Geopolitica del Caucaso. Non solo petrolio


È la stessa Apple a darne l’annuncio: il rublo perde posizioni, le sue continue fluttuazioni sono preoccupanti. Allora meglio chiudere il negozio online in Russia.

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E’ il sintomo che il terremoto valutario che sta investendo il paese sta prendendo sempre più le dimensioni di un circolo vizioso, colpito anche dalla “faida” tra il petrolio saudita e quello del North Dakota, proprio mentre gli Stati Uniti promettono nuove sanzioni economiche contro il Cremlino.

 A priest blesses servicemen during a farewell ceremony at the Vaziani military base outside Tbilisi, December 16, 2014. REUTERS/David Mdzinarishvili

Ancora nella prima metà di quest’anno, quasi il 70% delle esportazioni russe erano costituite da gas naturale e  petrolio, ma ad oggi, la spirale discendente ha portato il rublo a perdere il 30% del suo valore contro il dollaro.

Per evitare la recessione, Mosca avrebbe bisogno di mantenere il costo del petrolio sui 90 dollari al barile. Eppure i Sauditi giocano in contropiede, creando un surplus e portando il costo da 110 a 70 dollari. In mezzo a questo Triangolo delle Bermuda, c’è il Caucaso, e non a caso la Georgia.

Anche la sua moneta, il lari, ha subito una caduta scivolosa. Una svalutazione assordante verificatasi in questi giorni, fino alla perdita di 6.3 punti percentuali rispetto al dollaro, che ha così regalato al paese il nuovo triste primato degli ultimi dieci anni.

E’ un danno collaterale dell’interdipendenza geografica ed economica del paese rispetto a una delle regioni più ricche di oro nero del mondo. Se la moneta russa va giù, l’inflazione invece sale, e così anche il prezzo dei beni primari: improvvisamente una bottiglia di vino importata costa tre volte quanto un enofilo l’avrebbe pagata qualche mese fa. Ciò potrebbe suggerire che, oltre al fatto che, se siete dei vinicoltori, è il momento giusto per investire in Georgia, Tblisi dovrebbe svalutare la propria moneta per mantenere le sue esportazioni in Russia ed essere considerata un buon partner commerciale dai vicini di casa.

Non è tuttavia così semplice.

La Georgia è sempre più vicina al trasformarsi in una seconda Crimea. Nel cuore della “polveriera” Caucaso, a insidiare l’unità georgiana non c’è solo la crisi economica galoppante e le rotte petrolifere contese. Come una spada di Damocle, è il puzzle identitario delle minoranze entiche a minacciare la stabilità dell’area.

Leonid Tibilov, leader della repubblica “de facto” indipendente dell’Ossezia del Sud, ha dichiarato lo scorso 10 dicembre che sarebbe pronta la sigla di un accordo con Mosca, che avvicinerebbe indissolubilmente le repubbliche separatiste georgiane al disegno nazionalista russo. Un nuovo livello di integrazione votato alla partnership che riapre per Tblisi vecchie ferite.Tutto ciò mentre Alla Zhioeva, l’ex ministro dell’educazione autoproclamatosi presidente della regione georgiana al centro del conflitto tra Tblisi e Mosca nel 2008, rivendica la vittoria alle elezioni dell’Ossezia del Sud dello scorso giugno, annullate il 27 novembre da parte della Corte Suprema.

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