni geopolitiche

La politica estera di Biden ha tra i suoi capisaldi la promozione dei diritti umani nel mondo, mirata ad affermare la leadership “morale” degli Stati Uniti e la superiorità della democrazia sui regimi autoritari (Biden ha peraltro definito il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan un “autocrate”).

I diritti umani sono anche un’arma geopolitica, che l’America impugna per colpire le nazioni rivali come la Russia (non a caso guidata da un “assassino”), la Cina (ha accusato Pechino di star commettendo un genocidio della minoranza uigura, anche se non è così) e in parte l’Arabia Saudita.

Nella lista dei Paesi amorali è ora entrata “ufficialmente” anche la Turchia. Non ci sono grossi dubbi sul fatto che l’annuncio di ieri non farà bene alle relazioni tra Washington e Ankara; tra Biden ed Erdogan, comunque, non c’è mai stato un buon feeling personale. Non sembra comunque probabile aspettarsi un duro contraccolpo da parte turca, al di là di qualche comunicato furioso o di un’azione limitata. Come fa notare lo scienziato politico Ian Bremmer, Erdogan era a conoscenza delle intenzioni di Biden perché era stato avvertito: i due si erano parlati al telefono il giorno prima e hanno anche deciso di incontrarsi a giugno a un vertice della Nato. Uno strappo diplomatico tra Ankara e Washington, insomma, quasi sicuramente non ci sarà.

Nei calcoli della Casa Bianca, la Turchia non rientra tra gli alleati fondamentali. Ne è una prova, oltre alla dichiarazione sul genocidio, la stessa telefonata a Erdogan, arrivata mesi e mesi dopo l’inizio del mandato di Biden. Ai partner cruciali ha riservato un trattamento diverso. Gli Stati Uniti non sono contenti delle ambizioni turche, che fa parte della Nato ma si dota del sistema antiaereo S-400 dalla Russia e che si muove tra Mediterraneo e Asia occidentale come una potenza regionale “sciolta” dai vincoli delle alleanze.

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L'AUTORE

Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore e Aspenia. Si occupa di Messico e Nord America.
GUALA
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